The Queen’s Gambit – Mosse semplici e vincenti

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Il “gambetto di donna” è una classica apertura degli scacchi, la proposta della cattura del pedone sul lato della Regina in vista di una posizione di vantaggio sulla scacchiera. Metaforicamente, si fa riferimento ai sacrifici che la Donna è costretta a fare per imporsi in un mondo maschilista. Dentro e fuori dalla metafora, in The Queen’s Gambit (La regina degli scacchi in italiano), serie Netflix diretta da Scott Frank e tratta dal romanzo omonimo di Walter Tevis (1983), Elizabeth Harmon ha come obiettivo l’ascesa ai vertici del mondo degli scacchi, un mondo tradizionalmente dominato da uomini, un percorso fatto di isolamento e abuso di droghe.

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La vita di Elizabeth Harmon, interpretata da una notevole Anya Taylor-Joy – recentemente vista al cinema in Emma (A. de Wilde, 2020) o in streaming nella quinta stagione di Peaky Blinders – è raccontata dal suo arrivo in orfanotrofio fino alla sua affermazione come scacchista di fama mondiale. Per Beth, orfana e sola nel roboante sessismo degli anni Sessanta, l’unico riscatto sociale possibile è la scacchiera, dove tutto è logico e razionale, davanti cui uomini e donne partono allo stesso livello – ma Beth Harmon non sarà mai orgogliosa del suo ruolo di grande scacchista donna, pretenderà sempre di essere valutata solo ed esclusivamente per il suo gioco. La scacchiera è anche luogo dove si può rispondere all’imprevisto ad armi pari, dove l’errore è del tutto imputabile a sé stessi e non alla contingenza degli eventi. Se Elizabeth è sola distante dal mondo, sulla scacchiera ha la sua “difesa siciliana”, di cui è esperta, a proteggerla.

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La dialettica tra ordine e caos e la ricerca di stabilire un controllo articola il ritmo accesissimo di questa serie. All’ordine della scacchiera corrisponde la sregolatezza e la vena autodistruttiva della scacchista, che pare essere in grado di costruire i propri rapporti umani quasi solo tramite il gioco o in funzione di esso, trovando rifugio e sostegno nei sonniferi e consolazione nell’alcol. Anya Taylor-Joy è potentemente espressiva nel sottolineare la differenza tra il mondo fuori e dentro la scacchiera: fuori dalla scacchiera i suoi sguardi sono spesso distaccati, a volte turbati o confusi, raramente decisi e forti; durante le partite, invece, il suo personaggio si anima, il volto diviene dinamico, sicuro e risoluto. Può invece preoccupare lo spettatore l’ennesimo stereotipo del binomio genio/sregolatezza con cui tanto ci piace sovrabbondare le narrazioni mainstream.

Per fortuna, al pizzico di banalità del personaggio corrisponde un’elettricità convincente nella scrittura e un ritmo narrativo sempre molto alto. In secondo luogo, Elizabeth è pur sempre ispirata allo scacchista Bobby Fischer, unico statunitense ad aver vinto il campionato del mondo in faccia ai russi: il geniale scacchista era chiuso nella sua bolla di misantropia e psicosi, e la leggendaria standing ovation tributatagli da uno sconfitto Boris Spassky e dalla delegazione russa non bastò salvarlo dalla pessima reputazione di cui godeva fra le persone che avevano la sfortuna di avere a che fare con lui. Beth Harmon non è certo dipinta come un’antisemita psicopatica, ma i riferimenti a Fischer disseminati nella serie non sono irrilevanti e ci permettono di affrontare un altro punto a favore della serie: la rappresentazione del mondo degli scacchi.

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Chi a malapena conosce le regole del gioco, probabilmente non ha idea del mondo che sta dietro ai professionisti degli scacchi. Studi teorici ossessivi e massacranti, un’immensa quantità di saggi analitici sulle mosse d’apertura, sulle fasi di gioco, su qualsiasi posizione che un pezzo può assumere durante una partita. La teoria è tutto, e The Queen’s Gambit non si vergogna di dircelo, nel presentarci spesso Beth Harmon immersa nei libri, intenta a preparare strategie e ad analizzare ogni sua partita. Laddove poi, si sa, i tempi di gioco possono essere dilatati, per bontà del montaggio viviamo ogni sfida con ritmo e coinvolgimento. Sfide per nulla banali: ogni posizione che viene mostrata è resa intrigante dal suo essere costruita su partite memorabili realmente accadute, anche grazie alla consulenza di niente meno che Garry Kasparov, campione del mondo per venticinque anni consecutivi e probabilmente lo scacchista vivente più conosciuto al mondo. Anche per i più raffinati giocatori, un’analisi attenta delle partite di The Queen’s Gambit può risultare quindi realistica e stimolante (per chi volesse approfondire, lo youtuber scacchista Agadmator ha analizzato alcune partite della serie).

Dopo aver scritto bene di questa serie, resta da chiedersi se The Queen’s Gambit sia un prodotto così forte in quanto innovativo o rivoluzionario. La risposta è che non lo è affatto. Il canone cui aderisce genuinamente è il genere che potremmo chiamare “sportivo”: non siamo molto lontani da storie come quella di Rocky. O, se volete, siamo molto vicini al canone dello shōnen manga, dove tipicamente un personaggio emarginato ma “predestinato” trova riscatto nell’affermare il proprio potere affrontando sfide ambiziose contro avversari sempre più potenti, con l’aiuto di amici fedeli, saggi maestri e duri allenamenti.

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E portare gli scacchi al centro della narrazione non è certo una mossa sconvolgente: se siamo abituati a vedere gli scacchi come simbolo – pensiamo a Il settimo sigillo –, The Queen’s Gambit non disattenderà la loro funzione strumentalmente metaforica delle dinamiche psicologiche ed emotive. In questa serie gli scacchi sono certamente il fine, ma restano comunque un veicolo metaforico con cui si esercita potere, affermazione di sé, comunicazione in generale, restano un mezzo. Quindi, cosa sta portando il pubblico a innamorarsi di un canonico drama sportivo e psicologico? Come già dimostrato ampiamente, il fatto è che lo showrunner Scott Frank ce lo racconta dannatamente bene, anche grazie a un comparto visivo inedito, pensato appositamente per spiccare nei piccoli schermi. Per restare incollati a una serie, spesso non basta nient’altro che questo. E se anche voi vi siete ritrovati col fiato sospeso guardando un pedone spostarsi da una casella a un’altra, avrete capito di cosa sto parlando.

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