The Marvels – Into the slackerverse
Attenzione: la recensione contiene spoiler di Loki e The Marvels | Il finale di Loki è stato rilasciato in simultanea all’uscita cinematografica di The Marvels1. La data del 10 novembre 2023 segna una vicinanza – una compresenza – che, paradossalmente, enfatizza la distanza siderale tra i due prodotti. La strategia commerciale della release sincronica istiga la sua stessa disamina, in direzione di uno sguardo più ampio che renda conto dello stato vitale dell’intero universo narrativo che questi due ultimi installments contribuiscono a espandere. E complicare.

Morire per chi?
Da un lato un sacrificio dall’afflato epico, quello di un Loki (Tom Hiddlestone) che si fa carico dell’infinito peso del Multiverso, sedendo sul trono di una tanto a lungo respinta maturità. Il Dio dell’Inganno diviene Dio delle Storie, assumendosi tutto il peso narratologico del filamentoso dipanarsi del possibile, attanagliato dalle linee temporali e dal loro aleatorio divergere. Glorious Purpose2 rappresenta uno dei momenti più ambiziosi della storia recente dell’MCU. Dalla (ennesima e momentanea) chiusura del percorso drammaturgico di Loki scaturisce una forte carica emozionale, che intride di pathos un momento significativo per la mitologia dell’intero Multiverso. L’instaurarsi di un nuovo ordine cosmologico avviene con ritrovata passionalità.
Dall’altro lato, The Marvels. Un altro episodio di giocondo sfacelo. L’ennesima pausa dalla responsabilità simbolica della legacy, legata a doppio filo a quella narratologica della continuity: le due potenze carsiche che hanno animato un franchise cinematografico unico nella storia per estensione e complessità, dei cui glorious purposes sentiamo però solo più sporadiche eco, singulti inerziali. Un’innocua avventura a spasso per il cosmo – tra universi paralleli e pianeti canterini ai limiti del kitsch – con vibes da B-movies alla Ed Wood e l’animo innocente di uno slacker che rifiuta il peso del futuro, portando avanti la sua balade depressivo-disoccupazionale in un eterno presente fuori dalle costrizioni vincolanti del tempo. Quelle stesse catene che imprigionano il dio asgardiano, felice del suo martirio full-time.
Loki – così come lo abbiamo conosciuto e misconosciuto in questi tredici anni – muore anche per questo: perché Brie Larson sfrecci verso Hala nei panni di Carol Danvers, con un flerken appollaiato sulle spalle e un meraviglioso green screen a farle da pittorico sfondo. Perché tutto ciò che è possibile è degno di amore. Una prospettiva escatologica tanto deludente quanto confortante.

The Marvels non è il semplice sequel di Captain Marvel (dir. A. Boden e R. Fleck, 2019). Lo è forse stato per un breve periodo, in una fase embrionale della sua produzione3. È piuttosto tre sequel in uno, quante sono le eroine protagoniste e le opere da cui ciascuna proviene: Carol Danvers da Captain Marvel; Monica Rambeau (Teyonah Parris) da WandaVision (2021); Kamala Khan (Iman Vellani) da Ms. Marvel (2022). Un’operazione programmatica probabilmente attuata per potenziare ciò che era Captain Marvel 2, arricchendo il film di co-protagoniste rilevanti per il futuro dell’MCU.
The Avengers (dir. J. Whedon, 2012) – il film che ha sancito l’ingresso del progetto Marvel Studios nell’immaginario pop contemporaneo – era ugualmente frutto di una pianificazione a medio-lungo termine: la gemmazione terminale di una serie di stand-alone che ne costituivano il necessario humus. Era però connotato da una certa spontaneità, caratterizzato da una struttura corale fluida in cui la convergenza delle storylines dei vari eroi appariva come naturale conseguenza dell’erompere di una minaccia globale. Quella stessa forza “coagulante” viene meno oggi. Carol, Kamala e Monica si trovano a coabitare The Marvels per via di un subdolo stratagemma narrativo: sono costrette a scambiarsi di posto l’una con l’altra – ovunque si trovino nel cosmo – ogniqualvolta utilizzano i loro poteri. La loro missione non consiste in fondo che nello sciogliere quello stesso maleficio che le tiene unite. La coralità, invece di essere ricercata e costruita, viene imposta per essere smantellata.

Se la forma cinematografica di The Avengers era la carrellata circolare, la posa statuaria e classica di un’icasticità che arresta il tempo, quella di The Marvels è la coazione di un montaggio alternato forsennato, uno zapping interplanetario che lega i personaggi all’interazione forzata. Senza un’ombra la cui oscurità renda omogeneo ciò che investe. Ossia: senza un villain degno del suo ruolo. Dar-Benn (Zawe Ashton) non è Thanos, non è Loki. Ma non è nemmeno Ronan. È tutt’al più una loro cosplayer. E il problema della minaccia, della sua forza unificatrice, vale anche per il Kang di Jonathan Majors – il cui unico carnevalesco merito, tra le mille variazioni costumistico-recitative, è di essere l’istrionico cosplayer di se stesso.
Che i flerken ci divorino, insieme a tutto l’MCU, per vomitarci fuori in tempi migliori. Quando ci sarà di nuovo qualcosa per cui tremare.
Note
1 Facciamo qui riferimento all’uscita nelle sale statunitensi, il mercato principale per il film diretto da Nia DaCosta.
2 Titolo dell’ultimo episodio di Loki, identico – a esplicitare la struttura circolare della serie – a quello del primo episodio della prima stagione.
3 Cfr. ‘The Marvels’ and the Future of ‘Captain Marvel’, di Graeme McMillan, «Hollywood Reporter», 3 Maggio 2021.
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