Weapons – Quando i bambini fanno la Naruto run
Maybrook è una cittadina uguale a tante altre nel cuore degli Stati Uniti. Appena esci dalla cacofonia delle grandi metropoli, le case da ammassate si allontanano e i giardini che le circondano assumono la stessa funzione dei fossati attorno ai castelli. In questi luoghi il concetto di comunità è un ricordo lontano, gli incontri sono fortuiti più che cercati e ogni intenzione di contatto è vista come un’invasione di privacy. A Maybrook persino la vita è anonima, è una cittadina da cui sarebbe meglio fuggire ma quella strada non è contemplabile. È quel genere di luogo dove non ti aspetti che possa succedere una tragedia, perché lì non avviene nulla a prescindere dalla sua connotazione, ma quando diciassette bambini appartenenti alla stessa classe si alzano dai propri letti alle 2:17 di un qualsiasi mercoledì ed escono di casa per correre (con le braccia ad aereoplano, in una versione più ordinata della Naruto Run) nel cuore della notte, la popolazione di Maybrook si trova a fare i conti con una ferita collettiva che tutti preferirebbero elaborare nella completa solitudine.
Weapons, il nuovo film di Zach Cregger che si sta già confermando il più che degno erede del successo di Barbarian (in un solo weekend al botteghino ha già incassato due volte il suo budget di produzione), si nutre di paranoia più che di paura, la tragedia è un punto fisso nel passato e ora è la ricerca di risposte parziali e necessariamente insoddisfacenti a guidare i cittadini nella speranza di trovare un’oasi di conforto nel deserto del loro dolore. I genitori accusano la maestra Justine (Julia Garner, una delle grandi protagoniste di quest’estate cinematografica anche grazie a I fantastici quattro), mentre lei cerca risposte da Paul (Cary Christopher, vincitore all’età di sette anni di un Daytime Emmy), l’unico bambino che – per uno strano gioco del destino – è stato risparmiato da quella follia notturna. C’è chi disegna mappe per capire le traiettorie dei bambini, chi si rifugia nell’alcol e chi insegue la ricompensa offerta dalla polizia in caso di nuove piste per il proprio tornaconto.

Fin dalla feroce battaglia per i diritti di Weapons quando ancora era una semplice sceneggiatura (talmente aspra e combattuta che Jordan Peele ha licenziato il suo team dopo aver perso), il film è stato descritto come un epico horror a Magnolia di Paul Thomas Anderson e se indubbiamente si tratta di un accostamento capace di risvegliare anche il cinefilo più assopito, non si tratta certo di quello più accurato. Weapons è molto più contenuto e ordinato rispetto al film di Anderson, che abbraccia una splendida cacofonia, mentre Cregger sceglie dei capitoli rigidi dove ogni passo avanti narrativo assomiglia a una mossa precisa di una partita a scacchi di cui solo il regista e sceneggiatore sa le regole. Se è facile capire dove finirà il racconto, soprattutto se si è visto Barbarian, il vero piacere risiede nei punti di vista diversi che si incastrano e si complicano a vicenda per svelare mano a mano gli eventi di quella notte e i loro danni collaterali.
Nel panorama hollywoodiano che ancora sembra sottovalutare il potenziale degli horror nonostante dimostrino in continuazione la loro potenza al botteghino o che preferisce avere una versione “intellettualizzata” al fine di piacere anche a chi solitamente snobba il genere, Weapons offre un’astuta via di mezzo, capace di mescolare l’hagsplotation alle atmosfere grigie e dilaniate di Prisoners di Denis Villeneuve, in un’opera dove emerge fiero anche il background da attore e autore comico di Cregger. Non è un caso che lui e Jordan Peele, due dei più importanti autori horror di oggi giorno provengano dalla sketch comedy, perché i due generi per quanto possano apparire emotivamente agli antipodi giocano con le stesse regole, dettate da un tempismo millimetrico per plasmare le reazioni del pubblico.

In Weapons l’orrore non nasce con la sparizione dei bambini, ma fa parte del tessuto sociale di Maybrook da molto tempo, più di quanto chiunque dei suoi abitanti vorrebbe ammettere. È un malessere quotidiano, insito nelle stesse case che ora si riempiono solo di nuovi fantasmi. Il vero orrore però è il dolore, un vento implacabile, un mostro che non disprezza alcuna parvenza di cibo e che porta tutti i personaggi, le pedine del gioco narrativo di Cregger ad autocannibalizzarsi (metaforicamente, giuriamo di non aver spoilerato nulla del film). Difatti è dal dolore che è nato Weapons, dal tentativo del suo regista e sceneggiatore di elaborare la tragica morte dell’amico e collega sul set di Whitest Kids U’ Know Trevor Moore e di trovarvi per quanto possibile un senso, anche se la vita non risponde a simili leggi. È un sentimento disorientante che porta Maybrook a un punto di rottura con il passato e quando la luce in fondo al tunnel sembra avvicinarsi, iniziano i titoli di coda, impedendo una reale fuoriuscita da un macabro incubo.
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