Non sappiamo più ridere di noi – L’Oleandra nel Metaverso di Caterina Filograno
C’è questo racconto di Augusto Monterroso, Uno su tre, che dice in sintesi: “Ho calcolato, umano, tutto quello che ti accadrà, e quello che accadrà è conseguenza della peggiore delle malattie di cui soffri: il bisogno di comunicare con i tuoi simili”. E da lì l’autore si immagina questo radiodiffusore per l’iperconnessione (i social, insomma, prima di come li si potesse pensare) che fa venire un brivido lungo la spina dorsale come tutte le premonizioni, come tutto ciò che ha il sapore della predestinazione – non necessariamente religiosa quanto più legata a un fluire ineluttabile della nostra volontà superomistica, della nostra fame di estenderci e moltiplicarci. C’è questo racconto di Monterroso, e poi c’è l’Oleandra nel Metaverso di Caterina Filograno.
Perché di tutta la storia del Metaverso prima e dell’IA generativa dopo, insomma, di questa storia del Gutenberg 2, delle crypto, dei bit, a me interessa sempre l’umano. Ad altri, comprensibilmente, l’economia, magari il mercato immobiliare, che pure è fatta dal genere umano per il genere umano. Qualche tempo fa, PwC aveva stimato per AR e VR una produzione di 1800 miliardi di dollari nel 2030: niente di più adatto a servire l’economia immateriale quanto il simbolo contenuto nelle banconote di carta, eppure nulla di più concreto nel palesare i propri effetti. Il Gaming Report di Bain&Company ha stimato un fatturato di 196 miliardi di dollari nel 2023: significa posti di lavoro, significa economia che gira, significa persone che acquistano e poi scelgono di trascorrere le proprie ore online. Forse il Metaverso, il sogno infranto di Zuckerberg, è già roba da boomer, ma il vero sogno trasversale da Millenial a Z ne sottintende molti altri: aneliti di potenza, sfide ardite, violenza parossistica, sessualità estrema eppure incorporea. Il Metaverso non è solo un nuovo medium: è un ecosistema, un ambiente tecnico ma anche sociale, è economia e finanza, è reale quando si contende il reale delle persone che lo abitano.

Le piattaforme nell’ultimo quinquennio hanno raddoppiato i loro utenti: il traffico di internet è cresciuto del 40%, Zoom ospita almeno 200 milioni di meeting al giorno. Il gaming è diventato piazza di socialità: Roblox, piattaforma di gioco per bambini in modalità Metaverso è passata a 200 milioni di utenti attivi su base mensile, superando persino Minecraft, anzi persino il Burraco sullo smartphone! I gamer in Italia hanno tra i 6 e i 64 anni, e il settore dei videogiochi ha registrato un valore di 2,2 miliardi di euro nel 2022, in sostanziale crescita rispetto al 2019. Al contrario, scende dal 19% al 12% la percentuale di coloro che frequentano i teatri, con una variazione tra il 2018 e il 2022 che è soprattutto anagrafica, e che ha visto la fascia under 24 ridursi di più di 10 punti percentuali. Insomma, i dati ci dicono che è vero che lo spettacolo dal vivo è ancora dannatamente vivo, ma il trend è chiaro: si esce in digitale, ci si organizza in digitale, si fa arte in digitale. Forse finiremo per usare i nostri avatar come useremmo i personaggi impersonificati alle scuole di teatro. E per tutte queste ragioni, il teatro deve parlarne, come ne parla l’Oleandra nel Metaverso di Caterina Filograno.

Giurista, ma anche attrice diplomata al Piccolo Teatro, e poi regista e scrittrice e, in sintesi, una creativa di talento che sceglie il teatro – suvvia, l’arte più analogica di tutte – per parlare del nostro nuovo Nomos digitale. Filograno è una studiosa, e tanto ha studiato: non solo sul codice penale, ma per scrivere testi che inanellano riconoscimenti uno dopo l’altro. Tra la menzione speciale e la realizzazione, racconta Caterina, si susseguono scaltre tattiche di raccolta fondi, un po’ di qua e un po’ di là, affinché i testi che ha pensato possano trovare compimento. Intanto recita, recita sempre perché francamente sarebbe un peccato biblico farla scomparire dal palco. Quindi scrive, e studia, poi recita, e studia, e poi insegna, perché si sa, tante sono le attività per il sostentamento del lavoro creativo oggi, e ancora studia, e vaglia e scruta e cerca e applica e vince, vince, vince.
Senza sosta. Dopo il buon debutto alla regia de L’Ultimo Animale, lo schema delle opportunità resta il più vigoroso stimolo creativo: si tratta del bando di drammaturgia FUTURO PASSATO, indetto da FESTIL Festival del Litorale in collaborazione con CSS Udine per la scrittura di un testo su metaverso e memoria digitale. E Filograno non si fa scappare la finestra di possibilità: si rifionda nello studio (Matthew Ball, Chi controllerà il Metaverso?), e ne tira fuori una vicenda che rasenta l’inverosimile grottesco di una realtà potenziale.
Per esempio, tra le infinite possibilità descrittive e prescrittive con cui affrontare il tema, la drammaturga si lascia intrigare da un dettaglio preciso: la resilienza. Una parola abusata e inflazionata e condita di buoni sentimenti, che in Oleandra costituisce invece la proprietà invidiata e redditizia di questa pianta sorta nella villa liberty digitale dei due protagonisti, Mildred e Tom. Con un’ironia platinata da quartetto wildiano, prontamente rivoltata in alterco coniugale e dissing tra avatars, Filograno costruisce un altro universo e ci impianta tutti i semi velenosi del nostro realissimo presente: l’impazienza, la cupidigia, l’egoismo, la venialità, l’irriducibile tentazione alla sopraffazione in cui eccelliamo come specie. Quindi, se disegniamo il Metaverso, lo facciamo da Prometei, Pigmalioni e Narcisi: invece che percorrere la possibilità utopica di un’alternativa migliore del mondo così com’è, lo pixeliamo a nostra demiurgica immagine e zoppicante somiglianza. Si fonda tutto sulla proprietà privata anche lì, sul gioco e sull’impermanenza del tutto, tranne per Oleandra che nel Metaverso di Caterina Filograno resiste, e resta lì dove tutto è destinato a passare.

Qui è la chiave di volta di qualsiasi testo che, costeggiando la fantascienza, diventa invece un eloquente e iperrealistico ritratto. Perché immaginandosi che qualcuna delle visioni tech diventi effettiva, la drammaturga opera su due livelli: prima trasla tutte le dinamiche di questa società nel Metaverso – nel modo in cui è concepito e abitato – e poi le scaglia con parossismo sarcastico ma tragicamente credibile nelle conseguenze delle vite in carne e ossa. Vani i tentativi di sradicare la pianta-simbolo, che diventa il totem di accoliti di tutti i tempi: da Locke a Thunberg, si fa visita alla Pianta che è infettante e infettata, correlativo oggettivo di quell’affanno d’eternità che può ora creare miti, ora trasformarsi nel lungotermismo utopico dei miliardari.
Con tutto questo, il teatro deve farci i conti. Intendo dire, un teatro che abbia l’ambizione di stanare le contraddizioni del sistema di produzione di valori, che voglia impegnarsi a immaginare, in un oceano di pigre regie e incolori adattamenti, una storia imperfetta forse, ma eccentricamente visionaria. L’Oleandra che incontriamo nel Metaverso di Caterina Filograno è, per certi versi, co-prodotta da tutti noi che ci facciamo biondi e ricci e gialli e punk sui nostri avatar, noi che guardiamo gli hentai, noi che scommettiamo, noi che costruiamo città invisibili perché la nostra casa vera ci sta crollando sopra. Alle decine di ragazzi e ragazze a cui Caterina ha insegnato scrittura creativa, ha contestualmente chiesto – perché è anche a loro che lo spettacolo vuole rivolgersi– come stanno online, come si parlano lì, dove lo passano il loro tempo e come questo agisce con imprevedibile radicalità sui loro comportamenti onlife.

Filograno gioca, diverte e si diverte: spinge con gli ammiccamenti, e il pubblico benpensante si sganascia di risate e poi pudico si pente, investito dall’onda d’urto travolgente di un’ironia che è improvvisamente sacrilega se indica uno scenario spaventoso. Si riesce a vederlo: questo Metaverso viola, colore che ha la connotazione semiotica timeless e genderless, questo Ultraverso capace di replicare certi spietati modi di fare, questo Iperspazio individualistico e glamour come solo i costumi di Giuseppe Di Morabito e Margherita Platè sanno rendere. Ci vuole del coraggio e della determinazione a portare avanti un testo che vuole al contempo solleticare e scuotere; ma anche serietà della ricerca (il contributo scientifico alla creazione è del dottorando e autore Francesco Melchiorri); inventiva artigianale ed efficientamento dei mezzi scarsi (plasticità surreale quella dell’ambientazione proposta dalla set designer Maddalena Oriani). In sostanza, un’intraprendenza che è propria delle nuove proposte in un settore che vive di reiterate abitudini e cronici affanni. Filograno si è cercata i fondi in lungo e in largo, dalla SIAE alle residenze, della benevolenza di amici e sostenitori che hanno creduto in questo lavoro, che hanno creduto nella sua visione: un po’ lisergica e a tratti buffa, ma non per questo meno caustica. È ora di riabituare i nostri palati alla provocazione.
Tutte le foto sono di Marcella Foccardi.
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