Segnale d’allarme – La mia battaglia VR | A teatro dentro un film

Il teatro è pieno. C’è chi sorride, bisbigliando qualcosa al vicino di posto, e chi sbadiglia, ogni tanto. E poi, un uomo – Elio Germano – emerge dal pubblico. Muovendosi come un’onda nel corridoio della platea, avanti e indietro tra le file, scherza con gli spettatori, coinvolgendoli nello spettacolo, e li chiama ad urlare il proprio nome, tutti insieme. E’ forte l’impulso ad unirsi a quel coro timido e confuso, ma la voce si blocca, proprio a metà strada tra gola e mascherina.

Nella Sala AcomeA del Teatro Franco Parenti di Milano, a separare uno spettatore dall’altro ci sono un posto vuoto e una barriera di plexiglas, ma “dentro” il visore VR le persone sono nuovamente – o ancora – quella massa di vite, sospiri, colpi di tosse e cellulari mai spenti che chiamiamo pubblico.

Tornare a teatro, finalmente. Tornare, per ripartire immediatamente verso altri mondi, una volta indossato il visore VR: la sala in cui ci (ri)troviamo è quella dello Spazio Tondelli di Riccione, e la ripresa è stata effettuata il 28 febbraio 2019.

La mia battaglia, spettacolo teatrale scritto da Elio Germano a quattro mani con la drammaturga Chiara Lagani, diventa (un) Segnale d’allarme, film in VR, diretto da Germano e Omar Rashid, fondatore, nel 2003, del progetto multimediale Gold. 

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Elio Germano con Omar Rashid: la casa di produzione cinematografica Gold Productions realizza film in VR, AR e video a 360°.

Lo spettatore, a piccoli passi, si immerge nell’opera teatrale, divenendone parte, attraverso un meccanismo di doppio smarrimento. Se la VR implica una graduale dissociazione percettiva e uno iato sensoriale, l’energico monologo induce uno scardinamento dei valori della morale.

La narrazione centripeta e fagocitante conduce, attraverso i vuoti luoghi comuni della parola, in un vero e proprio luogo comune della mente, che ci ingloba senza possibilità di ritorno (e di reazione).

Elio Germano è un uomo della folla, che la folla rappresenta, che a tutti sembra parlare e di tutti parla. I vezzi della stand-up comedy rendono l’atmosfera scanzonata, e gli spettatori, abbandonate le rigide vesti del pubblico teatrale formale ed austero, si lasciano trasportare in facili risate dalle battute sui politici influencer, sulla società delle chiacchiere, sui giovani che rincorrono sui social un’immagine artefatta ed effimera.

[SPOILERS AHEAD]

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Il pieno coinvolgimento degli spettatori, chiamati a raccontare un po’ di sé stessi a un microfono che gira nella platea, nasconde una dinamica subdola: pian piano, quello che appare come uno stimolo aggregativo e comunitario senza finalità nascoste si rivela invece un raffinato congegno ideologico, uno strumento persuasivo vorace di consenso, che inganna la logica, manipolandola.

Elio Germano – Miglior Attore alla Berlinale 2020 per Volevo Nascondermi, straordinario in Favolacce – interpreta con padronanza un testo complesso, che lentamente, ma inesorabilmente, si condensa e cambia forma: l’iniziale lingua colloquiale e spiccia, basata sulla continua relazione col pubblico, si trasforma, in un crescendo costante, in frusta e magniloquente retorica patria di regime, realmente tratta da La mia battaglia di Adolf Hitler.

La co-autrice Chiara Lagani, drammaturga e fondatrice della storica compagnia ravennate Fanny & Alexander, non è nuova all’indagine sui linguaggi del potere e la manipolazione di massa, come ci ha raccontato in un’intervista regalataci a febbraio, aggiungendo, proprio riguardo La mia battaglia:

Il potere viene preso tramite una lenta ascesa basata sulla retorica: le persone si trovano ad aver applaudito, senza rendersene conto, una battuta a metà tra un discorso qualunquista e condivisibile, ed il puro nazismo. Quando se ne accorgono è ormai troppo tardi. Disegniamo una parabola di potenzialità: le forme di populismo hanno delle derive incredibili e rischiose.

C’è un fantasma nero che aleggia dentro l’identità collettiva del nostro popolo, che nei corsi e ricorsi della storia inevitabilmente torna e si ripete. Per comprenderlo va riconosciuto come una forza non esterna, ma interna a noi. La saggia accettazione del fatto che l’umanità incuba queste larve, che si manifestano periodicamente, è l’antidoto per liberarsene.

Il valore più grande del testo è forse il mostrare come la seduzione autoritaria e la conseguente caduta libera verso il grottesco si nasconde nel dare l’illusione, a ciascuno, di avere pieno potere sul proprio pensiero, sulla propria morale, libera da costrutti sociali. Ma è davvero così?

Se l’ingranaggio è affascinante, un dubbio risiede invece nell’idea registica, che sfocia in una vera e propria ri-messa in scena del nazismo: il rischio è che l’estremizzazione ideologica comporti un affievolirsi del sentore di minaccia, della tensione dovuta alla scoperta del seme d’odio che si annida, incancrenito, in ciascuno di noi.

Una volta tolto il visore, il silenzio grava pesante sulle persone in sala, spettatori ora diversi da quelli di cui ci si era quasi abituati a sentire il respiro, a sbirciare le reazioni. La necessità è quella di igienizzare la mente da quei pensieri sporchi, che forse a qualcuno erano davvero parsi condivisibili, magari per una frazione di secondo. E poi igienizzare le mani, per tornare alla vera realtà, anch’essa divenuta virtuale.

Il margine tra teatro e realtà virtuale, che appare quasi come un confine, più che come un legame,  oggi più che mai si dimostra funzionale in termini di necessità di immersione. Poiché, paradossalmente, è proprio nella realtà virtuale ed intangibile di Segnale d’allarme che ritroviamo una vicinanza umana a lungo perduta, un contatto fisico che appare quasi indecentemente presente. Almeno finchè non si abbassa lo sguardo sul proprio corpo, scoprendo una sedia vuota.

La mia battaglia

Segnale d’allarme regala un’esperienza capace, attraverso i visori, di esplorare una nuova prospettiva di spettatorialità. Non è teatro – né vuole esserlo – perché quell’energia vibrante che scaturisce dalla percezione del corpo vivo dell’attore vive nel suo essere non solo unica, ma anche irreplicabile. Ma non è neppure cinema, poiché lo sguardo diegetico viene abolito, e lo spettatore smette di essere tale, poiché è attivamente partecipe della visione e dell’utilizzo del medium.

La VR è qualcos’altro, è un universo dai confini fluidi e non circoscrivibili che si evolve con velocità sorprendente:  la vocazione crossmediale rende le  potenzialità di fruizione e partecipazione di questo medium ancora tutte da esplorare, o addirittura inventare (Birdmen, in questo senso, è andato in avanscoperta con Frontiere virtuali – Da “The Last of Us Pt. 2” al VR | Sul cinema e il videogiocoRealtà virtuale, una proposta sempre più concreta: nasce a Bologna il primo centro VR | Intervista a Simone Salomoni, tra i soci fondatori).

Solo il futuro saprà svelarci dove questa nuova strada potrà portarci. Il passato, invece, deve ricordarci da dove veniamo, e quali errori non commettere nuovamente.

Omar Rashid
Il regista Omar Rashid con Birdmen Magazine alla 76° Mostra del Cinema di Venezia: Segnale d’allarme è stato presentato alle Giornate degli Autori.

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