#BirdmenConsiglia: 5 cortometraggi italiani da vedere in rete

Quasi mai oggetto di una critica sistematica, i cortometraggi rappresentano il punto di partenza di numerose esperienze creative, il terreno di lancio per nuove sperimentazioni; anche un genere autonomo e saldo, mezzo di espressione primario di molti cineasti. La visione dei cortometraggi è spesso associata esclusivamente ai Festival, a proiezioni occasionali e rare. In realtà, con una attenta ricerca, online si può trovare molto materiale di grandissimo interesse. L’articolo vuol essere una galleria “commentata” di cortometraggi italiani disponibili attualmente in rete.

«Birdmen Magazine» è impegnata come partner ufficiale in diversi festival cinematografici dedicati ai cortometraggi, tra cui Concorto Film Festival, Pentedattilo Film Festival e Ce L’ho Corto Film Festival. Per il Pentedattilo Film Festival ha proposto, durante le ultime tre edizioni, le recensioni di numerosi cortometraggi, in un’operazione del tutto inedita nel panorama critico italiano.


Acqua passata, di Chloé Barreau (17′, 2000)

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Riscoperto dal progetto Carboluce è il cortometraggio di Chloé Barreau Acqua passata, un Rashomon di interviste a quattro voci che ripercorre un viaggio erotico e, in un certo senso, divertente, in una notte d’estate alle terme di Saturnia. Il punto di vista su una storia non è mai univoco, per questo motivo le quattro voci – tra cui compare un giovanissimo Riccardo Scamarcio – raccontano la propria versione del viaggio in tre capitoli. Le interviste raccolgono dettagli, sensazioni, ambigui sentimenti, momentanei fastidi, desideri, e lo straordinario montaggio assembla, ricostruisce, giustappone e contrappone i racconti imbarazzati ed ironici. Il film, scritto e diretto da una figura in scena, sembra voler esorcizzare, rivivere con uno sguardo più libero e aperto l’accaduto, sembra volersi chiedere in una domanda: « che è successo? ».

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Da qui sopra il mare, di Mauro Santini (10′, 2003)

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Come il resto del cinema di Santini, anche Da qui sopra il mare non ha una sceneggiatura, bensì nasce da un fatto vissuto, si direbbe da un momento epifanico: è un cinema dunque con una forte base esperienziale, come lo stesso regista dice del suo lavoro: «una sorta di diario quotidiano». In questo caso è l’affacciarsi «alla finestra di una casa abbandonata» lo spunto da cui muove il cortometraggio, costituito da immagini «vere», registrazioni di una realtà alterabile soltanto attraverso rallentamenti, sovraesposizioni e sfocature, nonché le deformazioni cinematografiche che Santini utilizza per accordare l’immagine al sentimento/stato d’animo verso di essa. I luoghi visitati da questo diario visivo sono stanze, corridoi, muri che riflettono una dimensione passata – o altra -; prevale un gesto di estrazione che tenta di incastonare il tempo nella composizione filmica, di fermarlo con la propria sensibilità prima umana e poi artistica. Un gesto equiparabile a quello dell’atto scrittorio, dove la penna che si imprime sulla carta con una certa pressione corrisponde alla fissazione per immagine sulla pellicola. Da qui sopra il mare parla un linguaggio in apparenza “smemorante”, pronto a disfarsi nel giro di un taglio di montaggio, sebbene l’operazione voglia essere il contrario: il recupero e il ritrovamento di schegge della memoria nelle pieghe del passato.

Riassumere qui l’opera di Mauro Santini sarebbe un’impresa ardua che meriterebbe altra sede; qui sotto il link al suo profilo Vimeo, per passeggiare nel suo sguardo.

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Ogni roveto un dio che arde, di Giorgiomaria Cornelio e Lucamatteo Rossi (21′, 2016)

«Non truccheremo di senso anche queste rovine», recita la voce di Lucamatteo Rossi: quali rovine? La risposta risiede nel primo piano che incornicia il proposito: le rovine, o macerie, dell’immagine cinematografica da rifondare e rigenerare. Ecco il senso del pellegrinaggio come ricerca di un nuovo significato, di una nuova origine da cui partire, di una nuova narrazione, in questo caso agiografica, cosparsa di nomi e figure che punteggiano il racconto. Ogni roveto un dio che arde si potrebbe definire un film amorfo, senza contorni netti e precisi, pronto a rimodellizzarsi, ad alterare la sua morfologia come la parola e la memoria. Il racconto del pellegrino – un’agiografia di fantasia – s’innesta su immagini rappresentanti spazi vuoti: una casa in rovina, dei rami attraverso cui filtra la luce del sole, delle travi viste dal basso dietro cui si staglia un cielo bianco e lattiginoso, infine una porta abbattuta che dà sul vuoto, paradigma fin da subito dello sguardo – una cripta scoperta – con cui i due cineasti (Giorgiomaria Cornelio, classe ‘97, e Lucamatteo Rossi, un anno più grande) decidono di impostare la loro narrazione atemporale e testimoniale.

Il cortometraggio è stato presentato nel 2016 alla 52esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro nella sezione Satellite, oltre che al Rencontres Internationales Paris / Berlin | nouveau cinéma et art contemporain.

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In fieri, di Benedetta Sani (7′, 2018)

«Di cosa che è in via di farsi, non ancora compiuta o addirittura in fase di ideazione o di progettazione», la definizione che dà la Treccani dell’espressione In fieri, titolo del cortometraggio di Benedetta Sani presentato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro dello scorso anno. La cosa che è in via da farsi viene descritta dalla stessa autrice nella sua introduzione al film: «Forse è proprio la nascita, o la caduta, il primo grande momento di passaggio e quindi di scontro a cui siamo chiamati», per questo il momento della nascita, massima transizione dal non-essere all’essere, è l’oggetto del racconto. In realtà sembra chiaro alla visione che la parola «racconto» sia inappropriata per il tipo di lavoro fatto dalla Sani; si tratta evidentemente della visione di un ricordo, di un’operazione tecnica che si fa scandaglio del passato per riscoprirlo in immagine. Infatti l’immersione nella dimensione memoriale viene guidata dall’accostamento di frammenti transitori, istanti di passaggio dell’esistenza che, prelevati dall’archivio della memoria, grazie al montaggio, fanno «venire alla luce» il film. Si tratta di un’esperienza audiovisiva al massimo grado, poiché sono i colori e i suoni i mezzi con cui chi guarda ripercorre il sentiero della creazione, tra le note di un piano, lo sferragliare di un treno e le rifrangenze provocate dai raggi del sole.

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Umbral, di Maria Lissoni e Giovanna Colagrossi (6′, 2020)

Umbral significa letteralmente «soglia», «uscio», potrebbe quindi figurare sia una via di entrata che di uscita, un cerchio, un movimento rotatorio infinito. Nella tradizione mitologica brasiliana è anche il corrispettivo del concetto cristiano di purgatorio, cioè il limbo dove le anime transitano dall’inferno al paradiso, nel cortometraggio tra Londra e Rio de Janeiro. Maria Lissoni e Giovanna Colagrossi congiungono la tecnica del found footage ad alcune riprese “domestiche” per ricomporre, attraverso un montaggio magmatico, un mito della creazione nel caos della metropoli contemporanea (nel film compaiono, ad esempio, frammenti da Derek Jarman, David Wojnarovicz, Godfrey Reggio e Guido Seeber). La struttura del film è circolare, come il moto di nascita e distruzione che tenta di tracciare. Il corpo in apnea in posizione fetale della stessa Colagrossi, la creazione di un nuovo codice linguistico veicolato da una poesia in stile dadaista, l’aneddoto di uno sdoppiamento identitario e la riproduzione (o ri-nascita) di vecchie immagini e dei loro abitanti si inseriscono in un binario in direzione di ritorno, di riproduzione ossessiva dello stesso percorso visivo (come recita la voce all’inizio del cortometraggio «Death is a renovating breath»): creazione, morte e rinascita.

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