Doctor Sleep – Ritorno all’Overlook Hotel

Si può dire che nel corso degli anni, l’Overlook Hotel, con tutti i suoi orrori e misteri, sia sempre rimasto un’ossessione costante nella carriera di Stephen King. Un cruccio nato da una trasposizione, quella kubrickiana, mai veramente capita o accettata dallo scrittore del Maine, e proseguito – dopo una fallimentare miniserie televisiva sceneggiata dallo stesso King con lo scopo di “rendere giustizia” al libro tradito – con il romanzo Doctor Sleep, seguito ufficiale di Shining e tentativo definitivo di riappropriazione da parte dell’autore di quell’opera tanto bistrattata.

È qui, nella necessità di fare, forse definitivamente, i conti con questo passato, che si pone il Doctor Sleep di Mike Flanagan. Un film capace di guardare tanto alla fonte letteraria che l’ha partorito quanto a quel modello filmico inarrivabile che ha segnato per sempre l’immaginario collettivo e la storia di un intero genere, trovando una mediazione fin’ora ritenuta impensabile.

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Nelle mani di Flanagan, il film diventa così il terreno elettivo per far incontrare, senza troppi scossoni, l’esperienza letteraria con il mito cinematografico. Del resto, il regista ha già alle spalle un (bel) riadattamento kinghiano come Il gioco di Gerald, film capace di essere originale pur senza snaturare il testo di partenza, e una serie Netflix di successo (Hill House) tratta da un libro a sua volta ispiratore di Shining (proprio dal romanzo di Shirley Jackson veniva l’idea della casa stregata come entità “viva” e malvagia). Un mito, quello dello Shining di Kubrick, che incombe minaccioso lungo tutta la pellicola, e che Flanagan, consapevole dell’inevitabilità del confronto, decide di affrontare a viso aperto, gettandosi nel citazionismo più sfrenato in un prologo e, soprattutto, in un epilogo gonfi di luoghi ritrovati, flashback orrorifici e terrificanti ritorni alle origini.

D’altronde, è proprio attorno al concetto di ritorno alle origini che si colloca – da Oculus alla stessa Hill House – tutto il cinema di Flanagan, un cinema attento e sensibile ai rapporti famigliari, al peso del rimosso e a tutti quei fantasmi interiori fatti di depressione e dipendenza che regolano i destini dei suoi sfortunati protagonisti. Non è allora un caso che l’operazione del regista acquisti maggior senso proprio quando si scosta dal mito e si approccia alla pagina scritta, restituendo a temi come l’alcolismo, la famiglia e la paternità tradita/ritrovata – temi da sempre cari a King e alla base già del suo Shining – il ruolo centrale che Kubrick aveva sempre negato loro.

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Dan Torrance (Ewan McGregor) è un ragazzino ormai invecchiato ma rimasto idealmente intrappolato in quell’albergo sui monti del Colorado, mentre nuovi bambini estremamente dotati rischiano di essere ancora una volta fagocitati da un male famelico e (forse) immortale. Ecco allora come allucinazione e realtà, spettri e traumi infantili tornano ad abitare spazi che, prima di tutto, sono un terribile luogo dell’anima, manifestazione di un ritorno a casa estremamente prossimo a quello di Hill House, che ha il sentore di una seduta spiritica collettiva, attraverso cui confrontarsi con il proprio passato (anche quello cinematografico), con la propria capacità di vivere e, soprattutto, di (saper) morire.

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Possiamo soprassedere su quanto la parte finale, tradendo il libro per esaltare il cult cinematografico, rischi di perdersi nelle sue eccessive strizzate d’occhio (in un gioco cinefilo che non a caso rimanda a quello già messo in scena da Spielberg nel videoludico Ready Player One). Al di là di questo infatti, il vero problema è semmai nella materia stessa di un romanzo con più di un difetto, condannato a girare spesso a vuoto, in una corsa e rincorsa estenuante tra buoni e cattivi, dipendenza e salvezza, vita e morte.

Limiti che Flanagan riesce però, in parte, ad aggirare, arricchendo e rendendo più unitario e rigoroso quell’anomalo on the road metafisico e, soprattutto, tracciando un ponte ideale tra due esperienze solo apparentemente agli antipodi, solo apparentemente lontane dalla sensibilità del giovane autore. Autore che, se ancora ce ne fosse bisogno, si conferma non solo il regista più kinghiano in circolazione, ma uno dei registi di genere più interessanti e originali degli ultimi anni.

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