The Shape of Water – Cinema a corto d’ossigeno

Forte di 13 candidature ai prossimi Oscar e del Leone d’oro vinto a Venezia lo scorso settembre – una vita fa -, The Shape of Water si avvia a riempire le sale di tutto il mondo senza sollevare troppi sospetti sulla sua reale qualità.

Sospetti che, tuttavia, non tardano ad affiorare dalle verdi profondità disegnate da Guillermo del Toro e Dan Laustsen: il primo, temendo che il titolo non sia chiaro, dissemina il film di continui riferimenti all’acqua, tra bicchieri, uova immerse in insolite pentole trasparenti, pioggia, lasciandoci il forte sospetto che, sì, probabilmente l’acqua avrà una parte importante nel film; il secondo, direttore della fotografia – con la complicità dello scenografo e del costumista – dipinge una tela molto piatta che spazia tra il turchese e il verde laguna, giocando poco coi contrasti. Presentatevi al cinema con una maglietta verde e una bottiglietta d’acqua e vi assicuro che sarete completamente amalgamati all’atmosfera di questa “fiaba moderna”.

Talmente moderna da essere ambientata all’inizio degli anni ’60, in una guerra fredda semi-scientifica che vede americani e sovietici giocare a chi arriva primo sulla Luna a colpi di mostri della laguna. Una bella tattica, attuabile, soprattutto, se solo non si mettessero in mezzo due modeste inservienti, Octavia Spencer – vera certezza di Hollywood – e la protagonista, Sally Hawkins, nei panni di Elisa Esposito, donna a corto di voce e di amore. L’incontro tra la sfortunata e il mostro, strappato alla penna di Mike Mignola, dà il via a una fiaba ben raccontata e capace di includere i temi cari al cinema dei nostri tempi, che richiede un’attenzione maniacale nel sostegno a tutte le minoranze discriminate, nessuna esclusa, soprattutto se si aspira a un pass per gli agognati premi dell’Academy. Opera meritoria, s’intende, ma forse, alla lunga, sempre meno contestualizzata e anche un po’ atrofizzante per gli ingegni degli sceneggiatori, oltremodo preoccupati della politica piuttosto che dell’Arte.

L’assai presente colonna sonora di Alexandre Desplat permea il film, costituendo spesso il salvagente emozionale di alcune scene; per il resto, il sonoro del film si affida molto alla televisione, oggetto che accompagna la vita di tutti i giorni e che, allo stesso tempo, mina le basi della società, ormai agiata e sedentaria, talmente chiusa in casa che un mostro può recarsi al cinema senza essere visto, perché tanto “al cinema non ci va più nessuno”. Sono gli anni ’60 ma si parla del duemila, questo è chiaro per la curiosa e piuttosto comica apologia della stanza buia e per la varia critica sociale di cui sopra.

Mi chiedo se, dunque, nel 2018, per ottenere lo stesso numero di candidature agli Oscar di Via col vento, bastino una cinepresa, un regista, degli attori e una sceneggiatura che faccia decidere alla società di cosa trattare. Cinema partecipativo, senza la forza di andare dove vuole, imbrigliato, proprio come il mostro che dice di difendere.

A parte queste considerazioni sull’infelice tendenza all’omologazione nel Cinema d’oggi, è da evidenziare il bellissimo lavoro di del Toro sugli attori, facce viste ma non riviste, una protagonista perfettamente anonima, silenziosa ad Hollywood come nel film, quasi sempre relegata a ruoli secondari e oggi in forte competizione per una statuetta da migliore attrice protagonista, dopo la delusione del 2014. Richard Jenkins, poi, amico della protagonista, trasmette un perenne stato di inadeguatezza e fragilità, contrapposto alla durezza del Colonnello Strickland, un sadico Michael Shannon cui i panni del cattivo donano assai.  Michael Stuhlbarg – alias dottor Hoffstetler – invece, ha curiosamente recitato in tre film candidati all’Oscar 2018, dunque si farà concorrenza da solo con The Post e Call me by your name (buon divertimento a lui, che prima o poi dovrà decidere per quale fare il tifo).

La storia è comunque in linea con i dettami delle fiabe, ma non è fiaba per bambini, proprio no, e nemmeno per adulti, dato il finale di forte ingenuità: si è capito cosa voleva dirci del Toro, ma doveva farlo proprio così? Mi farete sapere dopo la visione, nel frattempo speriamo che qualcuno rianimi questo mostro incatenato e privato dell’ossigeno, il Cinema.

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