Mila di Christos Nikou – Fotografia di una nuova identità

Mila

Le mele fanno bene alla memoria” recita una vecchia credenza popolare, ed è forse per questo che Aris (Aris Servetalis), protagonista di Mila (Mele, 2020), film d’apertura della sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, non fa altro che mangiare questo frutto. Una terribile amnesia si sta diffondendo come un virus in tutto il mondo e Aris si ritrova una sera su un autobus senza ricordare più nulla della sua vita precedente. Non reclamato da nessuno in ospedale, l’uomo viene inserito in un programma per costruirsi una nuova identità; dovrà seguire le istruzioni che gli verranno comunicate tramite delle audiocassette e documentare ogni nuova esperienza scattando una fotografia.

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Una delicata distopia

Mila è il brillante esordio del regista greco Christos Nikou, già assistente alla regia di Yorgos Lanthimos in Dogtooth (2009) e Richard Linklater in Before Midnight (2013). Alle prese con il primo lungometraggio, il regista riesce a donare al proprio film un‘estetica suggestiva e riconoscibile, legando l’ambientazione distopica e straniante ad una sottile venatura umoristica che percorre l’intera pellicola. Gli ambienti sono dominati dai colori freddi e cupi, illuminati negli interni dalla luce calda delle lampadine elettriche, dando vita ad un interessante contrasto che si ripropone su più livelli. Così anche la musica irrompe a tutto volume quando meno ce lo si aspetta, spiazzando lo spettatore e creando un’atmosfera da sogno (o forse da incubo), sospesa e alienante. L’elemento conturbante e distopico viene però sapientemente stemperato da un delicato umorismo, che ci porta più volte a sorridere davanti a quella che potremmo definire, con le parole del regista stesso, una commedia drammatica che si carica di valenze allegoriche.

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Perdita e rinascita

Se infatti Mila parte dal racconto di una terribile quanto anomala pandemia, il film si concentra in realtà su una vicenda estremamente umana, affrontando tematiche dal carattere universale, che vanno ben oltre la contingenza della vicenda rappresentata. Del misterioso virus che si sta diffondendo a macchia d’olio causando la perdita della memoria in gran parte della popolazione non sappiamo poi molto, così come non abbiamo notizie esatte sull’ambientazione della vicenda, volutamente lasciata in un alone di indeterminatezza. La pellicola si concentra dunque totalmente sul suo protagonista, che viene ripreso, con sguardo freddo e distaccato, mentre svolge i compiti che gli vengono assegnati, in un’escalation di situazioni sempre più assurde e paradossali, che vanno dal re-imparare a guidare fino all’assistere un malato terminale negli ultimi giorni di vita.

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Il punto di vista esterno e privo di pathos con cui viene raccontata la vicenda sottolinea ed esalta lo smarrimento e la solitudine di Aris, incorniciato e isolato dalle riprese in 4:3. Mila è infatti prima di tutto un racconto sulla solitudine dell’essere umano e sulla perdita, che sia dei propri cari, dei propri ricordi, finanche della propria identità. Ma l’opera di Christos Nikou è anche una bellissima storia di rinascita, della riscoperta delle piccole cose quotidiane, del recupero di una curiosità quasi infantile verso la vita e verso l‘altro, conferendo al film quel tono delicato che lo contraddistingue. Così non possiamo che sorridere un po’ commossi davanti al protagonista che prova ad andare in bicicletta, prendendo a prestito quella di un bambino, o che si scatta una fotografia per immortale il primo giro in auto, dritto contro un albero.

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Album dei ricordi

Che cosa ci rende quello che siamo? Cosa succederebbe se smettessimo di ricordare? Questi sono gli interrogativi alla base della pellicola e a cui cerca di dare risposta il cineasta greco, riflettendo sul funzionamento della memoria e sul ruolo essenziale che i nostri ricordi e le esperienze che abbiamo vissuto, siano esse positive o negative, svolgono nella costruzione della nostra identità. E quanto conta in tutto questo la tecnologia? Siamo soliti utilizzare diversi strumenti tecnologici come sussidi della memoria, “per ricordare al posto nostro”, sembra suggerire il regista, che non casualmente sceglie di ambientare il film in un passato recente, per quanto indeterminato, privo della pervasività della tecnologia moderna. Il mondo di Aris è dominato piuttosto dalle audiocassette, dalle televisioni a tubo catodico, a cui rimanda anche la scelta del formato utilizzato, ma soprattutto dalle emblematiche Polaroid, con cui immortalare ogni nuova esperienza da custodire gelosamente in un album dei ricordi, “traccia fisica” della faticosa costruzione di una nuova identità. Ma per quanto lo desideriamo, è davvero possibile dimenticare?

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