Saltburn – Tra opulenza e oblio
Una delle frasi che più spesso accompagna l’uomo nella sua quotidianità è “I soldi non fanno la felicità”. È un’espressione che sa di magra consolazione per le persone più povere e di un’assoluzione totale per i più ricchi. Se il loro crimine è avere un patrimonio senza misura, almeno possono dire che non si tratta della fonte della loro felicità e che questa deriva dai loro affetti, dal duro lavoro e tante altre cose che chiunque potrebbe avere, a prescindere dalla propria stabilità economica. La ricchezza però intriga, incanta chi non la possiede, fungendo da magnete e da catalizzatore.
Disponibile su Prime Video, Saltburn, il nuovo film di Emerald Fennell dopo il successo di Una donna promettente e una piccola avventura recitativa come Camilla in The Crown, vorrebbe riflettere sul potere trasformativo della ricchezza, su come questa sia capace di piegare codici morali, smontare intere famiglie o anche solamente cambiare la percezione del prossimo. Lo fa usando come apparente punto di partenza due romanzi classici di un genere che si potrebbe descrivere solo come “truffe o vittorie autodistruttive”: Il talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith e il suo predecessore ideale Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh. Con questi Saltburn condivide soprattutto il punto d’ingresso nel mondo della ricchezza e della virtù: un giovane che ha fatto dell’arte della manipolazione, soprattutto se operata attraverso la fascinazione, la sua arte.

Con un nome che richiama l’eroe di Charles Dickens, Oliver Quick, interpretato dall’intrigante e inquieto Barry Keoghan, è da poco arrivato a Oxford, dove fatica a sentirsi a proprio agio in mezzo all’opulenza degli altri studenti. Per questo escogita un piano per migliorare il suo status, e tutto parte dal magnetico Felix Catton (Jacob Elordi di Euphoria e Priscilla), un giovane carismatico e inaspettatamente dolce, amato da tutti in università. Una volta entrato nelle sue grazie, Oliver viene invitato a passare l’estate a Saltburn, la dimora della famiglia Catton. Subito il ragazzo si trova in un mondo a lui totalmente nuovo popolato da personaggi, più che persone, che paiono aver perduto ogni contatto con la realtà (una su tutte l’algida matriarca Elspeth, interpretata dalla sempre pungente Rosamund Pike). Qui il piano di Oliver per raggiungere quell’ipotetica felicità è costretto tuttavia ad assumere risvolti sempre più grotteschi.
Per essere un’opera che desidera sconvolgere lo spettatore, Saltburn ha uno sviluppo estremamente prevedibile. È una storia che il pubblico conosce e che Emerald Fennell si limita ad aggiustare all’ambientazione e al linguaggio dei suoi protagonisti. Partendo e mantenendo come unico punto di vista sulla narrazione quello di Oliver, tutta la famiglia Catton e le sanguisughe che vi ruotano attorno appaiono come dei meri bozzetti, dei concetti mai o mal sviluppati. Vittima di questo trattamento è soprattutto Carey Mulligan, già protagonista del precedente film della regista, che qui torna come Pamela, un’amica di famiglia che da troppo tempo approfitta della carità dei Catton. Lei, come Farleigh (Archie Madekwe), rimane un modo per Fennell, che firma anche la sceneggiatura, di aumentare il numero di vittime della ricchezza spietata e cieca.

Annunciato fin dalla prima scena (un flashforward di Oliver accompagnato da un discutibile montaggio dedicato alla bellezza di Jacob Elordi), Felix Catton rappresenta per Oliver l’oggetto di un duplice desiderio: da una parte vi è l’invidia per il suo status, per l’amore che riceve indistintamente a tal punto da diventare un peso, dall’altra si trova un’attrazione estetica e sessuale lapalissiana, che però il film tende a inquadrare come mera trasgressione. Ogni volta che Oliver usa il sesso come parte della sua strategia, Fennell tende a presentarlo come il definitivo passaggio di un limite, qualcosa di inaccettabile e che in quanto tale deve essere giudicato con disgusto. Nonostante l’innata ossessione per la bellezza come discendente naturale della ricchezza, Saltburn preferisce le crepe di questo mondo perfetto, forzandole e spesso indugiando nel mero shock per generare una reazione automatica nello spettatore. In questo il film prova ad avvicinarsi anche a Teorema di Pier Paolo Pasolini, senza riuscire però a replicare il turbine centrale: nonostante compiano percorsi simili (l’ingresso in una casa senza un vero invito che riscuote l’interesse di tutti i membri del gruppo famigliare), nel caso di Oliver l’interesse ha una natura diversa e talvolta ingiustificata, rispetto agli effetti dell’ospite interpretato da Terence Stamp nell’opera pasoliniana.
In un film dagli intenti confusi che si trova a ripercorrere percorsi già famigliari al pubblico, Barry Keoghan appare come l’unico possibile agente salvifico. L’attore irlandese, vittima anche questa volta di un typecast ferreo che lo immagina sempre nei panni di personaggi folli ai margini della società e con un palese blocco emotivo (Gli spiriti dell’isola, Il sacrificio del cervo sacro, The Batman), non ha paura della stranezza e di spingersi fin dove Fennell gli chiede o anche più in là. La scena della vasca, uno dei momenti che indubbiamente faranno più discutere del film, nasce difatti da un’improvvisazione dello stesso Keoghan. È la sua inventiva come interprete, che culmina in una delle scene finali più memorabili dell’anno, a salvare Saltburn dalla tediosa ricerca di provocazioni operata da Fennell.
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[…] è solo degli “idioti”: è da stolti, da fool, e ti rende carne da macello. Come in un Saltburn al contrario, questa messa in scena fa coincidere l’ascesa verso l’alto amoroso con un rito […]