Miserere | Quando la compassione non è più sufficiente

Avere un’identità, un ruolo, poter essere riconosciuto e considerato dalle persone che ci ruotano attorno è una necessità, spesso una priorità per potersi sentire completi, accettati, per poter avere anche solo la percezione di esserci e di esistere. Ma cosa succede se quel ruolo che ci si è ritagliati con tanta fatica viene minacciato da un cambiamento improvviso e repentino? Fino a che punto l’uomo può spingersi per salvaguardare il microcosmo su misura che si è creato? Il regista Babis Makridis prova a rispondere a queste spinose questioni nel suo secondo lungometraggio: Miserere (or. Oiktos), un piccolo gioiello della new wave del cinema greco.

L’Avvocato è un uomo rispettabile che vive insieme a suo figlio in una bella casa in riva al mare. Da qualche tempo sua moglie è entrata in coma, ed il pover uomo vive una vita scandita dagli atti compassionevoli delle persone che gli stanno accanto: la vicina prepara ogni giorno un dolce per lui ed il figlioletto, la lavanderia gli fa molti sconti, la sua segretaria lo conforta. Queste attenzioni gratificano l’Avvocato e gli permettono di vivere la migliore delle vite possibili. Quando la moglie si risveglia dal coma, l’equilibrio creatosi va in frantumi, e l’Avvocato si trova costretto a trovare una soluzione – anche drastica – per ricostituirlo.

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L’uomo è disposto a tutto pur di sentirsi protetto, e non teme nessuna punizione, nessun giudizio, arriva a picchi estremi in cui smette di ragionare e lascia prevalere il suo istinto animale, che probabilmente è il suo unico lato autentico. L’Avvocato viene ripreso più e più volte seduto sul letto mentre piange; il suo è un pianto forzato, finto, sembra quasi essere la prova tecnica di un dramma che giorno dopo giorno l’uomo deve inscenare per ricevere in cambio un po’ di considerazione. Non avendo nulla a cui appigliarsi se non il pietismo, questo diventa la sua unica fonte di sostentamento: il suo ego finisce con il nutrirsi di compassione, l’unico sentimento possibile in un mondo asettico – quello messo in scena dal cinema greco a partire da Yorgos Lanthimos – privo di empatia, l’unico stato emotivo che dia un senso ad un’esistenza vuota e grigia.

Miserere

A firmare la sceneggiatura di Miserere è Efthymis Filippou, che fin dai tempi di Kynodontas lavora sulla spersonalizzazione dell’individuo e sulla perdita di significato del linguaggio. L’autore prosegue nella sua ricerca lasciando che i suoi dialoghi trasportino lo spettatore in una dimensione di estrema scomodità ed imbarazzo. Il pallore di suoni vuoti, non recepiti, e privati di uno scopo che vada oltre l’espressione di concetti superflui all’economia cristallina e ridotta all’osso del racconto, lascia intendere quanto profonda sia la ferita che riporta l’uomo contemporaneo, quanto la solitudine sia sull’orlo di una dilagante ed imperdonabile piena. La solitudine, una volta raggiunta l’apice del suo furore, si trasforma in follia, in orrore, o al contrario, vista dalla prospettiva dell’Avvocato, in una definitiva presa di consapevolezza. L’uomo senza qualità arrivato ad un certo punto della sua vita deve scegliere: portare avanti continue commedie che sono l’una la ripetizione dell’altra, o agire. Ed è qui che l’immagine interviene prepotentemente, si fa metafora della trasformazione – ormai completata – dell’uomo: il quadro di un tranquillo e desolante paesaggio marino, posto sulla parete della stanza da letto dell’Avvocato viene sostituito da uno che rappresenta un mare in tempesta. L’uomo ha finalmente preso la sua decisione: se vuole sopravvivere, deve compiere un atto che lo liberi definitivamente da una schiavitù a cui lui stesso si è votato.

Oiktos

Makridis documenta, riprende ogni spostamento e azione del suo protagonista con freddezza e meticolosità. La macchina da presa è ferma, l’inquadratura è fissa e sembra quasi specchiarsi nell’apatica staticità dello sguardo dell’Avvocato. La regia non suggerisce nulla allo spettatore, lo lascia solo in balia degli eventi, drammatici o comici che siano. Il potere dell’immagine è quello silenzioso e persuasivo di un oggetto misterioso di cui non si conoscono bene le peculiarità, ma allo stesso tempo è anche la familiarità di un non detto che ci stordisce proprio perché ci appartiene.

Miserere è un altro brillante esempio di come il cinema greco sappia leggere ed interpretare la complessità del nostro tempo forzando sulla sottrazione. Solo quando l’uomo non sa più a cosa aggrapparsi, si mostra per quello che è, lasciando affiorare la sua vera natura.

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