Gian Maria Volonté – Intervista al biografo Mirko Capozzoli

“Un uomo non sarà mai morto finchè ci sarà qualcuno che lo ricorderà”

Se dovessimo redigere una lista degli artisti più significativi della storia del cinema internazionale, il nome di Gian Maria Volonté si posizionerebbe sul podio. Ce ne parla in una breve intervista Mirko Capozzoli, che ha nel 2018 pubblicato la biografia Gian Maria Volonté per add Editore.

Classe 1933, la sua passione per la recitazione e per il cinema nascono gradualmente. Spinto da una necessità interna di usare lo strumento cinematografico come veicolo di importanti messaggi, Volonté vive la sua carriera da combattente instancabile, coinvolto nella sua personale battaglia di rinnovamento sociale.  La galleria di personaggi incarnati da Volonté è tra le più ricche e complesse del nostro cinema; nell’immaginario collettivo è il volto del “Dottore” in Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto e lo stakanovista Lulù Massa in La classe operaia va in paradiso, entrambi capolavori del maestro del cinema politico italiano Elio Petri.

Volonté-biografo

Oggi, a 26 anni dalla sua scomparsa prematura avvenuta il 6 dicembre 1994, i gesti d’omaggio nei suoi confronti sono innumerevoli. Giovanna Gravina Volonté, figlia dell’attore, ha ideato e dirige, insieme a Fabio Canu, La valigia dell’attore, festival cinematografico che ricorda e celebra la figura di Gian Maria Volonté e del nobile mestiere dell’attore, ospitato annualmente sull’isola La Maddalena in Sardegna, dove Volonté è stato riconosciuto come cittadino onorario. Il festival è accompagnato da Valigialab, laboratorio di alta formazione sulle tecniche di recitazione dove i grandi interpreti del cinema contemporaneo insegnano a chi sogna questo mestiere.
Nel 2018 Add editore pubblica il frutto di anni di appassionato studio condotto da Mirko Capozzoli, autore del libro Gian Maria Volonté. Capozzoli ci restituisce una immagine intima dell’uomo dietro l’artista, arricchita da numerose testimonianze di chi ha avuto il piacere di conoscerlo da vicino. Abbiamo chiesto all’autore di descriverci la sua personale esperienza con l’artista e di come questo incontro lo abbia cambiato.

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Cosa ti ha spinto ad approfondire la figura di Gian Maria Volonté e come ti ha arricchito dal punto di vista personale?

Quando ho cominciato a frequentare il DAMS di Torino, ormai quasi venticinque anni fa, amavo già molto il cinema italiano e in particolare le opere di Francesco Rosi ed Elio Petri. Nel corso dell’università mi sono concentrato sull’arte attoriale approfondendo Carmelo Bene, Petrolini, Anna Magnani e altri ancora. Giunto il momento di scegliere la tesi, mi è parso naturale optare per Gian Maria Volonté, un attore superlativo che metteva insieme il cinema che amavo di più con l’impegno politico e altri miei interessi, come quello per la storia più recente del nostro Paese. Da allora non ho mai smesso di occuparmene e nel 2004 ho collaborato alla sceneggiatura del documentario Indagine di un cittadino di nome Volonté prodotto da Alejandro de la Fuente. Nonostante i miei lunghi studi, Volonté resta una figura sfuggente e misteriosa che non riesco a mettere a fuoco del tutto, motivo che mi spinge ancora a farne oggetto di ricerca.

Che tipo di approccio aveva Volonté nella costruzione dei suoi personaggi?

Gian Maria Volonté spiegava malvolentieri la magia della sua arte e dunque non è semplice raccontarla. Intanto dietro c’era molto studio, un’inchiesta sul personaggio, fatta di testimonianze dirette, letture, visioni di filmati e fotografie. Poi c’era un lavoro con il regista, una lettura precisa di tutta la sceneggiatura, non solo della propria parte, in cui Gian Maria evidenziava a matita parole, accenti, al punto da trasformare il testo cinematografico in uno spartito. Non di rado contribuiva alla modifica delle battute, e la definizione di attore-autore restituisce bene il ruolo che Volonté ha avuto nel cinema. Dopo questo studio maniacale “restituiva” il personaggio sul set in modalità differenti, anche a seconda della chiave stilistica del regista, pensiamo ad esempio al Moro di Elio Petri e a quello di Giuseppe Ferrara, due personaggi identici eppure lontani. Va ricordato infine che Gian Maria diventava il personaggio molti giorni prima di arrivare sul set, era un calarsi graduale e altrettanto lentamente ne usciva, non schiacciava un interruttore. Era una trasformazione totale, fisica e psicologica molto dispendiosa, che spesso pesava anche in quanti gli stavano vicini.

Com’è nato in Volonté l’interesse per il cinema e a chi pensi si sia ispirato in questo lavoro?

Oggi può sembrare incredibile ma Gian Maria Volonté in principio non aveva pensato al cinema, poi le circostanze e l’incontro con alcuni giovani registi hanno mutato il corso della sua carriera e ne hanno fatto il protagonista perfetto di una nuova generazione che voleva racontare i forti cambiamenti in atto nella società. Dunque i primi quindici anni d’attore Volonté li ha spesi soprattutto in teatro, e in parte in Tv, cercando di tracciare un percorso personale e nuovo. Si pensi al progetto del Vicario, al dramma anti militarista La ballata del soldato Piccicò o al Sacco e Vanzetti con gli Artisti Associati, solo per citare tre esempi. Non è un caso dunque che in teatro, più precisamente nelle aule dell’Accademia d’arte drammatica di Roma, Volonté trovi nel regista e insegnante Orazio Costa l’unico vero maestro, come ebbe a definirlo in seguito.
Nel 1964 il successo commerciale insperato di Per un pugno di dollari di Sergio Leone cambierà tutto. Agli occhi dei produttori Volonté diventerà un nome su cui investire, e Volonté dal canto suo comincerà ad avere potere contrattuale e di scelta dei soggetti ai quali aderire. Volonté porterà al cinema lo stesso approccio impegnato avuto in teatro, un percorso coerente.

Quale pensi sia stato il ruolo in cui Volonté si è identificato maggiormente durante la sua carriera?

Premesso che la mia è poco più di un’ipotesi, ritengo che Volonté si sia identificato maggiormente nei personaggi interpretati nell’ultima fase della carriera. In particolare credo abbia trovato molte affinità con Bernard Fontana, il protagonista del film La mort de Mario Ricci di Claude Goretta, un film in Italia mal distribuito e poco noto ma che valse all’attore il Prix d’interprétation masculine a Cannes per la migliore interpretazione maschile. Bernard è un giornalista televisivo svizzero con una menomazione alla gamba che si scopre impotente di fronte alla tragica involuzione della società. A proposito di questo ruolo Volonté dichiarò: «Ho lavorato quasi due anni a questo film. Volevo arrivare in profondità a questo viaggio immobile, quasi senza gesti e senza parole, all’interno di un personaggio che ha coinciso con quello che sono io oggi: un uomo di cinquant’anni che è stato malato; che di questa malattia porta un segno, la mancanza di un polmone; che ha raggiunto la sua serenità, un suo piacere di vivere: guardando, osservando, riflettendo».

Pensi che Volontè possa essere d‘ispirazione ai giovani d‘oggi che vogliono approcciarsi al mondo del cinema?

Gian Maria Volonté è fonte d’ispirazione per molti giovani e in particolare per quelli che intraprendono il mestiere d’attore. Credo che di lui apprezzino l’integrità, l’aver portato fino alle estreme conseguenze una professione che spesso è stata svilita. Volonté uomo e Volonté attore erano la stessa cosa. Per Volonté recitare non era “jouer”, ma fare politica, lasciare un segno nello spettatore e quindi nella società. Secondo lui tutto il cinema era politico, e dunque la scelta dei personaggi andava sempre sostenuta dalle idee e dal desiderio di contribuire a migliorare l’esistente, anche quando sceglieva personaggi abietti come il commissario di Indagine.


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