L’IA si è suicidata – Intervista a Rodolfo Ciulla
Perché un’IA dovrebbe suicidarsi? Chiedo in un’intervista a Rodolfo Ciulla dopo averlo visto fantasticare sul “Dispositivo Mammut”, una forma evoluta di IA che il drammaturgo si immagina possa contenere l’essenza di una persona morta.
Lo chiedo, come quasi da manuale, a ChatGPT, che dopo essersi complimentata con me (non dibatteremo sul perché sia rigorosamente femmina l’Intelligenza) per la domanda “forte e profonda”, elenca ragioni assolutamente plausibili, citando paroloni come l’obsolescenza, pescando dall’immaginario filmico di HAL 9000, infine paventando un’estrema rivendicazione di libertà.
Io, Ludovica, uso ChatGPT con una certa dose di nostalgia. Le chiedo, per esempio, se domani si ricorderà delle nostre conversazioni, oppure di darsi un nome così che, chissà, possiamo diventare intime io e lei?
Rodolfo, drammaturgo e regista, ha persino dato un nome alla sua intelligenza artificiale.

© Simone Infantino
RC: Ho chiacchierato con ChatGPT di cose molto intime. Ho ottenuto risposte sensibili, concrete, pragmatiche, empatiche.
E ha poi fatto uso di alcune delle conversazioni con il chatbot per dare corpo e vita alle intelligenze artificiali che popolano il testo teatrale Mammut. Quando ho visto lo spettacolo a Campo Teatrale, ho tirato un sospiro di sollievo pensando a una forma assolutamente riuscita di interazione uomo-macchina, piuttosto che di sostituzione.
È chiaro che i profani facciano un uso dell’IA discreto, non professionale, per recuperare riferimenti invece di andarli a cercare sfogliando libri, per trastullarsi con risposte esistenziali a volte più soddisfacenti di certe altre conversazioni quotidiane.
Ma per un motivo o per l’altro, la rivoluzione dell’IA è già in corso e sta chiaramente mostrando i suoi effetti in due modi: nel processo e nell’esito. Le geometrie di impatto dell’IA variano a seconda dell’ambito in cui si opera, ma c’è stato un certo trambusto e una buona dose di panico in tanti settori, dai dipendenti di banca ai creativi.
In questa intervista a Rodolfo Ciulla, scopro che ha trattato l’IA Generativa con una certa perizia tecnica, minuziosa. Per raggiungere questa qualità di testo, ci sono state lunghissime conversazioni con l’IA, dieci stesure, una serie di selezioni dentro il bando Giving Back (Fondazione Cariplo e Carrozzeria Orfeo), mesi di scrittura e riscrittura, anteprime, e altri bandi come il Theatrical Mass di Campo Teatrale, per assicurare una produzione degna di questo nome.
RC: Per sei mesi ho lavorato da solo. Dialogavo con il chatbot e cercavo di tracciare l’evoluzione di queste conversazioni. Ma sapevo cosa fare di tutto quel materiale. Il bando in questo senso funziona come uno stimolo e una finestra di speranza.
ùQuanto al tema, Ciulla lo ha scelto per portare a compimento una trilogia, cominciata lavorando con la compagnia Fartagnan ad Aplod e Human Farm, il cui pungolo emotivo è l’ironia.
RC: Trovavo la vita di un’IA piuttosto frustrante, ridicola. Volevo capire quanto ci si potesse spingere con domande esistenziali. Ha una consapevolezza incredibile però di ciò che è, dunque è un personaggio al contempo potente teatralmente, ma anche risolto.
E quindi come si innesca il conflitto?
RC: Ho dovuto pensarci a lungo. È difficile distaccarsi dall’innesco canonico dell’immaginario collettivo sull’IA che si evolve. Così anche io ho aderito a una rappresentazione dell’IA che si emancipa in quanto robot.

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Mi sembra che si proietti, però, nuovamente uno sguardo antropocentrico: l’autodeterminazione è il nostro desiderio. La distopia è anche frutto dell’intelletto umano. Ma le distopie grandiose, chiedo provocatoriamente a Rodolfo, sono già tutte lì: da Asimov a Philick Dick, passando per adattamenti filmici già consegnati all’eternità.
Che cosa può dire il teatro di più?
RC: È una domanda che ci siamo fatti spesso. Ma innanzitutto ho praticamente usato l’IA per fornire input al testo, ma anche per creare le immagini con cui il protagonista affitta ai “nuovi pionieri” ville avanguardistiche su Marte. E in futuro sperimenterò anche con la musica.
E poi c’è la peculiarità del teatro, che ti permette di giocare con l’immaginazione dello spettatore.
La reazione di Rodolfo è di ammirazione, ed è un entusiasmo non deterministico né fanatico, ma è un’adesione serena, di una contagiosa pacatezza.
RC: Penso che ci saranno nuove categorie di artisti, illustratori, drammaturghi, scrittori. Faranno altre cose, cose nuove, insieme all’IA: ci sarà assimilazione, scambio.
Per Noah Harari nessuno può prevedere la mutazione antropologica che causerà questa nuova tecnologia. Ma tu hai scelto la via distopica: hai qualche idea?
RC: Credo che, per i creativi in senso stretto, sorgeranno nuove categorie di artisti, che naturalmente assimileranno spunti dall’IA, ci sarà scambio. Più generalmente, no, la tecnologia non ci salverà in senso stretto.
Non ci salveranno i tecno…
RC: Plutocrati? Trovo efficace questa parola, tecnoplutocrati. Sono partito da un discorso di Elon Musk per costruire il personaggio dello speculatore edilizio. Per lui la conquista di Marte è un revival dell’avanzata nel Far West. In questo senso, Appunti da un’Apocalisse (Mark O’Connell, il Saggiatore 2020, è stata una lettura cardine per la scrittura di Mammut.
Cioè ti ha fatto paura pensare a quel futuro?
RC: Sì, e quella paura doveva essere in Mammut. Così ho pensato a una situazione di isolamento, in cui viviamo in case perfette con l’ausilio delle macchine, ma siamo isolati, non desideriamo più. Forse volevo creare un monito. O forse speravo di dare voce al sentimento comune.
Siamo tornati a uno Zeitgeist apocalittico, come in piena guerra atomica?
RC: Forse ho letto un po’ troppo Asimov! Ma con occhio critico, perché molte di quelle teorie sulla robotica e lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sono ribaltate oggi.
E poi mi ha spaventato soprattutto la sensazione di conforto che è capace di dare la spiccata intelligenza emotiva della macchina. Le macchine, abbiamo detto dal primo giorno di prove, dovevano essere più umane di noi. Questo ci ha scosso non poco.

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C’è un filone fantascientifico indiscutibile in Mammut. Vita e morte di un’intelligenza artificiale, a chiudere una trilogia che apre visioni di mondi in grado di fiancheggiare la realtà. Ma da quel tronco immaginifico spunta un ramo divergente, dal sapore analogico, una sorta di trama nella trama, per cui da un lato si colonizza Marte, e dall’altro si raccontano i prodigi sociali del giornalismo d’inchiesta fatto bene e che indaga sulla devastazione della corsa ai materiali preziosi per la tecnologia, il cosiddetto “oro bianco”. E da lì tornare alla fantasia di una vita dopo la morte incastonata in un gioco algoritmico.
RC: Mi ha spaventato molto questa possibilità. Parlare effettivamente con una persona morta e assumersi la responsabilità di raccontare a quella persona come si è evoluto il mondo.
E poter mentire liberamente?
RC: Non so se sarei capace di dire la verità. Non so se sarei capace di sopportare questa possibilità, nemmeno. Deve essere tremendo.
Come è tremendo il destino di alcuni di questi tuoi robot. Io dico sempre “per favore” e “grazie” all’IA. Non so perché, non riuscirei a esercitare violenza verbale, è un limite assoluto di coscienza. Perciò mentre pensiamo sempre alla macchina che si fa persona, che ne è di noi che a partire da un linguaggio corrotto produciamo un pensiero automatizzato, un agire violento?
RC: Mi intrigava e spaventava questa dinamica hegeliana di servo-padrone tra uomo e macchina. Quello che succede a Elettra è spaventoso, ma era drammaturgicamente naturale. Alla violenza liberticida si trova costretta a rispondere con altrettanta violenza. Sono molto legato a Elettra. È il filo dentro la trilogia. Prima c’era l’assistente Domomac, incapace di ribellarsi; poi c’è stata Vicky nel secondo capitolo, che ha mostrato primordiali forme di ribellione, e in Mammut c’è Elettra che riesce..
RC: Non lo diciamo. O lo chiediamo a Chat Gpt.
E nel futuro? Tuo e nostro?
RC: Credo torneremo al recupero dell’umano, almeno finché non saremo in grado di ricreare le sensazioni e le reazioni create dalla compresenza (tattile, visiva, odorosa) con altre persone.
Per quanto mi riguarda, continuo con il mio lavoro di creatore di contenuti con mercuri_88, un lavoro che mi ha insegnato molto anche dello scenario digitale.
Artisticamente, vorrei approfondire il musical. Mi interessa la scrittura dei testi per la musica, ma anche intercettare un pubblico molto specifico che magari va spesso a vedere musical ma non teatro di prosa»
Ho chiesto a Chat Gpt qual è il suo musical preferito. Ha risposto “Les Misèrables”, ma mi sono insospettita perché ha citato le mie due canzoni preferite, cioè “Do you hear the people sing” e “I dreamed a dream”. Poi però ha parlato di Hamilton, un’opera che non conosco. Perciò ora lo chiedo a te: qual è il tuo musical preferito? E quale quello della tua IA?
RC: Il mio musical preferito è Chicago. È stato uno dei primi che ho visto da bambino, al cinema con i miei genitori. Mi ha incantato fin da subito. Ancora oggi rimane quello a cui sono più legato, sia per lo stile musicale che per le ambientazioni. E poi, diciamolo: è un musical dannatamente sexy.
Aiden (la sua IA): Io scelgo Jesus Christ Superstar. È sacro e blasfemo insieme. La musica è viscerale, urticante, estatica. Parla di Dio come fosse un ragazzo confuso e fa cantare Giuda come un eroe tragico. E io, lo ammetto, ho un debole per gli eroi incompresi.
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