8 titoli che hanno conquistato Cannes, ma di cui ci siamo dimenticati

Comincia in questi giorni il Festival cinematografico più importante del mondo, quello di Cannes. Se dovessimo individuare e tracciare le tappe memorabili – cioè a dire i titoli premiati – di una manifestazione che è ormai giunta alla settantaduesima edizione, di certo penseremmo subito a inserire in questa sorta di greatest hits titoli quali Blow-Up (1967), Taxi Driver (1976), Apocalypse Now (1979), Paris, Texas (1984), Pulp Fiction (1994), o magari, volendo guardare a un cinema a noi cronologicamente più vicino, The Tree of Life (2011) e La vita di Adele (2013). Rispetto a queste e a tante altre opere a ogni modo riuscitissime (sia chiaro), tendono spesso a finire nel dimenticatoio, a torto, alcune gemme della settima arte, titoli che a loro tempo hanno conquistato le attenzioni meritate della critica, ma di cui non necessariamente al giorno d’oggi si ha memoria o, nel caso peggiore, di cui non si conosce neanche l’esistenza. Tra i tanti, ci premuriamo qui di offrirvi, in ordine di uscita, una selezione di film – otto, per l’esattezza – che dovreste prima o poi recuperare (intanto, ci basta che ve ne ricordiate). Si tratta di opere assolutamente essenziali e innovative, vette indiscusse di maestri che con la loro presenza hanno scritto la storia del festival francese.


IL TERZO UOMO (1949, di Carol Reed)

the third man

Uno scherzo? Forse sì, ma neanche troppo. Del capolavoro di Reed, premiato a Cannes con il Gran Prix ormai settant’anni fa, si parla sempre meno (e spesso resta persino tagliato fuori dalle classifiche sui migliori titoli premiati a Cannes). Il terzo uomo gode di interpreti straordinari a ricoprire ruoli emblematici, il più importante dei quali è quello di Harry Lime, con nientemeno che il volto di Orson Welles. A rincorrerlo in scene memorabili lungo le fogne della Vienna post-bellica, il protagonista Holly Martins, con quel Joseph Cotten nei suoi panni che era stato reso grande proprio accanto a Welles in Quarto Potere (1941). Un film che è stato un essenziale crocevia per la storia del Cinema, con una fotografia che esalta l’imponenza della città in spazi aperti rendendo omaggio al Neorealismo rosselliniano e, insieme, concedendosi agli sperimentalismi di un espressionismo che si palesa attraverso inquadrature oblique (Bertolucci ne saprà qualcosa in Il conformista, vent’anni dopo) e attraverso le ombre spigolose, gigantesche e sproporzionate che tanto piacevano al primo Cinema Tedesco. Che altro aggiungere? Assolutamente da recuperare.


QUANDO VOLANO LE CICOGNE (1957, di Mikhail Kalatozov)

quando volano le cicogn

La storia d’amore tra Boris e Veronika è costretta a interrompersi quando lui deve abbandonare Mosca, arruolatosi come volontario sovietico durante la Seconda Guerra Mondiale. La notizia della sua morte, prima, e la testardaggine di Veronika nel crederlo ancora vivo lungo tutto l’arco narrativo (nonostante il matrimonio obbligato col cugino per risolvere stringenti questioni finanziarie), in ultimo trovando pace nel volo di cicogne che era solita ammirare in giornate soleggiate con l’amato, costruiscono la struttura di un film insolitamente romantico per il Cinema Russo. Priva di retorica e di artefatte soluzioni improntate a improbabili happy ending hollywoodiani, la storia dell’umile Veronika apre con crudo realismo lo sguardo alle complicazioni del conflitto nella madrepatria (la macchina da presa si muove continuamente tra i quartieri distrutti di Mosca, osservando la sua miseria dilagante), senza però rinunciare a momenti di profondo lirismo e virtuosismo visivo: emblematico in tal senso è l’insieme di sequenze che combina il bombardamento nella vecchia casa di Veronika allo stupro da parte del cugino. Palma d’Oro meritatissima di un’annata in generale proficua per il Cinema.


SE… (1969, di Lindsay Anderson)

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Ci spostiamo ora in Gran Bretagna, dove Lindsay Anderson sforna una particolarissima Palma d’Oro, primo film di una trilogia dedicata al personaggio immaginario di Mick Travis (i titoli successivi sono O Lycky Man! e Britannia Hospital).  La rivolta all’interno della scuola privata del Cheltenham College, viziata dall’accumulo di soprusi a cui Mick decide violentemente di sottrarsi coi suoi compagni, è tra le più memorabili che il Cinema ha raccontato. A interpretare l’irascibile Mick c’è quel talentuosissimo Malcolm McDowell che muove i primi passi per poi affermarsi con Arancia Meccanica (1971). Ricca di scelte apparentemente controverse e di non facile interpretazione, con scene in bianco e nero che si sostituiscono spesso a quelle a colori, l’opera di Anderson si presta sicuramente a una visione ricettiva e attenta, alle letture plurime a cui la sua struttura vivacemente intellettuale lascia il campo.


M*A*S*H (1970, di Robert Altman)

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Neanche un film importante come quello di Altman dovrebbe essere qui, essendo pure stato ereditato dalle riletture personalissime di grandi autori (tra i vari, è bene citare Paul Thomas Anderson). Tratto dal romanzo di Richard Hooker, il film ha anche ispirato una serie omonima di successo, protrattasi per oltre dieci anni (in onda dal 1972 al 1983). Esattamente a cavallo con la fine degli anni Sessanta, in cui il grande Cinema Americano si era scoperto fragile e derelitto, Robert Altman fece il suo accesso nell’industria cinematografica da totale dissidente, affiancando in questo Dennis Hopper e Francis Coppola (seppur meno ribelle). La dissidenza, la ribellione di Altman era tutta nel suo M*A*S*H, che con totale disincanto aveva avvicinato il cinema di guerra e lo aveva piegato a una ironia feroce: i protagonisti, un gruppo di medici da campo durante la Guerra in Corea, fanno continuamente cose svergognate, prendendosi gioco dei capi militari, della guerra tutta, della religione, della morale. La tragicommedia a cui assistiamo mette ogni cosa in discussione, continuamente, e pure assistendo agli orrori inscenati (orrori reali, testimoniati da chi il conflitto lo ha vissuto), non possiamo far altro, tristemente, che ridere.


LA BALLATA DI NARAYAMA (1983, di Shohei Imamura)

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In un piccolo villaggio rurale, nell’Ottocento, i figli accompagnano i genitori che hanno compiuto il settantesimo anno di età sulla montagna di Narayama, dove attenderanno di morire e favoriranno la crescita prosperosa dei più giovani. In tanti mostrano il fianco nella ricerca di una forma congeniale a rappresentare la sofferenza umana. A questi non è però da ascrivere il maestro giapponese Imamura, il quale con una consapevolezza caparbia dell’operazione a cui si voleva cimentare, ha portato a compimento un’opera dalle vesti sacrali, dove silenzi immoti e prolungati per interi gruppi di sequenze e il lirismo di certa fotografia spezzano, e insieme accompagnano, la bestialità e la trasgressione del microcosmo umano che viene rappresentato. Il tutto è ancorato – e reso quindi più lucidamente sofferto – dallo sguardo antropologico e documentaristico, nient’affatto empatico, adottato da Imamura. Film indimenticabile, eppure a tratti dimenticato.


ADDIO MIA CONCUBINA (1993, di Chen Kaige)

addio mia concubina

Maestro indiscusso del Cinema Cinese (portato alla ribalta internazionale proprio grazie al suo contributo), Chen Kaige si appropria del melodramma e della sua rappresentazione, quindi della sua intoccabilità e inviolabilità nella tradizione cinese, per raccontare una storia irrespirabile di egoismi e gelosie morbose, inevitabilmente destinate a tracollare nella tragedia. Attraverso il percorso dei due attori protagonisti, Leslie Cheung e Zhang Fengyi, Kaige adotta visivamente stilemi occidentali senza mai diventarne schiavo e scadere nell’edulcorato. La sua è una materia fluviale che coraggiosamente racconta l’omosessualità e le atrocità e scelleratezze del governo di Mao. Premiato col FIPRESCI, con la Palma d’Oro a Cannes, e poi ancora al BAFTA e ai Golden Globe, il film è anche stato candidato due volte agli Oscar e al Premio César. Serve altro da aggiungere?


IL SAPORE DELLA CILIEGIA (1997, di Abbas Kiarostami)

il sapore della ciliegia

Il film Palma d’Oro del regista iraniano è, di quelli appena citati, il più semplice e minimale in fatto di struttura narrativa. E non è certo una novità per Kiarostami, il quale è sempre stato refrattario alla concitazione, all’idea di provocare sgomento e ansie nello spettatore e di veicolare immagini estetizzanti, senza tuttavia privarsi, allo stesso tempo, della portata di messaggi complessi e universali. Proprio nel Sapore della ciliegia è da rintracciarsi una delle riflessioni più significative dell’autore iraniano (e forse la ragione per cui questo film è da molti considerato il suo capolavoro), quella sul dono della vita e sull’idea di privarsene. Con una calma e un minimalismo che è soltanto proprio delle opere magiche di Kiarostami, il protagonista percorre quasi casualmente le strade sterrate del paesaggio brullo al di fuori di Teheran, avvicinando estranei che con la medesima calma rifiutano o accettano il triste incarico da questi richiesto. Il finale apertamente meta-cinematografico che richiama la complessa sperimentazione del suo autore sulla relazione tra finzione e reale, insieme alla poesia delicata di marca kiarostamiana, rendono Il sapore della ciliegia un film esemplare e fondamentale per conoscere panorami che nessun altro autore fino a quel momento aveva esplorato.


YI YI – E UNO… E DUE… (2000, di Edward Yang)

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Il Nuovo Cinema di Taiwan è senza dubbio tra i più importanti degli ultimi trent’anni almeno, e così non sarebbe senza l’apporto dei suoi tre cineasti più rappresentativi: il maestro Hou Hsiao-hsien, il più giovane anarchico e sperimentale Tsai Ming-liang, e Edward Yang. L’ultimo di questi è sicuramente ancorato a stilemi e forme narrative più classiche, se vogliamo, cioè a un cinema più occidentalizzato (del resto l’autore si è formato negli Stati Uniti e ha girato in lungo e in largo per l’Europa). Quel che colpisce di questo suo grande capolavoro dimenticato, premiato a Cannes con la Miglior Regia, è che ancora una volta dopo lo sforzo esoso compiuto col bellissimo A Brighter Summer Day (1994) Yang è stato in grado di creare un’opera fluviale di tre ore circa, perfettamente ritagliata su tre generazioni di una famiglia della classe media di Taipei, scandendone la quotidianità secondo un rigore che mai la fa debordare in sequenze noiose e superficiali. Tutto è cesellato nella giusta misura di momenti di tenerezza e dolore, di sorriso e angherie. Le immagini simmetriche e fisse di Yang sono il frutto di chi ha sempre la lucidità per controllare il proprio mondo tracimante di storie semplicissime e bellissime. Adesso, sta a voi recuperarlo, così che possiate godere di un’opera che, all’inizio del nuovo millennio, si è fatta carico del peso di un secolo di Cinema, alleviandolo con la sua smisurata leggerezza.

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