Nosferatu – Female rage e desiderio nel film di Robert Eggers
Amato o odiato, ma anche trend del momento, nelle sale è arrivato l’attesissimo Nosferatu di Robert Eggers, con cui il regista americano prosegue la sua ricerca esibita e sfacciata nei confronti del genere horror e porta sullo schermo il signore del sangue.

Se c’è un mostro dal fascino intramontabile è certamente il vampiro, e la storia del cinema da sempre corteggia l’elegante e oscura figura, tanto che i film di vampiri diventano spesso cult istantanei, d’autore e di massa (Twilight, Solo gli amanti sopravvivono, Blade, The Addiction… ma la lista sarebbe infinita). La grande intuizione di Francis Ford Coppola, oltre ad essere il primo film ufficiale da Bram Stoker, fu quella di aver fatto dell’archetipo un discorso teorico sulla settima arte: il vampiro diventa come il cinema qualcosa che deve nutrirsi della vita/realtà per esistere nel buio (della sala). Ma il personaggio di Dracula ha fatto molte vittime. Eggers, infatti, ha più volte affermato di essere da sempre ossessionato dal Nosferatu di Murnau del 1922 e di volere da tempo realizzare la sua versione. Misurarsi con un film di più di cento anni che è diventato un po’ emblema della storia del cinema è un’operazione ambiziosa, un rischio che hanno corso tanto i grandi autori, quanto le produzioni di serie B.
Robert Eggers dove si posizionerà?

Dopo la ferina stregoneria di The VVitch, il kammerspiel Lighthouse e l’esagerata epica di The Northman, Eggers prosegue in continuità con il suo cinema e realizza un nuovo horror, ma soprattutto – come scrive Giulio Sangiorgio (Film TV) – continua il suo percorso attraverso il suo genere di riferimento primario: il film in costume.
Lasciamo da parte la ricerca delle citazioni, più o meno visibili, pittura romantica, i videogiochi e la riconoscibilità delle produzioni di genere firmate Hammer e concentriamoci sul nucleo del film.

Questo Nosferatu mantiene personaggi e nomi da Murnau ma fa un lavoro di appropriazione della traiettoria del desiderio sulla figura di Ellen (Lily-Rose Depp). La storia ci ha abituati a vedere nel vampiro dei Carpazi la figura desiderante che si muove per fare propria la pallida Mina/Lucy/Ellen, una donna che risponde alla bramosia del mostro e si lascia sopraffare. Nel film di Eggers è il contrario: Ellen ha un potere, è una sorta di veggente, sarebbe stata una sacerdotessa di Iside, dice il professor Von Franz (Willem Defoe) se fosse vissuta in epoca antica. Il conte Orlock (Bill Skarsgård) è tanto attratto da lei, quanto succube del richiamo («Come to me!»). Ellen non resiste alle costrizioni del femminile del tempo, ai corsetti, alle accuse di isteria. Il suo desiderio sessuale viene materializzato nello stile eccessivo, a volte kitsch, nel furore di una peste dilagante, nella minaccia dell’ombra della mano del mostro sulla città. La figura di Ellen è davvero la centralità del film. Il conte Orlok, per sua stessa ammissione, è «solo un appetito, nulla di più» e tutto il film ruota sulla manifestazione del legittimo desiderio della donna nel volersi accoppiare con il vampiro. Inoltre, a differenza dei precedenti adattamenti per il cinema, il personaggio di Thomas Hutter, marito di Ellen e interpretato da Nicholas Hoult, è smaccatamente un tramite affinché la carica sessuale possa finalmente esplodere.

Nel momento in cui l’horror contemporaneo o il dibattuto “elevetad horror” si concentra sull’utilizzo del genere per innalzarsi a strumento politico (come se l’horror non lo fosse mai stato poi…), Eggers retrocede in senso formale e teorico. Oltre al grande lavoro di make-up su Skarsgård, c’è un ampio uso di CGI appunto, cosa di cui l’horror soprattutto tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 si è sempre servito ma che negli ultimi anni sta talvolta abbandonando per un ritorno all’artigianalità dell’orrore (pensiamo al grande ritorno al body horror con il successo di The Substance).

Provocando, un film come Nosferatu di Eggers ha molto più in comune con lo slasher che con la filosofica riflessione sul concetto di invisibile di Werner Herzog. Uno slasher sovvertito, ovviamente, in cui – parafrasando Baudelaire – è altrettanto dolce essere vittima e carnefice e in cui, se nello slasher classico l’uccisione coincide con il desiderio di penetrare la vittima, qui si potrebbe parlare finalmente del contrario. Ellen sì, si sacrifica per uccidere il mostro, ma lo fa appagando i propri sensi.
Il Conte Orlok è qui mostro vero e proprio, repellente e disgustoso, ma è ancora una volta un simbolo della potenza distruttrice del desiderio sessuale ampiamente soffocato. Nosferatu di Robert Eggers è un film catartico, liberatorio, una visione eccessiva che flirta con il kitsch e la superficie, ma che rivendica un horror più ancestrale e rozzo di quanto si pensi. È un film, in maniera tanto ovvia quanto sincera, sulla sessualità femminile e sul desiderio di affermarla. Una sessualità distruttrice che nella scena della possessione di Ellen rivendica la cosiddetta female rage di tanta teoria femminista sull’horror che parte da Häxan – La stregoneria attraverso i secoli e arriva fino a Una donna promettente di Emerald Fennell.
L’eroismo romantico è soppiantato dalla spinta dei sensi e l’amore… beh è solo inferiore.
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