Esiste l’amore interclassista? – Spunti da La dodicesima notte
Non è raro che una regia che si confronta con Shakespeare sia attratta dalla volontà di segnare il passo, a dichiarare che “io lo faccio diverso” e “no, non mi farò mangiare dal testo”. Le soluzioni ricorrenti sono due: la prima è un adattamento fedele, quasi pedissequamente ricalcato sulle indicazioni di scena, che ha l’effetto boomerang di oscurare la stupefacente modernità della penna del Bardo; la seconda tende allo stravolgimento e al kitsch kunderanamente inteso, che cerca cioè il dialogo-per-forza, l’aggancio sentimentaloide allo spettatore per nutrire i suoi bias di conferma.
Giovanni Ortoleva è riuscito nell’impresa di camminare sull’impalpabile tela di ragno tra questi due poli, riuscendo a esaltare l’attualità de La dodicesima notte, pur muovendosi nell’ostico territorio della riappropriazione (intelligente) di un testo di cinquecento anni fa. Il testo in questione è, appunto, una commedia shakesperiana tra le meno rappresentate, che Ortoleva sceglie come primo tentativo di cimentarsi con il drammaturgo inglese, e per chiudere la sua trilogia di ricerca sull’amore cominciata con la drammaturgia originale di Ginevra e Lancillotto.

Il regista mi racconta che la scelta è ricaduta su La dodicesima notte proprio perché è quella che più immediatamente deforma la risata in terrore, quella in cui la supposta magia della terra di Illiria è piuttosto una specie di insensata ubriacatura, un oppiaceo diffuso, uno stato di malattia. E qui si arriva alla prima scelta efficace: partire dal testo, scavarlo, lasciarsi confondere dai motti di spirito e poi tornare alla gravità della parola scelta. “Puttanella”, si sente ripetere spesso, non “ragazza” o “fanciulla”, ma “puttanella”, un appellativo che anche deprivato di una qualsiasi componente moraleggiante ha una sua intrinseca forza denotativa, perché sancisce un rapporto tra chi chiama e chi riceve la chiamata. Con Federico Bellini, drammaturgo di nota fama che già in precedenza si è spesso cimentato con Shakespeare (tra tutti ricordiamo l’operazione Amleto con Antonio Latella), Ortoleva ha deciso di conservare, nel possibile consentito dai vincoli di una traduzione, quel tipo di icastico sarcasmo. E dalla valorizzazione della drammaturgia originale si traggono importanti indicazioni registiche: per esempio, l’amore come contagion, l’Illiria che è un’illness e che genera lovesickness, le imprecazioni e le bestemmie, le metafore dichiaratamente sessuali in una parola che si fa carne, che àgita e colpisce la carne stessa, trasformandosi da suono ad atto performativo.
Quello che poteva succedere, ma che non è successo, è che Ortoleva si lasciasse paralizzare da un testo che ha in sé tutto quello che serve: il guizzo, l’osceno, la follia, la pena, e che venisse travolto dal delirio degli intrecci restituendone un adattamento appiattito, schiacciato dalla paura di avventurarsi in questa labirintica e onirica isola. Invece, e qui si arriva al secondo pericolo scampato, la chiave di lettura è precisa come una lama: l’amore è un’ideologia. Le implicazioni di una simile postura interpretativa sono evidenti nell’allestimento, che si risolve in una parete verticale su tre piani, color verde pantone 576, che non a caso è anche il Dollar Bill Green. La scena sembra omaggiare la divisione del pubblico nel noto Shakespeare’s Globe londinese: infatti, le regole di movimento dei personaggi sono chiarissime: in una soluzione quasi bidimensionale, l’appartenenza di classe definisce la collocazione su uno dei tre piani. Qualche volta, e solo esercitando l’ arguzia, il fool Feste, il giovane ed efebico Sebastiano/Viola, la serva Maria, aggirano questi vincoli, arrampicandosi e poi sprofondando sulla scala cetuale.
Ecco, si ride molto in questa dodicesima notte, per la dabbenaggine e per la trivialità di certi dialoghi, resi in modo ritmicamente perfetto dall’accompagnamento della musica diegetica suonata da Feste e curata dal Leone d’Oro Franco Visioli, e dal ricorso alla lingua inglese lì quando sonoramente più efficace. Gli attori in scena (e in particolare la strepitosa coppia Marcello – Herrera), usano soluzioni di movimento ingegnose che rasentano, con maestria e sobrietà, la pantomima, osando con gli eccessi; urla e richiami gutturali, sospiri e ammiccamenti da soft porno, rientrano perfettamente nella regola del “much ado about nothing”, del divertimento a tutti i costi, anche al prezzo di scatenare la pazzia nell’altro.
Si ride, certo, e si ha molta paura in questa dodicesima notte: viene spesso da chiedersi quando e quanto siamo stati ammalati, di amori non corrisposti, che sono quelli dolorosi in modo eclatante. Ma anche quanto siamo ammalati di possesso, di quanto oscuro sia l’oggetto del nostro desiderio, che ci acceca e ci fa perdere la vista e il senno, come la cava maschera di dolore che è il volto di Dalisi, un Malvolio raggirato e oppresso. E quanto siamo capaci di diventare spietati per amore dell’altro, e viceversa manipolarlo, come moderni efebi, a nostro piacimento.
L’ideologia è una parola-ombrello difficile da maneggiare, e Ortoleva rischia molto nell’assumerla come principio ispiratore dell’adattamento. Ma dell’ideologia apprende la sua forma concentrica, il suo spessore variabile direbbe Cas Mudde: ce ne sono di sottili e di spesse, e al diametro dell’ideologia corrisponde una certa misura dell’ossessione e, di conseguenza, quali azioni si è disposti a compiere, quanto si è votati al martirio.
Soprattutto, l’ideologia è un sistema di pensiero fatto di una triangolazione di mezzi, obiettivi e valori coerenti, altrimenti non è ideologia ma falsa coscienza e sincretismo superficiale. Invece, il ragionamento di Ortoleva tiene per tutto lo spettacolo e ci fa tremare: in una società iniqua, l’amore è sempre un esercizio asimmetrico di potere. Se si vuole amare sé stessi, e questo sé ideale è ispirato a chi detiene la ricchezza e l’influenza, allora qualsiasi amore per l’altro è strumentale alla scalata sociale. Viceversa, se si vuole amare qualcuno che nella distribuzione delle risorse è più in basso (i tre livelli della scenografia), lo si ama con l’abitudine ad appropriarsi come faine di ciò che ancora non si ha e che si è abituati a ottenere facendo leva sul proprio differenziale di potere.

L’amore genuino, à la Lazzaro felice, è solo degli “idioti”: è da stolti, da fool, e ti rende carne da macello. Come in un Saltburn al contrario, questa messa in scena fa coincidere l’ascesa verso l’alto amoroso con un rito bacchico in cui le erinni affamate altro non sono che i ricchi, i potenti, gli aristocratici, i CEO, gli opinionisti, gli influencers di oggi. Si ride ancora e ancora come faine, finché stringendo i denti amaramente viene da chiedersi: posso amare davvero una persona più ricca di me? Posso essere amato/a da chi ha vinto il gioco del neocapitalismo liberista? Che cosa significa guarire dalla malattia d’amore?
© Luca Del Pia
La dodicesima notte in Tournée
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