Finalmente i Fantastici Quattro che meritiamo
Sembrava impossibile e francamente fuori tempo massimo un quarto rilancio cinematografico dei Fantastici Quattro, dopo il B movie scult del 1994, i due patinati lungometraggi tra 2005 e 2007 e soprattutto l’inqualificabile incubo sintetico del 2015. Fuori tempo massimo perché i film Marvel sembravano aver preso una direzione totalmente inconciliabile con l’immaginario della prima famiglia di supereroi, nata nel 1961 dalle menti di Stan Lee e Jack Kirby e capace di dare il via ad una rivoluzione culturale plasmata tra carta, inchiostro e colori. Eppure finalmente, dopo trent’anni di tentativi caduti nel vuoto, il secondo Quartetto più famoso degli anni ’60 – i primi sono ovviamente i Beatles, ma ci torneremo – ha una sua degna ed efficace trasposizione su grande schermo, che risente ovviamente del tempo trascorso e non nasconde, anzi, amplifica tutto il portato nostalgico e programmaticamente inattuale che gli F4 continuano ad avere dentro e fuori le pagine dei fumetti.

Perché il vero “problema” dei Fantastici Quattro è che sono e restano le creature di Lee e Kirby più intrinsecamente ancorate all’epoca che le ha generate. Le vicende di Reed, Sue, Johnny e Ben sono figlie di quell’idea degli anni ’60 come epoca dello sguardo sul domani, verso l’immensità e l’esplorazione inarrestabili, capaci di dialogare con una cultura popolare che aveva nell’immaginario al limite del lisergico il territorio ideale per rendere quelle storie – forse davvero le più belle dei padri della Marvel – il controcanto delle aspirazioni di una generazione di lettori. Quella spinta si è però esaurita col tempo: dagli anni ’90, proprio con l’arrivo “dal vivo” del Quartetto sullo schermo, il ruolo dei Fantastici Quattro nell’Universo Marvel denunciava la loro inattualità, il loro essere esclusi dal presente, incapaci di collocarsi in un insieme narrativo che nel rappresentare «il mondo fuori dalla finestra» non aveva più davvero spazio per la spinta originaria degli anni ’60.

Così l’inevitabile portato nostalgico. I Fantastici Quattro – Gli inizi (pessima traduzione, visto che quel First steps ha più di un risvolto narrativo) si ambienta infatti in un 1964 impossibile, radicalmente alternativo, plasmato da quell’immagine che degli anni ’60 si aveva proprio durante quello stesso decennio. Nel Baxter Building l’arredo ha il design retro-futurista che si colloca a metà tra 2001: Odissea nello spazio e la serie animata The Jetsons (entrambi figli degli anni ’60), il tutto ammantato da un lavoro sul profilmico che non nasconde la sua componente narrativa: basti guardare i bordi del quadro filmico, per tuta la durata leggermente grandangolati a ricordare l’immagine dei televisori dell’epoca, per altro presentissimi nel film. L’effetto è simile a quello del “ritorno” nel 2023 deli altri Fab Four, i Beatles di cui si diceva sopra, col “nuovo” singolo Now and Then, fatto della stessa sostanza di cui era fatto il sogno degli anni ’60. Tutto questo nel film è sufficiente a rendere verosimile il ruolo del Quartetto nello scacchiere politico globale raccontato, trasformando la famiglia in un’entità diplomatica sovra-nazionale anti-sovranista che prende il posto di un’America che ha appena perso Kennedy e che ha trovato in Reed Richards il padre salvatore capace di risolvere ogni cosa.

Proprio la normatività familiare rappresentata plasticamente dal Quartetto sembra oggi fuori tempo massimo, eppure il lavoro sui personaggi riesce costantemente a metterne in crisi la solidità endemica. In particolare, l’interpretazione in sottrazione di Reed Richards da parte di un Pedro Pascal sempre in parte nonostante il look ormai “identitario”, riesce a tingere Mr. Fantastic di quella devastazione tutta interiore ricavata soprattutto dal ciclo di storie del 2009 a firma di Jonathan Hickman – Risolvere ogni cosa, appunto -, dove l’impotenza del personaggio arriva a frantumarne ogni certezza. A farvi da contraltare, Vanessa Kirby è la Susan Storm finalmente convincente che riesce a canalizzare più di 60 anni di evoluzione di un personaggio che ha saputo, di saga in saga, mettere in discussione il proprio ruolo narrativo insieme a quello sociale.

E se appare più sottotono l’approfondimento di Ben Grimm – forse per ragioni d’attualità, vista la sua caratterizzazione così incentrata sulla comunità ebrea newyorkese – il ruolo di Johnny Storm illumina (letteralmente) più di un momento del film: tralasciando il suo non molto credibile exploit da linguista à la Arrival, Johnny riesce in più di un’occasione a dimostrare l’importanza del suo ruolo nel Quartetto, confermando per altro di essere uno dei personaggi Marvel più potenti in assoluto – come può testimoniare chi ha giocato al vecchio Marvel: Avengers Alliance per mobile -; la danza a due tra Johnny (qui più simile a un Potsie Weber che a un Fonzie) e Silver Surfer/Shalla-Ball veicola con efficacia l’idea che l’etica è prima di tutto una questione di traduzione e di reciproca comprensione.

Un applauso va alla solidità e alla consapevolezza visive di Matt Shakman, regista dal curriculum (televisivo) di tutto rispetto – sua l’intera regia di WandaVision – che tornato al grande schermo ha saputo rendere con maestria l’immensità del cosmo Marvel come lo immaginava Jack Kirby, riempiendolo con un Galactus strabordante e spaventoso, costruito sì attraverso il design del Re del fumetto, ma con anche uno sguardo al lavoro fatto da Alex Ross sulla miniserie Marvels e da Kenneth Rocafort sulle pagine degli Ultimates scritti da Al Ewing. La sfida complicatissima lanciata da Stan Lee a Kirby nel 1966 – «Have them fight God» si narra fosse il soggetto di Fantastic Four #48 – viene colta anche da Shakman che riesce a gareggiare in effetti di gigantismo cosmico persino con i Celestiali.

Pregio e rimpianto di questa riuscita dei Fantastici Quattro è il suo riuscire ad isolarsi quasi totalmente dal maxi-progetto del Marvel Cinematic Universe, rimanendo un raro film contemporaneo di supereroi godibile di per sé, senza la necessità di aver percorso gli intricati anni e anni di narrazione diffusa che si porta alle spalle; pregio sì, ma rimpianto perché fa pensare che un film del genere sarebbe potuto arrivare anche prima, senza tutte queste false partenze e occasioni sprecate, magari seminando in anticipo elementi che avrebbero reso questa quinta fase del MCU più solida e consapoevole. Certo, si è dovuta attendere la totale integrazione tra Disney e Fox, come per Deadpool & Wolverine, e proprio per questo ci si aspettano ora grandi cose dall’effettivo rilancio mutante dei prossimi anni.

Usciti dalla sala, dopo queste quasi due ore di immersione in una versione degli anni ’60 in perfetto e “tradizionale” stile Marvel, rimangono alcune riflessioni: innanzitutto, si conferma che nel MCU almeno tre realtà (se non forse quattro) hanno o hanno avuto i Fantastici Quattro; Michael Giacchino è ormai un monumento della cultura Pop; di fronte a un film dove la vita di un bimbo vale il rischio di un intero pianeta, non ci si può che sentir chiamati in causa ogni volta che si girano le spalle (o si scrolla un feed) davanti all’uccisione sistematica e quotidiana di decine di migliaia di bambini; fin da quel 1966, la domanda fondamentale a cui Reed – e l’Occidente con lui – non sembra trovare risposta è: sacrificare il futuro o condannare il presente?
‘nuff said
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