Dogtooth – Il film manifesto di Yorgos Lanthimos

Ci sono voluti undici anni, ma alla fine – quando ormai si era persa ogni speranza – Dogtooth  (Kynodontas) di Yorgos Lanthimos è arrivato nelle sale italiane. Si tratta di un film cruciale nella carriera del regista diventato noto al grande pubblico soprattutto grazie all’enorme successo de La favorita, un film che getta le basi di un’autorialità di spiccata pregevolezza, e pone i saldi pilastri su cui può erigersi il nuovo cinema greco, quello che racconta la crisi, economica e umana, di cui sono massimi esponenti, oltre al fortunato Lanthimos, nomi che si sono fatti presto largo (negli ultimi quindici anni) all’interno dei circuiti festivalieri: Athina Rachel Tsangari, Alexandros Avranas, Babis Makridis.

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Dogtooth segue le vicende di una famiglia borghese, padre, madre e tre figli. I genitori hanno creato un mondo su misura per i propri “bambini” (adolescenti, se non addirittura adulti) che si estingue oltre i confini della propria villetta. I figli potranno uscire dalla casa paterna solo ed  esclusivamente quando sarà caduto loro un canino e poi ricresciuto. Una condizione di inconsapevole prigionia a cui i giovani non si sottraggono, almeno fino a quando un “estraneo” – Christina, la ragazza introdotta in casa con lo scopo di soddisfare i bisogni sessuali del figlio maschio – non instillerà il dubbio dell’esistenza di una realtà alternativa, migliore e molto più affascinante.

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Perverso, sadico, sconvolgente e subdolo, tutti aggettivi che sono stati attribuiti a Lanthimos da The Lobster in poi, tutti aggettivi che prolificano e ben identificano Dogtooth che si fa asciutto ed austero manifesto di una poetica in evoluzione. I figli sono burattini a cui viene negato ogni diritto, persino quello di essere individui – nessuno di loro ha un nome. Il  linguaggio, che dovrebbe costituire la primaria forma di espressione dell’uomo, viene distorto e ridotto ad un limitato e paradossale vocabolario che non lascia spazio a domande, indagini o repliche. È così che lo zombi diventa un fiorellino giallo, l’autostrada un vento molto forte e la fica una lampada, ad ogni nuovo vocabolo corrisponde un oggetto o un elemento reperibile in casa o in giardino. Consequenzialmente, in una realtà senza linguaggio non esiste neppure un’educazione che permetta ai figli di sviluppare una propria capacità critica o un proprio pensiero, è ammessa solo l’attività fisica, prove deliranti e grottesche per sviluppare delle capacità del tutto inutili. In un clima dove ogni ordine delle cose è sovvertito, non c’è spazio per la fantasia o per il desiderio, resta solo un incolmabile vuoto che anestetizza ogni pulsione e concede dilagante presa alla solitudine.

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Con maestria, maturità e metodo Lanthimos crea un ambiente tossico nel candore di colori tenui che avvolgono e poi stritolano gli atletici e acerbi corpi di madreperla di protagonisti inermi a cui la macchina da presa taglia, con marcato potere simbolico, la testa, come a voler ulteriormente sottolineare la loro condizione di meccanica sudditanza. Indugia, usa i dettagli, non fa sconti al pubblico costringendolo ad osservare una brutalità inflitta e autoinflitta come fosse la brutale radiografia di una situazione che nella sua totale e allucinante estraneità, ci tocca nel profondo e riguarda tutti. È possibile la ribellione? E a quale prezzo? La cultura pop, anzi il cinema pop potrebbero esserlo, sono lo stimolo indotto da un germe maligno che grida sommessamente alla normalità e ad un contatto con la realtà al di fuori della casa. Flashdance e Rocky diventano l’abc di un possibile nuovo inizio. La via di fuga passa – come in effetti accade per tutti i bambini – attraverso il gioco, fino a diventare concreta, possibile e praticabile, a condizione che si sia pronti.

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Dogtooth, in fin dei conti, è stato il geniale punto di partenza di una filmografia complessa, stratificata e dalle molteplici declinazioni. Lucido, spietato e atroce resta – fino ad oggi – la vetta di Lanthimos. Tutti i temi sono presenti e già sviluppati: assenza di sentimenti ed empatia, prigionia e manipolazione, la teatrale ripetitività di una sostituzione e di una farsa che non ammette cambiamenti e prese di posizione che si allontanino da quelle prefissate da un deus ex machina – fisico ed empirico che sia. Vincitore del premio alla sceneggiatura a Cannes nella sezione Un Certain Regard e candidato al Premio Oscar per il Miglior Film Straniero ha segnato una rottura e imposto un nuovo stile che con la sottrazione crea spaesamento e inquietudine. Il primo Lanthimos – in realtà opera seconda del regista greco – un gioiellino da recuperare, da assaporare in sala per uscirne con la certezza che nulla corrisponda davvero a ciò che ci viene mostrato.

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