Non guardate Snowpiercer – La serie Netflix | Recensione

Con Bong Joon-ho alla produzione esecutiva, ci si sarebbe aspettati qualcosa, almeno. Sua la regia di Snowpiercer del 2013 – con Chris Evans, Tilda Swinton, Ed Harris, Song Kan-ho – tratto dal fumetto post-apocalittico di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette. Aspettative tradite: sono note, e si dica semplicemente per conoscenza e non come forma di excusatio non petita, le difficoltà che la produzione e realizzazione della serie hanno affrontato (su Wikipedia un breve paragrafetto esplicativo).

Parliamo dunque di Snowpiercer – La serie, ideata da Graeme Manson per Netflix e rilasciata a puntate a partire dal 17 maggio 2020. L’archeologia è comune tra fumetto, film e serie: per un goffo tentativo di raffreddare artificialmente la terra, dopo un altrettanto artificiale e secolare riscaldamento, viene la glaciazione. L’umanità è sull’orlo dell’estinzione e a separarli solo il treno del Signor Wilford, un ricchissimo imprenditore che ha dato vita allo Snowpiercer, perennemente in viaggio in tutto il globo, dotato di riserve limitate ma sufficienti per diversi cicli vitali. Durante la partenza salgono a bordo dei “clandestini”, ovvero passeggeri non forniti di regolare biglietto, che vengono relegati negli ultimi vagoni dei mille e uno. Fuori il mondo è finito: dentro, le classi sociali riprendono un’esistenza radicale e feudale. Prima, seconda, terza classe (quella dei lavoratori) e infine il fondo. Il fondo vuole la rivoluzione.

Stesse premesse, diversa realizzazione (con un recupero eventuale e differenziato del materiale fumettistico). Il film racconta la rivoluzione-carneficina avvenuta quindici anni dopo la glaciazione, con tanto [spoiler] di palinodia finale (con la scoperta di un mondo ancora abitabile, il che forse è ulteriore allegoria). La serie invece la “crisi” di otto anni prima, cioè sette anni dopo la glaciazione. Diversi punti sulla linea temporale, il che potrebbe significare: 1) che la destinazione naturale della serie è il film; 2) che film e serie, e credo sia l’ipotesi più verosimile, non avranno contatti. 

Questa è una stroncatura

Di quale crisi? Nelle tre classi di testa ha avuto luogo, anni prima, un omicidio, che minaccia l’equilibrio politico del treno, che regge su una sorta di monarchia illuminata. L’unico che può risolverlo, secondo Melanie Cavill (Jennifer Connelly) – il “capo” dell’accoglienza -, è Layton (Daveed Diggs) ex detective e ideale “condottiero” del Fondo. L’occasione è preziosa perché pochissimi del Fondo possono muoversi per il treno, possono conoscerlo e organizzare la rivoluzione-risalita con delle conoscenze di ordine fattuale (mappatura, popolazione, sicurezza). I due personaggi sono di fatto i co-protagonisti, così come da trailer:

Il casus belli del “delitto” porta con sé la prima considerazione, en passant: Snowpiercer non è una serie strettamente distopica o postapocalittica, il che verrebbe di natura dagli archetipi. Si tratta di un giallo, piuttosto canonico e soprattutto confuso, con una incursione (tardiva) nel romanzo politico o politicante. Perché prima considerazione? Perché questo articolo è una stroncatura. Senza ulteriori convenevoli mi dirigo verso  l’elencazione dei difetti della serie, in modo piuttosto schematico, con l’obiettivo di persuadervi a non guardarla o, massimamente, qualora aveste avuto lo sprivilegio di guardarla, a ripensarci con disprezzo.

  1. “Dal regista di Parasite“, recita il Trailer. Ebbene, parliamo della regia (che per fortuna non è di Bong Joon-ho): assolutamente invisibile, nella misura in cui non fa altro che didascalicamente seguire la narrazione, senza scarto di alcun tipo. Una regia del tipo diffuso, “servile” al prodotto, perciò non inaccettabile in sé, se non che:
  2. La sceneggiatura rivela non solo degli enormi buchi o errori di trama (alcuni esempî eclatanti: [Spoilers] la morte di Josie, l’amante-amata di Layton, dopo una buffa lotta con Melanie, all’ep. 7; il salvataggio di Layton da parte del “gigante” poliglotta, che chissà come sapeva si trovasse lì, eccetera eccetera, alla puntata 9; l’attracco, nel finale di stagione, di un secondo treno al fondo, quando sarebbe bastato staccare qualche carrozza, espediente già utilizzato la puntata precedente) ma un certo imbarazzo nella messa in scena dei dialoghi, tra la soap opera latino americana, il teatro amatoriale e il romanzo confessionale. Imbarazzante anche l’incipit di ogni puntata, affidato a un personaggio diverso, consistente in un piccolo monologo con chiusa in “Snowpiercer, lungo mille e una carrozze”. Appunto, mille e una, il che ci porta alla successiva considerazione:
  3. Se la media lunghezza di una carrozza è ventisei metri, stando a google, – ammettendo addirittura che, essendo questo il treno-arca del Wilford-Noè, potrebbe essere molto più lunga – e le carrozze sono 1001, allora il treno è lungo almeno la bellezza di ventisei chilometri. Con ciò: come è possibile la continua e imperterrita e instancabile camminata dei personaggi? Come si trattasse di una decina, al massimo, di carrozze (così Melanie Cavill con tanto di tuta d’astronauta cerca di salvare il treno percorrendolo in forse una quarantina di secondi, dalla testa alla coda)? Forse un tentativo post-avanguardistico di esposizione del set? Non sia mai: piuttosto, l’incapacità di far sottoscrivere allo spettatore il famoso patto della “sospensione dell’incredulità”. La lunghezza è un grosso problema, ma anche l’altezza e la larghezza, soprattutto considerando lo squilibrio dimensionale comparando le carrozze (che possiedono, a rigor di logica tutte, un sottotreno per la manutenzione e come via privilegiata di passaggio): quella di testa sarà alta un paio di metri e larga il doppio; già la prima classe supera i tre per il doppio ancora della larghezza; abbiamo persino una carrozza-acquario che sembra prendersi lo spazio che le serve senza pensare all’incompatibilità con eventuali binari; per non parlare del ritorno a dimensioni accettabili, con tanto di corridoietti labirintici, per le carrozze dedicate alla scuola, alla infermeria, agli alloggi dei “frenatori”, cioè della vigilanza. Ma l’assurdo è raggiunto dalla carrozza notturna, il night club del treno, luogo “liminale”, antropologicamente parlando, del nostro mondo-lineare. Perché è de facto una discoteca su più piani, con tanto di cunicoli per lo spaccio: dieci, venti metri? Chi lo sa, e forse a chi importa. Nella puntata finale, per far una carezza stavolta a chi fa gli effetti speciali (generalmente non all’altezza), si vede bene che il treno è molto alto, sezionato in due parti. L’errore di fondo sta nella scenografia, nella composizione dei set, che mai tengono conto del bisogno dello spettatore di una coerenza spaziale.snowpiercer-netflix
  4. La fondamentale e in fondo spontanea sospensione dell’incredulità viene messa ulteriormente alla prova dal reparto attoriale, forse uno dei peggiori mai composti. Se non fosse per Jennifer Connelly e Iddo Goldberg (lo abbiamo visto in Peaky Blinders) saremmo di fronte alla versione americana di La casa di carta. A parte gli scherzi e le frecciatine: il protagonista Layton sfodera ben tre espressioni, all’insegna del nostrano F4, sorridente-basito, triste-basito, arrabbiato-basito. E l’unico elemento del volto a differenziare sono gli occhi, perché tra capelli rasta e barba curatissima da sospetto telemarketing il volto sembra in una persistente tensione da ceramica. Suo figlio (?) Miles eredita evidentemente queste caratteristiche, portando il suo personaggio, una sorta di genietto della fisica e precoce Robespierre, all’insignificanza. Ho citato Boris non a caso: manca la linea comica, non certo la linea-romantica: nello pseudo [spoiler] colpo di stato da parte del capo dell’esercito e della vice-Melanie Ruth (Alison Wright) un’improvvisa passione amorosa che si risolve presto in nulla, come d’altronde le numerose sottotrame. Se ne sarà accolta la produzione, perché, nel ruolo di [Spoiler] Wilford nella seconda stagione ci sarà niente popò di meno che Sean Bean, che significa che morirà, il Signor Wilford, per la seconda volta.

Il tutto, condito da una assenza, e chiudo, di problematizzazione della realtà. Un prodotto seriale può avere grossi e irrimediabili difetti da ogni punto di vista, regia, sceneggiatura, scenografia, attori, eppure funzionare, come avviene per 3%, serie Netflix brasiliana, e funzionare bene. Se Bong Joon-ho è sé stesso e non un prestanome avrà pensato a una socialità dell’arte, o a una politicizzazione, e invece qui nessuna riflessione sul clima, nessuna penetrazione nell’ontologia del postapocalittico, nessuna reale riflessione sul ciclo vitale delle forme di governo: la rivoluzione, il ribaltamento sono vuoti di significato, riescono perché non hanno speranza, riescono in quanto sono variabili di un gioco a due, a tre, a quattro, come fosse Risiko, o Monopoli. Non guardate Snowpiercer.

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