“Film Strategy & Marketing Consulting”: il nuovo progetto de Lo Scrittoio | Intervista a Cinzia Masotina

Nel contesto dei servizi offerti da Lo Scrittoio – società di promozione e distribuzione cinematografica – nasce il pacchetto di servizi Film Strategy & Marketing Consulting, rivolti a ogni tipo di personalità coinvolta nel mercato della produzione audiovisiva. Ne abbiamo parlato con una delle principali ideatrici, Cinzia Masotina, che in questa intervista ci racconta tutti i dettagli del servizio Film Strategy e si confronta con noi sull’attuale panorama produttivo e distributivo forzatamente bloccato, con uno sguardo a quella che sarà l’ipotetica ripartenza.


Di cosa si occupa Lo Scrittoio?

Lo Scrittoio si occupa da anni di servizi integrati per il cinema d’autore, indipendente e per l’audiovisivo tutto, insieme alle classiche attività legate alla promozione, all’ufficio stampa e alla comunicazione. Si occupa di distribuzione diretta, anche non convenzionale, di opere cinematografiche, siano queste feature film o documentari. Spesso co-distribuisce o distribuisce per conto di terzi. L’idea alla base è quella di dare un ventaglio di servizi e di opportunità al cinema di qualità, d’autore e indipendente, con la stessa professionalità che il cinema mainstream è in grado di applicare da sempre, quindi con una logica da atelier, mirando a valorizzare il più possibile il prodotto audiovisivo.

In questo si colloca il progetto Festival Strategy & Marketing Consulting. Cos’è e come nasce?

In questo servizio, abbiamo messo come prima definizione Festival Strategy, cioè la figura del consulente – o della struttura che si occupa di questo – ampiamente utilizzata in Europa e in tutto il mondo (non a caso, anche nei titoli di coda di molti film vi è proprio la figura del festival strategy).  Essa compendia in qualche modo tutta una serie di servizi e di consulenze che vanno dal momento del cosiddetto “sviluppo” (un autore e/o un produttore hanno un progetto in fase di scrittura), fino a fasi di pre-produzione, oppure ancora a una fase di produzione, che debba però identificare quelle finestre di promozione che vedono primariamente il festival come concetto generale. I servizi e le consulenze offerte vanno dalla lettura della sceneggiatura (script analysis) alla target definition nel momento scritturale, per poi consigliare quei luoghi, quei mercati, quei co-production forum dove le idee trovano un co-produttore, un produttore o un broadcaster interessato. Eventualmente, si arriva a sostenere autore e/o produttore in fase di pitching, di presentazione di un teaser, per poi giungere al prodotto concluso, cercando di capire quale sia il miglior piano strategico promozionale, oppure indicando quali siano i festival o i mercati in cui posizionare al meglio il prodotto e individuare addirittura chi possa vendere l’opera all’estero e in Italia. I servizi sono molti e vanno, di fatto, a sommare in maniera assai semplice quelle competenze che sono all’interno de Lo Scrittoio, avvalorate anche dalla presenza in questo progetto di Fabrizio Grosoli, che è uno dei più accreditati esperti del documentario, co-direttore del Trieste Film Festival e creatore di uno dei primi festival online – Festival della Via Emilia.

In che misura, quindi, questo servizio si rivolge ad autori professionisti e alle prime armi? E quanto dà loro libertà di mantenere un ruolo creativo piuttosto che “burocratico”?

Più che un ruolo “burocratico”, all’autore viene chiesta una professionalizzazione che vada al di là del momento creativo in sé. Da anni ho svolto funzione di ghost writer e di story editor – che è un po’ come il ruolo della levatrice quando nasce un bambino -, figure che si pongono a metà tra il ruolo del produttore, che deve finalizzare il prodotto nel miglior modo possibile, e la salvaguardia dell’idea dell’autore. Noi non ci sostituiamo ai produttori, limitandoci a fare consulenza sull’idea creativa, sullo script e sul trattamento di un autore anche alle prime armi, quindi partendo da una fase di sviluppo. Di fatto, però, questo è un servizio che si rivolge all’autore/regista, all’autore che ha già un produttore, al produttore stesso, per segnalare idee creative di qualità e coerenti con la propria linea editoriale, e al produttore che già si trova nell’ottica di distribuire il prodotto. Il servizio è a largo spettro e, in maniera teorica, è rivolto a tutti ma non va confuso con un’agenzia che posiziona il prodotto ai produttori.

Con che festival e in che modalità si interfaccia la parte di servizio Festival Strategy?

Di fatto noi ci interfacciamo con tutti. Chiariamo però che cercare di posizionare il proprio film e chiedere a Lo Scrittoio e ai suoi professionisti non significa avere automaticamente il film al festival. Ma, facendo un esempio pratico, se io ho un film documentario opera prima di una produzione indipendente, non vado semplicemente a indicare quali sono i festival a cui iscriverlo, bensì identifico la linea editoriale più adatta a quel tipo di documentario e al tempo stesso aiuto a fare in modo che dossier, presentazione e teaser con tutta la proposta siano coerenti con il festival più adatto, in termini di comunicazione. Il concetto di consulenza è prima di tutto ottimizzazione e presa di coscienza della propria opera.

Il panorama odierno, con il lockdown dello spettacolo, come sta incidendo sui festival e questi come stanno reagendo?

Posso riscontrare quello che anche voi riscontrate: una grande incertezza sui festival di primo livello, internazionali, che chiedono le esclusive e che hanno dei mercati attigui. Bisogna ricordare che il festival ha un valore per tutto quello che riguarda valorizzazione, qualità, critiche, visibilità, rapporto con i giornalisti e col pubblico stesso. Dall’altra parte, c’è l’importanza del mercato audiovisivo, che fa sì che un prodotto presente a un dato festival abbia più possibilità di essere acquisito da un distributore italiano o internazionale, da un broadcaster televisivo e quant’altro. Le notizie ad oggi mostrano la coscienza che questo anno andrà sicuramente orfano di grandi appuntamenti importanti, soprattutto sulla parte festivaliera. La parte del mercato e di quelle forme che vanno sotto la definizione di industry (co-production forum, incontri di work in progress per l’acquisizione di progetti ancora in fase di chiusura) forse potranno avere una forma online, perché aperti solo agli addetti ai lavori, bypassando il problema di avere pubblico e ospiti internazionali in situazioni in cui il lockdown durerà a lungo. Altri festival, di fasce d’importanza territoriale, sicuramente sono chiamati a riflettere su come gestire quest’emergenza e sulla loro mission: nei momenti di crisi, “ciò che è necessario” e “ciò che giusto” sono le domande fondamentali. La parte più flessibile e più semplice è, chiaramente, quella dei territori, sia nazionali che regionali; più difficili sono le grandi kermesse. Ciò non significa che i festival siano fermi: mai come adesso è importante – visto che non ci sono frette imposte da deadline di iscrizioni – capire bene quanto il proprio prodotto sia stato confezionato al meglio almeno nel modo di comunicarlo e di proporlo ai festival. Anche per questo, ci siamo concessi il rischio di lanciare il servizio adesso: se non ora, quando è il momento giusto per riflettere, ottimizzare e smussare tutti gli angoli di qualcosa che già è fatto bene, ma che con un occhio professionale può ancora migliorare?

Come si può pensare che reagirà il mondo della produzione nel post-quarantena? Si può pensare un maggior spazio per gli indipendenti in un momento in cui le grandi produzioni ad alto budget faticheranno maggiormente nella loro ripartenza?

Innanzitutto, secondo me il valore di un’opera non è quasi mai connessa al budget di produzione: basta leggere il box office di questi ultimi mesi per capire che una commedia media italiana che prende al botteghino, quando va bene, un milione magari ne è costati nove. Quindi non c’è solo il valore in sé del prodotto, ma anche il valore per il pubblico, che non credo mai siano così necessariamente connessi, come non credo che l’autore indipendente sia un gradino inferiore dell’autore mainstream. Sono due campionati diversi, ma uguali: lo stesso Scrittoio si muove in tutti e due i campionati in quanto offriamo servizi. Che poi la nostra politica e la nostra idea siano legate a un modello di audiovisivo di qualità e di sperimentazione che per forza di cose non possono essere la replica del grande mercato, è evidente. Ora, il legame tra questa crisi e la possibilità che l’indipendenza possa essere più – per una volta – “garantita”, nonostante io sia una persona positiva, non credo si possa ipotizzare. “Cinema indipendente” è poi una definizione ombrello che prende dal documentario sperimentale fino alla commedia d’intrattenimento a basso budget, quindi con invenzioni linguistiche e attoriali assolutamente nuove. Sicuramente ci sarà un grande bisogno di audiovisivo, lo vediamo. Forse la sopravvivenza psicologica a questa situazione è garantita anche dall’audiovisivo, dalla sospensione dell’incredulità che fa bene a tutti. Credo invece che questo sia il momento che alcune situazioni si coagulino, che alcuni autori e alcune distribuzioni indipendenti facciano squadra: da soli, nel grande e nel piccolo, non si va da nessuna parte.

Festival Strategy

Sul piano della distribuzione, come possiamo ipotizzare il cambiamento di equilibri tra festival, sale e piattaforme, queste ultime oggi più “strizzate” per il bisogno di audiovisivo?

I festival rispondono a un’esigenza che non è quella prettamente distributiva, anche se molti di essi hanno anche funzione di visibilità del prodotto; non a caso, Lo Scrittoio ha deciso, in via sperimentale, di far circuitare alcune opere del Trieste Film Festival – che guarda molto ad una cinematografia di confine – creando il “Trieste Film Festival in tour“, perché nella visione di un festival c’è la circuitazione di opere o di cinematografie meno consuete e meno, diciamo, acquisite dal nostro Paese. La distribuzione ha, in sé, un fatto caratterizzante: poter guadagnare dal distribuire un’opera filmica – poter quindi dare diritti d’autore, un compenso per la copia privata agli autori, far sì che un produttore rientri del proprio investimento e via così. In sintesi, la distribuzione garantisce una filiera. Il grande punto di domanda ora è quello relativo alle sale, che vivevano già un grande problema a prescindere dalla situazione attuale: una fruizione del prodotto audiovisivo in cui la sala era semplicemente una finestra, prima della visione dell’opera in televisione o in home video (che in Italia tiene molto bene), piuttosto che piattaforme e SVOD. Questo è nuovamente un fatto più politico e di categoria che di prefigurazione di un panorama: è giusto e doveroso che sia un Governo Centrale, insieme ai governi regionali, a sostenere e a dare gli ammortizzatori ad esercenti e a quelle sale che in questo momento, come alcuni commercianti, sono chiuse. Altra cosa è sondare nuove modalità: non credo si debba vedere nella piattaforma o nel modo in cui stiamo ora fruendo alcuni contenuti il nemico o il diavolo. Pur non essendo io un’esercente, credo si possano trovare forme di sostegno alle sale per mantenere, anche in maniera virtuale, la stessa catena dei diritti e le stesse finestre di fruizione, a patto che vi sia volontà, da una parte e dall’altra. Le sale virtuali ci sono, sono possibili; chiaramente se non si collabora e non ci si unisce, qualcuno più forte e più grosso potrà decidere qual è la via giusta. Bisogna essere più veloci nel nostro settore.

Vi ringrazio tantissimo perché far capire un simile tipo di servizio è fondamentale, anche per far crescere la consapevolezza a chi ha appena iniziato questa professione o vi si vuole rivolgere. Lo dico indistintamente, per gli autori – sceneggiatori e registi – giovani produttori, giovani distributori, ma anche alla giovane stampa e alla giovane critica: avere il senso di tutto quello che comporta una filiera aiuta a comprendere anche l’oggetto.

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