Ripley – Uno, nessuno, centomila
Tom Ripley è un uomo difficile da trovare. Non ha un indirizzo o un numero telefonico, l’unico modo per trovarlo è visitare i luoghi dove i suoi conoscenti suppongano possa essere. È una creatura camaleontica, sfuggente, capace di cambiare faccia, nome e paese nel giro di poche ore. Quando un detective privato riesce a trovarlo in un bar di New York, è perché un ricco industriale, Herbet Greenleaf, crede che Tom Ripley possa essere la persona giusta per riportare suo figlio Dickie a casa. Il giovane, trasferitosi da tempo in Italia, nella cittadina di Atrani, passa le sue giornate a trastullarsi in compagnia della scrittrice Marge Sherwood, inventandosi passatempi futili e dilapidando il suo fondo fiduciario. Un compito facile sulla carta si trasforma presto per Tom in una spirale di ossessione, paranoia e inesorabile manipolazione, destinata a cambiare per sempre i destini di tutte le persone che hanno la diabolica fortuna di incrociarlo.
Le opere della scrittrice Patricia Highsmith, definita da TIME “la Papessa del thriller psicologico”, sono sempre state una miniera dal valore inestimabile per il cinema e la serialità, un pozzo di storie capace di investigare i lati più oscuri della psiche umana sempre mantenendo una necessaria dose di adrenalina.

Il talento di Mister Ripley, il suo romanzo più famoso, è stato adattato numerose volte nel corso degli anni, prima in Francia con Delitto in pieno sole di René Clement affermando la stella di Alain Delon, poi negli Stati Uniti con il film di Anthony Minghella guidato da Matt Damon e Jude Law e infine in India con Naan di Jeeva Shankar. Nonostante le variazioni sul tema e i personaggi che nascono di adattamento in adattamento, la storia non ha mai perso il suo fascino, rimanendo attuale grazie alla sua ambiguità di base, un’ambiguità di intenti non solo nella narrazione ma anche centrale al suo protagonista, Tom Ripley.
Non stupisce quindi che Showtime con la mano distributiva di Netflix abbia scelto di riadattare di nuovo le avventure di Mister Ripley, portandole per la prima volta nella serialità (prima il romanzo era stato adattato per la televisione solo in una puntata della serie antologica Studio One). È raro tuttavia che, dopo così tante iterazioni della stessa opera, Ripley – questo il titolo scelto – sia capace di offrire una lettura alternativa del personaggio e della sua parabola.
La scelta più radicale fatta dal premio Oscar per la sceneggiatura Steven Zaillian, qui nella duplice veste di autore e regista di tutti e otto gli episodi, è quella di abbandonare, o meglio di celare i cieli azzurri e gli outfit colorati dei suoi predecessori sotto un bianco e nero fortemente contrastato. Una mera scelta cromatica, dovuta alla copertina della copia di Mr Ripley in possesso di Zaillian, è sufficiente a rendere la bellezza, la forza motrice dello stesso Dickie (Johnny Flynn), un oggetto vacuo e irraggiungibile, una maledizione sinistra che divora chi la ricerca come chi la ostenta.

Aderendo con attenzione meticolosa alla trama del romanzo, Zaillian è conscio di non poter giocare troppo sulla tensione, perlomeno nella sua forma più immediata, e preferisce sostituirla alla paranoia. Specialmente nella seconda metà della serie, Tom Ripley (Andrew Scott) è perseguitato dalle sue stesse azioni, che si trasformano in sogni lucidi macchiati di sangue. Ogni mossa può metterlo in pericolo e per quello deve essere frutto di una strategia, spesso mai esplicita al pubblico e chiara solo allo stesso protagonista. Non si tratta di un’impunità paragonabile a quella di Assane Diop in Lupin: Tom Ripley è costantemente sotto l’occhio vigile e al contempo superficiale della polizia e nello specifico dell’ispettore Pietro Ravini (Maurizio Lombardi), la sua sopravvivenza non dipende da trasformazioni drammatiche o gesta rocambolesche, ma da passi minimi e attenti, mai impulsivi.
La rivoluzione di Tom Ripley come personaggio parte dal casting di Andrew Scott e dalla duplice natura della sua celebrità: arrivato alla fama con la cieca ma giocosa crudeltà di Moriarty nell’adattamento BBC di Sherlock, Scott si è poi trasformato negli occhi del pubblico interpretando il cosiddetto Hot Priest di Fleabag, un oggetto di un desiderio proibito. In Ripley convivono queste due anime come strumento per incantare e ingannare il pubblico, quanto i personaggi che gli gravitano attorno. È un Tom Ripley più maturo rispetto alle versioni precedenti (difatti Scott aveva 45 anni al momento delle riprese, ben dieci in più di Delon), il che aggiunge una subdola disperazione alle sue macchinazioni, rendendole il suo ultimo appiglio a un’idea fugace di giovinezza, rappresentata dalla spensieratezza con cui Dickie si muove nel modo.

Se Johnny Flynn (il Mr Knightley di Emma) offre un Dickie simile a quello di Jude Law, la Marge Sherwood di Dakota Fanning è un agente attivo, che fin da subito intravede le menzogne di Tom Ripley e cerca di smontarle, passo per passo. Marge è un personaggio troppo spesso ridotto alle sue relazioni interpersonali che in Ripley viene riconosciuto come un enigma, complementare a Ripley. Il triangolo iniziale tra Tom, Dickie e Marge diventa teatro di un continuo furto, di giovinezza, di idee, di speranze, dove nessuno è vittima e nessuno è vincitore, e in Ripley per la prima volta tutti e tre sembrano giocare ad armi pari.
In Ripley cambia anche il modo di mostrare l’Italia. L’azione si sposta dal paesino fittizio di Mongibello, che nel film di Minghella era un collage di Positano, Ischia e Procida, nella vera cittadina di Atrani, sempre sulla Costiera Amalfitana. La bellezza qui è contemporaneamente dovunque e un obiettivo per cui è necessario soffrire, come mostrano le numerose rampe di scale che Tom deve percorrere per arrivare alla villa di Dickie in momenti che sembrano strizzare l’occhio a una comicità tipica dei film di Chaplin. Il rappresentante di questa crudele bellezza è Caravaggio, che fin da subito viene presentato come artista e come assassino. I suoi crimini diventano un fattore impossibile da ignorare della sua produzione artistica, la rabbia e la violenza son determinanti tanto quanto le sue capacità e il suo percorso di fuga lungo l’Italia per salvarsi. Ripley abbozza un paragone incerto tra il suo protagonista e Caravaggio, vedendoli come agenti dell’arte e della violenza. Si tratta di uno spunto che poteva arricchire il personaggio di Tom, conferendogli una dimensione quasi mitica, ma che la serie non desidera approfondire oltre a poche scene sorprendentemente superficiali e ridondanti.
Da oggi disponibile su Netflix, Ripley è un adattamento audace nella sua aderenza religiosa al romanzo originale. Zaillan è capace, seppure con qualche incertezza nel ritmo (la serie poteva facilmente avere due episodi in meno), di offrire una nuova cornice di genere a una storia che forse il pubblico ha frainteso troppo a lungo. Il bagliore del sole e l’azzurro del mare vengono divorati da un bianco e nero spettrale e a rimanere in piedi è solo la danza macabra di Tom Ripley, ricercatore di bellezza e ladro di spensieratezza. Conoscendo Netflix, gli altri quattro romanzi di Patricia Highsmith che vedono protagonista Tom Ripley e l’ingresso di John Malkovich verso la fine della serie, è difficile immaginare che le paranoiche e crudeli avventure di Ripley possano concludersi qui.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] estetiche coraggiose e potenti – Gaia Bussolati, VFX Supervisor per il terzo episodio di Ripley. Tesi tra queste polarità, hanno visto spazio prodotti in cui l’effetto visivo è […]