The Lighthouse – Era una notte buia e tempestosa

La parola isolamento attualmente è diventata parte delle nostre vite, la sentiamo ogni giorno, l’abbiamo vissuta per circa due mesi, distanti dal mondo dei contatti fisici, della socialità quotidiana, delle piazze, delle sale cinematografiche. The Lighthouse di Robert Eggers narra di un isolamento, fisico e mentale: Ephraim Wislow (Robert Pattinson) arriva insieme al guardiano del faro stagionale Thomas Wake (Willem Dafoe), per passare come volontario quattro settimane ad “accudire” la luce dell’isola. Dialogato nella lingua marinaresca di Coleridge, The Lighthouse è il dramma da camera di uno dei registi più promettenti nella nuova pagina dell’horror contemporaneo. Così, come il precedente e fiammeggiante The Witch, personaggi esuli in un mondo a noi lontano si incontrano e scontrano facendo emergere demoni, incubi e pulsioni ancestrali. 

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Robert Eggers, bianco e nero austero e formato 1,19:1 (quello utilizzato nel cinema muto) e un’attenzione maniacale alla forma, costruisce un’opera di fastidiosa bellezza e insopportabile manierismo che si contrappone allo sgarbo e alla bassezza dei suoi personaggi. Horror sì ma anche commedia, tra peti, pisciate e colate di sperma: uno sboccato e rozzo Willem Dafoe travia l’apparente mansueto Pattinson, in una labirintica discesa verso la follia. Le settimane passano, tempeste, alcol e solitudine fanno perdere la concezione temporale dei due personaggi: da lì risse, inquietanti balli, perdita di senno e allucinazioni. Il faro con il suo suono cadenza quelle giornate, monolitica presenza forse viva, eroticamente attiva e energia dall’oscuro potere. La luce così? Forse una gigante vagina dove immergersi per evadere dall’incubo dell’isola? Ephraim si tormenta e i suoi fantasmi del passato riemergono in quell’isolotto che non ha storia. Perché Eggers una storia non vuole raccontarcela, preferisce procedere per abbagli, tableaux vivants, sogni e figure mitologiche. Quello che ci racconta è l’ennesima ossessione melvilliana, un qualsiasi capitano Achab che combatte con il suo Leviatano interiore tanto da perdere la testa, la coscienza, la ragione. Perché quello dell’isolamento in mare, di marinai lontani, dispersi negli oceani alla ricerca di un mostro, è l’inquietudine di un isolamento, il terrore della perdita di contatto con la realtà che spesso coincide con un’ossessione forsennata.

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Eccolo il terrore di The Lighthouse, più forte dell’orrore, più incisivo di qualsiasi accoltellamento rosso sangue. Il discorso di Robert Eggers da un lato si mantiene sull’architettura filmica, sulla messa in scena rigorosa, dall’altro cerca di focalizzare un solo punto. La profondità di questo film è secca e diretta. The Lighthouse, nonostante i riferimenti al cinema di Bergman, all’espressionismo tedesco o a elementi visionari propri di Cocteau o Renoir, non intavola un ampio discorso psicologico sui personaggi, ma mira a un punto preciso. Due sono così i protagonisti, due figure ancestrali, opposti e compenetranti: il vecchio marinaio e il giovane apprendista, il colpevole e l’innocente, l’autentico e l’apocrifo, ma probabilmente ognuno la proiezione mentale dell’altro.

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ATTENZIONE: SPOILER!

In un finale così iconico, anticipato da un universo di miti, leggende, simboli e segni, il frame conclusivo rimanda alla figura del mito di Prometeo, oltre che alla rappresentazione più manifestamente cristologica: Ephraim divorato dagli uccelli per aver osato rubare la luce (come il fuoco dell’antico mito ellenico).

Un film freddo dalla narrazione iconografica, una commedia sulla paura, un esercizio di armonico senso dello smarrimento che cerca di sublimare quello che c’è di marcio nei due protagonisti, grazie a una meticolosa scelta estetica. Quadro dopo quadro una domanda però si insinua: quanto si ha paura di rimanere soli durante la tormenta?

 

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