The Mandalorian – Capitolo V – La recensione

Mandalorian Episode V Copertina

Il grosso problema di The Mandalorian è la sua apparente mancanza di un fuoco che, fatto salvo per il primo episodio, rende difficile capire in che direzione si stia muovendo la serie. È la storia di un cacciatore di taglie? La storia di un bambino adottato? Un’esplorazione della lore della trilogia originale? Anche se la risposta fosse “tutte le precedenti”, la serie continuerebbe ad apparire sfocata, senza un’anima vera e propria ma “solo” un prodotto che sfoggia fieramente un’impeccabile realizzazione tecnica. L’episodio V – The Gunslinger – continua su questa scia, facendo leva su un sapiente e accurato citazionismo e puntando il tutto sulla figura del misterioso bambino, già dal terzo episodio un espediente narrativo inflazionato.

The Mandalorian - Fennec
Si avverte, si vede, si capisce l’anima western che Jon Favreau cerca di imprimere al suo prodotto. Ma certe situazioni sono banalmente troppo forzate.

Il pistolero che dà il nome all’episodio non si vede mai o se c’è risulta molto poco credibile che si tratti del personaggio interpretato da Jake Cannavale, una sorta di truffatore che, anche per come si conclude l’episodio, è decisamente fin troppo fortunato. Gradito invece, e molto, il personaggio di Ming-Na Wen, vera e propria sorpresa di questo episodio. Chi ha amato il personaggio dell’agente May in Agents of S.H.I.E.L.D., non si sentirà tradito e troverà anche in The Mandalorian una gradita sfumatura della prestanza fisica e attoriale della Wen. Parimenti non risulta sgradevole la presenza della comica Amy Sedaris, che si ritaglia un ruolo di tutto rispetto nell’economia dell’episodio.

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Non mancano fotogrammi di indubbio impatto visivo. Il problema è che sono solo quello: impatto. Niente di più.

Per il resto, The Gunslinger altro non è che un’esplorazione, anche piacevole sia chiaro, della Galassia Post-Impero. Si apprezzano gli innumerevoli easter egg alla saga originale, non ultima la taverna a Mos Eisley che ora pare gestita addirittura da un droide, un segno quasi che con la sconfitta dell’Impero anche un certo “razzismo” sia sparito con esso, o ancora l’esposizione dei caschi degli stoormtrooper, senza dubbio un’immagine di forte impatto scenico.

Stoormtrooper
Fatto salvo per qualche sparuto riferimento, la Disney sembra quasi avere una fobia di tutto ciò che è prequel. E ce lo sbatte in faccia fin dal 2015.

Come già accennato, sul lato tecnico The Mandalorian continua a stupirci. Fotografia, suono, montaggio e un’impeccabile colonna sonora che reca la firma di Ludwig Göransson (Premio Oscar 2019 per le musiche di Black Panther) sono tutti elementi che concorrono a una struttura solida, che vale la visione anche solo per apprezzare il lavoro degli artisti. Ma, almeno fino al fotogramma finale, l’impressione è quella di assistere a un vagabondaggio non solo a livello di trama ma anche narrativo.

Mandalorian - Mos Eisley
La ricostruzione della taverna di Mos Eisley è puro piacere archeologico.

È proprio quel fotogramma finale, in un certo senso, a salvare in corner un prodotto che rischiava di sbandare per mancanza di direzione. Un cliffhanger ma anche una precisa dichiarazione d’intenti. Quasi un voler dire “siete arrivati fin qui, adesso inizia il vero divertimento”. C’è da sperare quindi che nella tripletta finale di episodi la serie sbocci anche sul lato narrativo, sforzandosi magari di presentare interazioni e situazioni più ricche di quelle mostrate finora. Fatto salvo per il buon (sebbene mai eccezionale) carisma del protagonista, la serie finora altro non è stata che una narrazione laterale, per quanto di alta qualità, dell’universo femminile di Star Wars, presentandoci a ogni episodio un nuovo personaggio diverso dal precedente (finora i più interessanti sono l’Armaiola e Fennec Shand). Ma quanto può durare una simile narrazione senza che cominci a mostrare sempre più palesemente i propri buchi? Speriamo il meno possibile.


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