28 Anni Dopo: Il Tempio Delle Ossa – Il nuovo atto (heavy metal) di una saga eccezionale
«Mi sta facendo vomitare.
…
È davvero bellissimo.»
La ragazza seduta nella fila dietro di me in sala durante la visione di 28 Years Later: The Bone Temple ha sintetizzato in poche parole le due condizioni che messe insieme definiscono in gran parte il cinema gore: violenza ed eccesso di sangue tanto estremi da riuscire a capovolgere una smorfia di nausea e disgusto in un sorriso a trentadue denti. L’horror splatter e psicologico riesce sempre a riempire le sale e, soprattutto negli ultimi anni, ha toccato vertici autoriali innegabili, a costo di una bulimia di soggetti del genere. Anche chiamando alle armi le migliori reclute dell’industria, infatti, realizzare il quarto sequel di una saga su virus e zombie — in un panorama mediale ormai affollatissimo da sequele di film post-pandemici; sequel di zombie movies; sequel-di-film-remake-di-giochi su virus e zombie; immagini di contagi; contagi di immagini già viste; film su apocalissi e apocalissi di film — è un compito difficilissimo. Ma quella dei ventotto non è una saga come le altre: in primis, l’irregolarità con cui i vari capitoli sono usciti in sala ha in qualche modo modificato la percezione del pubblico. Cinque anni per 28 Weeks Later, addirittura sedici per 28 Years Later, e soli sette mesi scarsi per The Bone Temple. Secondo, a differenza di quanto accade spesso — e forse il merito è anche di questa dilatazione temporale — il franchise non ha avuto crisi di mezz’età, riuscendo sempre a rispettare lo spirito del cult del 2002.

Il primo film diretto da Boyle fu subito un successo di pubblico e critica, cresciuto esponenzialmente nel tempo, forse anche per il fascino del low-budget e perché l’estetica a bassa definizione — fu girato con una camera Canon XL-1, un dispositivo da battaglia — contiene già in sé una dimensione nostalgica. La nostalgia di una fantascienza alla preistoria del digitale, un immaginario liminale pixellato che oggi sempre di più contempliamo come un manufatto antico in un museo.
Così sull’apocalisse tutta britannica della coppia Boyle-Garland ha inciso molto il discorso tecnologico. A ridosso dell’attesissima uscita di 28 Years Later, oltre al gioco Cillian Murphy sì?/Cillian Murphy no? — il mondo della cinefilia digitale schierato a decodificare quell’enigmatica foto, tratta dal terzo film, di uno zombie che sembrava avere gli inconfondibili zigomi dell’amatissimo attore irlandese — fece molto chiacchierare un’immagine virale dal set in cui si vede uno zombie accerchiato da una ventina di Iphone 15 pro MAX incapsulati in box montate su una specialissima struttura curva. Una scelta anticonvenzionale che è perfettamente in linea con l’idea originaria di esplorare i confini estetici della modernità utilizzandone i dispositivi più rappresentativi.

The Bone Temple — quarto capitolo della saga, nonché primo della nuova trilogia — è diretto dalla regista Nia DaCosta, che adotta invece un approccio più tradizionale all’immagine, girando con una camera cinematografica digitale in modo forse meno originale ma non meno sapiente. Le sue mani sul timone sono salde: la tensione narrativa si taglia sempre col coltello. Con la differenza che il coltello è molto più insanguinato.
Il film comincia esattamente dove si era concluso quello precedente, con la comparsa di una coloratissima gang di teppisti in tute da ginnastica, guidata da uno dei volti più amati della serie televisiva britannica Skins. Jack O’Connell — reduce da Sinners — è lo spietato Jimmy Crystal, il bambino ormai ragazzone rimasto traumatizzato all’inizio del primo film, figlio di un prete, ora diventato un vero e proprio guru satanista versione urban style ai cui piedi strisciano i suoi adepti assassini, tra i quali viene suo malgrado reclutato il piccolo Spike. Privati delle loro identità, rispondono tutti al nome di Jimmy e portano parrucche biondo platino e croci rovesciate come segni di appartenenza alla setta: sgangherati e un po’ ridicoli ma robusti e ben disposti a esercitare l’amata ultraviolenza (cit.). Le Dita — così si fanno chiamare — sono una citazione diretta del criminale dj britannico Sir Jimmy Savine, ma sembrano anche una versione moderna e decisamente più pop dei drughi di Arancia Meccanica, ancora più frustrati. Perché in uno scenario post-pandemico, si capisce, c’è carenza di umanità da torturare.
«How’s that?»

Non mancano i montaggi rapidissimi nelle sequenze degli inseguimenti o jump scares degli infetti e soprattutto nelle scene madri dell’Alpha, spesso ripreso con inquadrature frontali e molto ravvicinate dal basso con lenti fish eye, altro elemento in continuità con il quadro visivo dell’intera saga, in questo caso isolando e dando ancora più profondità psicologica ad un personaggio che non può esprimersi a parole. L’Alpha — Sansone — è qui il ponte narrativo sorprendente tra la dimensione horror splatter e quella più ironica, divertente ma profondamente poetica del film, che si sviluppa soprattutto nella sua relazione con il dottor Ian Kelson, interpretato da un gigantesco Ralph Fiennes che ha osato tutto. Premuroso e amorevole, trip-sitter dei sogni, grande conversatore, un guardiano del passato che si cosparge il corpo di iodio per bloccare il contagio ma sembra più il risultato di una lampada abbronzante andata male.

Se nel film precedente il suo personaggio era rimasto nell’ambiguità, sarebbe riduttivo dire che qui si prende invece tutta la scena che merita. Quando appare sullo schermo, in mezzo a tutto questo bagno di sangue, possiamo tirare un sospiro di sollievo: il dottore è l’ultima vera ammirevole fortezza di compassione e speranza, di fiducia e rispetto per l’umanità tutta, infetta o non infetta, che fortunatamente qualcun altro è pronto a ereditare. Sembra possedere i misteriosi poteri magici e la saggezza di un santone, ma è un medico convintamente ateo e devoto soltanto alla scienza. E alla sua collezione di dischi New Wave. Tutti (beh… quasi) trovano in qualche modo la pace una volta varcato il perimetro di sua competenza — il Tempio delle Ossa, appunto, sotto il cui lugubre aspetto si nasconde uno spirito profondamente pacifico, un monumento al ricordo dei morti. Nella spettacolare scena in cui i Jimmys si recano con gran timore reverenziale da lui, Ralph Fiennes si lancia in un’esibizione da cosplayer di una, nessuna, centomila icone metal, ma soprattutto è cosplayer di se stesso nei panni di Lord Voldemort, tra giochi di fuoco, ossa, altari e croci al contrario, trasformando improvvisamente un horror movie nel videoclip di The Number Of The Beast degli Iron Maiden.

Si può dire che 28 Years Later: The Bone Temple sia cinema heavy-metal, a tratti quell’heavy-metal che sa farsi parodia di se stesso (un saluto a Richard Benson): fa sudare, spaventare (cit.) e divertire, ricorrendo all’immaginario horror per interrogare la natura della paura, del male, i feticismi della fede che distruggono invece che salvare. Memento Mori.
Molto è lasciato in sospeso e, in attesa del prossimo film, qui abbiamo già cominciato a costruire un tempio per venerare Ralph Fiennes.
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