Cronache da una rassegna clandestina sui Mostri Universal
Per mettere su una rassegna cinematografica clandestina bastano quattro cose: una parete bianca, un proiettore, dei posti a sedere e un profilo Instagram tramite cui comunicare l’evento. Io e un mio collega, disponendo di questi quattro questi elementi, abbiamo deciso di organizzarne una. Parliamo di una “rassegna” perché è aperta a tutti, è dedicata specificatamente ai primi horror della Universal e ha un numero prestabilito di date. Se poi è “clandestina”, è perché è organizzata nel salotto di casa sua.
In un’epoca dominata dallo streaming e dalla vasta disponibilità di film online, può stupire la volontà di organizzare ancora delle rassegne domestiche. Eppure, si tratta di esperienze di visione irreplicabili, non solo divertenti ma anche estremamente formative. Da un lato consentono infatti di riportare alla luce opere spesso ignorate dai cataloghi dei servizi streaming e poco note al pubblico odierno, ma non per questo di scarso valore cinematografico. Dall’altro agiscono come catalizzatrici sociali e permettono di riunire individui con una passione condivisa per un certo tipo di cinema. Per chiunque volesse replicare questa esperienza e aprire le porte del proprio salotto alla comunità, metto allora a disposizione tutto quello che abbiamo appreso in queste sere sui mostri della Universal in particolare e sulle rassegne clandestine in generale.

Sui mostri della Universal
Nelle sere in cui abbiamo proiettato i capitoli più impensati, come The Mummy’s hand (1940) o Il terrore sul mondo (1956), siamo stati colti da uno strano senso di déjà-vu. Pensavamo di proiettare dei film dimenticati da tutti, e invece ci siamo ben presto resi conto di come il ricordo di questi vecchi film sia vivissimo nella Hollywood attuale. Che anzi continua a citarli, a menzionarli, a riprenderne temi, personaggi e situazioni anche in insospettabili film contemporanei.

Prendiamo ad esempio la saga di Frankenstein. Se è facile parlare delle influenze che i primi due film di James Whale hanno avuto sul cinema contemporaneo, ci siamo resi conto che anche il poco noto terzo capitolo della saga, Il figlio di Frankenstein (1939), ha giocato un ruolo altrettanto significativo per la storia del Cinema. È stato infatti proprio questo film che ha ispirato una delle commedie più celebri e amate di tutti i tempi, Frankenstein Junior (1974) di Mel Brooks. È stato stupefacente notare l’incredibile sovrapposizione di personaggi, di ambientazioni e di situazioni tra le due pellicole, la prima quasi sconosciuta e la seconda famosissima.

La forma dell’acqua (2017), diretto da Guillermo del Toro e vincitore dell’Oscar al miglior film nel 2018, prende invece esplicitamente ispirazione dalla saga del Mostro della Laguna Nera. Ma non tanto dal primo film, Il mostro della Laguna Nera (1954), tutto ambientato in Amazzonia, quanto dal secondo, La vendetta del mostro (1955), che narra infatti la storia di un gruppo di scienziati che lo catturano per studiarlo in laboratorio. E a sorpresa del Toro ha tratto ispirazione anche dallo sconosciutissimo terzo capitolo, Il terrore sul mondo (1956), che accennava già (seppur in modo superficiale) alle connessioni emotive tra una donna emarginata e il mostro.

La Mummia per come la conosciamo, e cioè quel cumulo di ossa zoppicante tenuto insieme da vecchi stracci, fa il suo breve debutto ne La mummia (1932), e si afferma definitivamente nel reboot The Mummy’s hand (1940). È evidente come questo personaggio abbia avuto un tale successo da superare i confini di questi singoli due film per diventare protagonista (o antagonista) di innumerevoli storie diverse nel corso del tempo. Alzi la mano chi non ha mai visto neppure una replica di quell’ennesimo rifacimento con Brendan Fraser, La Mummia (1999).
Prendendo atto di tutti questi collegamenti, ci siamo insomma resi conto di come il passato e il presente del cinema dei mostri siano molto più interconnessi di quanto avessimo mai immaginato. Potrei continuare a lungo, parlando ad esempio di quanto l’ormai dimenticato Werewolf of London (1935) abbia poi influenzato la commedia cult An American Werewolf in London (1981) di John Landis, ma in sostanza quel che abbiamo capito è che i vecchi mostri del grande schermo non sono affatto morti. Si sono aggiornati, si sono cambiati d’abito, ma camminano ancora tra di noi.

Sulle rassegne clandestine
Sulle rassegne clandestine organizzate nei salotti di casa, abbiamo invece capito che vale proprio la pena di organizzarne. Coinquilini permettendo, riunire persone sconosciute in un ambiente così intimo apre le porte a dinamiche sociali uniche, impossibili da replicare in una sala cinematografica. Con i posti liberi e l’atmosfera informale, tra birre e sigarette, si stringe amicizia, ci si segue a vicenda su Instagram. A fine film, dando fondo alle bottiglie di vino rimaste, si scambiano battute sulle assurdità appena viste sullo schermo e ci si promette di incontrarci di nuovo.

Si può rimanere stupiti da quello che può accadere in un contesto del genere se, messe da parte le pignolerie cinefile, si permette alla conversazione di fluire libera e di prendere da sola la sua strada. Ricordo di un ragazzo che, poco prima de Il terrore di Frankenstein (1942), pensò fosse un buon modo per fare amicizia quello di distribuire in giro delle fotografie di Giulio Andreotti che custodiva nel portafogli; un altro che, prima de Il mostro della Laguna Nera (1954), condivise i suoi problemi di cuore con tutti i presenti. Un altro ancora propose di organizzare un Tinder-date durante la proiezione dei primi capitoli de La mummia, mosso da evidentissimi intenti sadici.
Queste esperienze mi hanno portato a scoprire una dimensione sociale del cinema, del tutto slegata dalle classiche dinamiche della sala tradizionale o dello streaming, che mi era completamente sconosciuta. Ed è stranamente piacevole. Ricorderò con affetto queste serate passate tra Frankenstein e Andreotti.

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