Silvio Castiglioni e I Sacchi di Sabbia – La tragedia più antica del mondo all’Auditorium di San Tommaso
Ha ancora senso rappresentare la tragedia più antica del mondo nel 2023 a un pubblico perlopiù composto da universitari ventenni? Il novembre all’Auditorium di San Tommaso, questa domanda l’hanno posta I Sacchi di Sabbia insieme a Silvio Castiglioni, interprete de I Persiani di Eschilo. La tragedia più antica del mondo, produzione di Celesterosa.
Con la consapevolezza postmoderna del tutto è già stato raccontato, portare in scena una tragedia greca diventa un processo delicato e rischioso: Eschilo mette in scena la tragedia ad Atene dopo soli otto anni dalla vittoria ateniese di Salamina contro i persiani, quando per il popolo la storica battaglia non fa ancora parte della Storia ma è percepita come una storia recente. Oggi è facile che questo testo venga percepito come distante dal proprio presente ma anche dalla propria intimità, al massimo reminiscenza delle ore di letteratura greca al liceo, le volte in cui risuonano nella mente alcuni nomi – Dario, Creso, Serse, Artaserse – lontani nello spazio e nel tempo.
Per colmare questo gap, Castiglioni affida l’azione scenica a oggetti animati: tanti parallelepipedi rivestiti di stoffa, che assomigliano ai contenitori di tetrapak del latte, diventano il popolo persiano, vecchi soldati divenuti consiglieri, l’esercito schierato, un ambasciatore che annuncia la disfatta di Salamina, perfino la regina, suo figlio Serse e Dario, defunto padre e re. La scenografia viene creata e incarnata dal performer nel farsi dello spettacolo: i parallelepipedi vengono mossi, spostati, disposti simmetricamente, fatti cadere e ruotare su strisce di cartone, illuminati da fasci di luce, oscurati dalle ombre. Prendono vita con le parole e i gesti di Castiglioni che narra il punto di vista degli sconfitti che troppo hanno osato.

La semplicità di queste sculture geometriche di stoffa rimanda al grado zero della condizione umana: la figura umana viene destrutturata e riportata alla sua essenza, connessa con la verità e l’autenticità dell’infanzia e del gioco. Gli oggetti ricordano così agli spettatori una dimensione e un tempo altrettanto lontani ma ancora vitalmente presenti e fatti affiorare alla memoria. Castiglioni compie azioni essenziali, come quelle di un bambino che gioca, ma con la cura e la precisione del performer: è l’immediatezza di questa azione stratificata che rende possibile il qui e ora della tragedia più antica del mondo.
Castiglioni non è solo attore che muove gli oggetti sulla scena ma, con un rimando alla super marionetta di Gordon Craig (“L’arte del teatro. Il mio teatro”, CUE PRESS), fa agire gli oggetti agendo lui stesso: si posiziona in modo tale da creare uno sfondo su cui risaltano le sculture, incarna il defunto Dario reso attraverso un velo e un gioco di luci che illuminano il volto dell’attore in modo spettrale. Il qui e ora assume ancora più concretezza quando nel finale della performance un gruppo di universitari raggiunge Castiglioni sulla scena: il gruppo si raduna intorno all’attore, ognuno con una piccola luce in mano, mentre al momento del lamento funebre diventa il coro che trova unione nella particolarità del singolo che lo compone.

Dicono che i classici continuano ad avere qualcosa da dirci ma siamo noi che non li ascoltiamo. Forse il segreto è come ci vengono raccontati. Come quando eravamo bambini e, piccoli, iniziavamo ad approcciarci al mondo, enorme, attraverso il gioco: una dimensione protetta in cui essere curiosi e sperimentare la realtà. Il senso di rappresentare la tragedia più antica del mondo nel 2023 a una platea di ventenni è lo stesso con cui Eschilo aveva narrato agli ateniesi un presente vivo e non mitico: spingere alla curiosità, che implica una presa di consapevolezza e responsabilità – quindi una cura – nei confronti del presente.
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