Eddington è l’incubo di Ari Aster da cui non ci sveglieremo
Negli Stati Uniti quella dello sceriffo è una carica autoritaria di rilievo perlopiù storico, sopravvissuta nostalgicamente soprattutto nei territori del vecchio west: resa celebre nell’immaginario collettivo dal cinema western, la rappresentazione dello sheriff che si erge solitamente a paladino della giustizia e difensore della legge è spesso un po’ ambigua, a metà tra l’eroe e l’antagonista, rispettato e al contempo diffidato dalla comunità che lo ha eletto. Una figura sospesa nel tempo, che la cultura di massa ci spinge ad immaginare con baffi e pancetta, l’aspetto autoritario ma sornione e privo di particolare carisma, che incede per le strade con le mani fieramente portate ai fianchi. Nell’ultimo film di Ari Aster queste stereotipate caratteristiche vengono restituite dal volto di Joaquin Phoenix — qui sceriffo simbolo di conservatorismo politicamente scorretto — che come nel precedente bellissimo e iper visionario Beau is Afraid ha un protagonismo così magnificamente eccessivo da assorbire come un buco nero l’intero film. A chi si domanda dove sia finito il nuovo maestro dell’horror contemporaneo, Ari Aster risponde — tra intuizioni narrative e stilistiche sempre molto convincenti — con il suo film più spaventoso, proprio perché drammaticamente attuale e riflessivo delle molteplici e contraddittorie spinte in tutte le direzioni che sostengono la società occidentale. Tra le suggestioni di una macabra ballata di Johnny Cash e l’humor profetico di un episodio dei Simpson, Eddington è un elettrizzante e delirante western moderno che fagocita il presente in uno spietato affresco dell’America contemporanea in cui non viene risparmiato nessuno.

Siamo nel 2020: Joe Cross è lo sceriffo asmatico e claudicante di una piccola e desolata cittadina del New Mexico chiamata Eddington, che percorre svogliatamente con la sua auto lasciandosi dietro molta polvere e soprattutto lamentele, qualche presa in giro e timide richieste di intervento da parte dei cittadini della contea. È una di queste, in particolare, a provocargli evidente fastidio: dover indossare la mascherina come misura di contenimento del COVID-19, che ovviamente secondo lui a Eddington non esiste. Le desertiche colline della cittadina vuota fanno così da sfondo a un microcosmo caotico in cui la pandemia comincia ad innescare le sue pericolose reazioni, portando i personaggi sull’orlo della nevrosi e a situazioni al limite del grottesco in cui tutti e nessuno sembrano avere ragione.
Sollecitato dalle ansie performative di un’epoca in cui la politica si fa intrattenimento, Joe Cross decide di cavalcare la rabbia di una parte di cittadinanza: si candida sorprendentemente alle imminenti elezioni amministrative, sfidando il sindaco uscente Ted Garcia in un modernissimo duello western a colpi di like su Facebook e cartellonistica. Ferreo sostenitore del distanziamento sociale, delle FFP2 e delle politiche anti-assembramento, Garcia è il buono per eccellenza, candidato emblema di una cultura che da destra viene in genere definita “woke”. Sostiene cause giuste e progressiste, è ispanico, il suo volto è onnipresente ed è quello di uno che tendenzialmente piace, proprio come chi lo interpreta, del resto: un perfetto Pedro Pascal, qui alla sua ennesima apparizione del 2025.

Ad aggravare la rivalità, alcuni vecchi equivoci sentimentali in sospeso tra Cross e Garcia che coinvolgono la moglie del primo — una sempre eccezionale, seppur con una parte ridotta, Emma Stone — alle prese con la guarigione da disturbi mentali e da un’ingombrante presenza materna. Questa diventa per Ari Aster pretesto per caricare Joe Cross di quegli ossessivi complessi freudiani che già avevano stravolto Joaquin Phoenix in Beau is afraid: anche qui, infatti, l’attore è in caduta libera con una performance magnetica che cresce d’intensità tanto quanto il respiro affannoso e paranoico della sua asma. Insieme a lui il film precipita, soprattutto nella sua seconda parte, in un ipnotizzante e bellissimo fiume narrativo in piena, sorretto da una sceneggiatura solida e ben scritta che non esaurisce mai la sua tensione bruciante tra comicità e dramma.

In questo teatro di gesti e dichiarazioni acchiappa-consensi, lo scontro tra i due candidati si amplifica con i più grandi fenomeni culturali e socio-politici del mondo occidentale: il movimento Black Lives Matter, i vari complottismi — esplicito il riferimento a QAnon nel personaggio di Austin Butler — legati alla nuova diffidenza verso la scienza e al dilagare delle fake news, il dibattito sull’intelligenza artificiale. Il disordine con cui tutto accade ai personaggi paranoici di Eddington, ciascuno barricato nelle proprie convinzioni, riflette le disorientanti logiche di internet e dei social media, di quella nostra vita costantemente online che ci fa rimbalzare in un incessante flusso di opinioni e disinformazione che alimenta complottismi e polarizzazioni.

Ari Aster, che ha scritto il film da solo, come per i lavori precedenti, non offre risposte o prese di posizione, lasciandoci annaspare in questo oceano infinito di slogan, opinioni, consensi, dissensi. A riportarci forse in superficie, quel solitario in apertura — vero e proprio freak ai margini della società e della stessa trama del film — che vaga per il paesaggio desertico del New Mexico, comparendo di tanto in tanto sullo sfondo per ricordarci che forse, in questo magma caotico in cui cerchiamo faticosamente di farci spazio, c’è chi davvero non viene mai visto né ascoltato da nessuno.
Con Eddington Aster riesce pienamente in un’impresa ambiziosa e non facile, e cioè restituire l’immagine di un’umanità contesa tra realtà e mistificazione, sempre più ansiosa, diffidente e divisa. Un vero incubo da cui, a differenza dei precedenti tre film, forse non riusciremo a svegliarci una volta usciti dalla sala.
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