Federer: Twelve Final Days – Poco più che un’operazione nostalgica
Laver Cup 2022: Roger Federer saluta il mondo del tennis con l’ultimo match della sua carriera. Le ginocchia, ormai estenuate dalle continue operazioni chirurgiche degli ultimi anni agonistici, non permettono più al ragazzino di Ginevra di giocare e allora, dopo averci provato in fondo, c’è solo lo spazio per un’ultima partita per dire addio al proprio pubblico e allo sport che così tanto ha dato a Federer quanto lui ha poi restituito con gli interessi.
L’ultimo incontro è un doppio giocato insieme all’amico/rivale di sempre, Rafael Nadal. Il documentario, prodotto da Amazon Studios, racconta proprio i dodici giorni che portano dall’annuncio ufficiale del ritiro all’ultima partita giocata da Federer, all’O2 di Londra.
Un’ora e quaranta circa di durata per un materiale narrativo che, a ben vedere, è assai ridotto. È inevitabile, quindi, che il risultato finale sia un prodotto molto rallentato, percorso da lunghe e riflessive interviste e da alcuni lunghissimi slow-motion: pochissimi gli scambi mostrati, ancora di meno a velocità naturale. Tutto è dilazionato, quasi come per strappare ogni singola emozione o frattura nella voce e nelle parole di Federer che, intanto, si racconta e prova a spiegare con la sua naturalezza e genuinità quello che gli sta accadendo.

Quindi, come detto, tanto spazio alle variazioni facciali e verbali del grande protagonista del racconto: poco tennis giocato, tanto parlato. L’intenzione sottesa a questa scelta è fin troppo chiara: mettere sullo schermo l’uomo prima del giocatore, le fragilità e le umanissime crepe di quello che è stato, senza dubbio, il più umano tra i cosiddetti big three – a scanso di equivoci: chi scrive è federeriano convinto e crede fermamente che lo svizzero sia il Tennis, ma l’agonismo vorace di Nadal e la freddezza robotica di Djokovic hanno permesso a questi due di vincere innegabilmente più titoli, anche se il talento assoluto era minore rispetto a quello dell’elvetico, soprattutto nel caso del serbo. Senza che questo tolga nulla a Federer; anzi, è quello che lo rende così amato dal pubblico: il suo essere etereo e umano allo stesso tempo.
Alla fine, tutto il documentario è una lunga e, appunto, lenta progressione verso l’atteso finale in cui lo spettatore si aspetta di trovare l’emozionale ultima partita di King Roger e il suo definitivo, straziante e bellissimo pianto, insieme a Nadal, seduti entrambi uno accanto all’altro a bordocampo con tutto il pubblico che commosso li applaude.
Non manca, in mezzo, qualche spunto interessante. «Il tennis è la versione fisica di una partita a scacchi» dice Federer a proposito di uno sport in cui serve talento, ma anche una forza mentale incredibile, visto che alla fine si è soli contro tutti e, in un certo senso, anche contro sé stessi. Un discorso che conferma quanto scritto sopra riguardo i tre grandi campioni che gli anni Duemila ci hanno regalato.
Tuttavia, di momenti memorabili o che conquistano l’occhio e, in certi casi, il cuore dello spettatore ne rimangono ben pochi: tutto scorre lentamente verso la fine e verso quei cinque attesi minuti finali, ma quasi senza lasciare traccia, all’interno di un prodotto che alla fine resta abbastanza piatto.

«Mi rivedrete ancora» dice Roger al proprio pubblico e sappiamo che sarà vero: Federer infatti sta continuando a partecipare agli eventi del circuito e, dopotutto, rimane il volto del Tennis, il suo migliore ambasciatore in un atto d’amore che è bellissimo proprio perché è reciproco come accade nei matrimoni migliori. Questo è, in effetti, il lascito più grande di Federer: la bellezza sconfinata che ha regalato al Tennis. Così come lui è il lascito più luminoso che il Tennis ha regalato al mondo.
Tuttavia, per sapere queste cose, non serviva certo questo documentario che, chiariamoci, non è fatto male, ma semplicemente non aggiunge o toglie nulla a quello che gli appassionati di tennis già sapevano o avevano visto. E non aggiunge nemmeno a nulla, credo, per quegli spettatori che conoscono Federer in maniera superficiale e si troveranno a vedere questo documentario.
Qualche immagine in più dal campo non avrebbe fatto male: il servizio elegantissimo, quel dritto fulminante, le palle corte accarezzate, le volée danzanti … tutte cose che nell’ora e quaranta di visione non compaiono mai. Ed è un peccato. Federer: Twelve Final Days, alla fine, è un forte attacco di nostalgia e una precisa operazione di marketing. Il vero e definitivo documentario su sua maestà, Roger Federer, deve ancora arrivare.
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