Sergio Leone: sette film per cambiare la Storia del Cinema

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Pochi sono i cineasti che riescono a guadagnarsi un posto nei cuori del grande pubblico e un seggio nell’Olimpo dei grandi del Cinema, ancor meno coloro che ne sono capaci firmando solamente sette film. Sergio Leone è questo, ma molto di più: le sue pellicole hanno raggiunto nel tempo valore iconico tale da rendere ogni fotogramma un’immagine indelebile nella mente di tutti, non solo degli appassionati. Certo, la critica d’oltreoceano aveva accolto freddamente prima i suoi western e poi C’era una volta in America (1984) è stato malamente e inopportunamente dilaniato nel montaggio dalla produzione. Ma anche negli States, alla fine, il Cinema leoniano è stato definitivamente rivalutato grazie anche all’opera di analisi dello storico Christopher Frayling, autore di Sergio Leone: something to do with Death (2000).

Nella produzione leoniana la componente tragica è il mezzo per coniugare una dimensione colta e una popolare, con un Cinema che racchiude in sé la potenza visiva del muto, ereditata dal padre, con le rivoluzioni musicali dell’amico Ennio Morricone e il gusto per la battuta sagace e memorabile – gusto che fra l’altro caratterizzava il taciturno Sergio, capace di lanciare massime epiche tra una boccata e l’altra del suo sigaro. D’altro canto a chi non è mai capitato di dire: «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto!»?

Un diciottenne Sergio Leone in Ladri di biciclette

Nato a Roma il 3 febbraio di 90 anni fa, Leone respira da subito aria di Cinema: il padre è uno dei pionieri del muto italiano, noto con lo pseudonimo Roberto Roberti, la madre è l’attrice Bice Walerian. Lo stesso Sergio, dal ’47, appena maggiorenne, si getta nel Cinema in tutti i modi: fa la comparsa in Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948) e in molti altri film, iniziando al contempo a dedicarsi alla sceneggiatura e alla regia, come assistente e come direttore della seconda unità, spesso non accreditato, in particolare per colossal di produzione americana girati nella Hollywood sul Tevere, come Quo vadis? (Mervyn LeRoy, 1951), Elena di Troia (Robert Wise, 1956), Sodoma e Gomorra (Robert Aldrich, 1962) e il ciclopico Ben-Hur (William Wyler, 1959), film vincitore di 11 Oscar. Nell’ambito dei peplum (film di ambientazione classica) capita, quasi per caso, la sua prima regia: Gli ultimi giorni di Pompei (1959), originariamente diretto da Bonnard, viene ultimato da Leone (che aveva collaborato alla sceneggiatura) perché il regista fu costretto ad abbandonare a causa di una malattia. Quell’assaggio non accreditato non è che un piccolo passo verso la regia, che arriva due anni dopo, sempre fedele al peplum: mentre è impegnato alla seconda unità di Sodoma e Gomorra ha la sua occasione per debuttare con Il Colosso di Rodi (1961), film dal budget risicato che Leone riesce a mascherare, tanto da non farlo sfigurare accanto ai colossal hollywoodiani. La direzione molto personale e il carattere del regista non tardano a presentarsi, e non solo nella proposta a Conrado San Martín di interpretare il ruolo del cattivo – che stupisce l’attore, restio ad accettare e convinto poi dall’insistenza di Leone che ha visto in lui la possibilità di una dicotomia perfetta tra lo sguardo angelico ed un ruolo maledetto – ma anche nella poi celebre diatriba con il protagonista maschileJohn Derek, che accusa Leone di essere troppo inesperto per dirigere e per questo vuole prendere in mano la regia della pellicola: Leone avrà ovviamente la meglio in questa lite. Il risultato non è perfetto (si tratta pur sempre di un’opera giovanile), ma più che godibile e di buon successo, un trampolino di lancio per Leone, che può iniziare a lavorare ad una sceneggiatura intitolata Le aquile di Roma, adattamento a peplum de I magnifici sette (clicca qui per approfondire).

Sergio Leone ed Ennio Morricone in terza elementare

Il film tuttavia non verrà mai girato, ma ha il merito di avvicinare Leone al Western. Una sera del 1963 Sergio vede al cinema un film di Akira Kurosawa, La sfida del samurai, e ne resta colpito: una pellicola realizzata con pochi soldi ma nata da una grande idea. Convinto che ci si possa fare un film a budget ridotto, contatta Fernando di Leo, con cui scrive un adattamento western. Da quel coraggio spregiudicato nasce Per un pugno di dollari. Girato con pochissimi mezzi a disposizione, interpretato da uno sconosciuto Clint Eastwoood, esce in sala per la prima volta nel 1964, quasi in sordina. Ma quando viene distribuito, nel giro di qualche giorno, ottiene un successo clamoroso e la gente fa fatica a entrare in sala. A Firenze, all’ultimo spettacolo della sera, sono costretti a chiamare la polizia.

Di qui in poi Leone diventa il regista italiano che racconta l’America: il West, la Rivoluzione messicana e poi il mondo gangster. Abbiamo parlato a lungo dei suoi western nella nostra rubrica #WildWest (clicca qui per approfondire), che cavalcando il successo di Per un pugno di dollari vanno a formare in soli tre anni una prima trilogia, completata da Per qualche dollaro in più (1965) e dal famosissimo Il Buono, il Brutto e il Cattivo (1966 – clicca qui per approfondire). Oltre a fondare il genere dello Spaghetti Western, in questi film si forma uno dei sodalizi più felici del Cinema: la collaborazione di Ennio Morricone e Sergio Leone rivela due universi creativi che si affiancano, tra i virtuosismi registici dell’uno e le rivoluzioni musicali dell’altro, nella riproduzione gloriosa di un eroismo altisonante e nostalgico. I due erano compagni di scuola alle elementari e si ritrovano negli anni in cui Morricone inizia a lavorare con Bernardo Bertolucci ed è proprio Leone a spingere affinché il compositore diriga oltre che scrivere le colonne sonore: «Sergio Leone mi disse che quando dirigevo io l’orchestra suonava meglio e ho ripreso in mano la mia musica».

Sergio Leone sul set di C’era una volta il West

Dopo la Trilogia del Dollaro, Leone vuole chiudere col Western e decide quindi di scardinare completamente gli stilemi del genere, mettendo una donna al centro del suo C’era una volta il West (1968 – clicca qui per approfondire), dilatando i tempi filmici all’estremo e trasformando un attore simbolo del Western made in USA come Henry Fonda in uno spietato killer. Si dedica in seguito in modo discontinuo ad una pellicola che, un po’ come una donna amata che non riesce mai ad allontanare del tutto, prende in mano e lascia, cerca di affidare ad altri ed infine porta a compimento nel 1971: Giù la testa (clicca qui per approfondire). Ambientato durante la Rivoluzione messicana è quasi la storia di una delle più celebri frasi del regista romano: «Quando ero giovane credevo in tre cose: il Marxismo, il potere redentore del Cinema e la dinamite. Oggi credo solo nella dinamite.».

Sergio Leone sul set di C’era una volta il West
Robert De Niro e Sergio Leone

A chiudere quella che viene ricordata come la Trilogia del Tempo, v’è un film dalla genesi lunghissima, C’era una volta in America, pellicola che Leone aveva in testa da molto, da prima ancora della realizzazione di Giù la testa. Colpito dal romanzo The Hoods di Harry Grey, Leone vuole fare un suo personale mafia-movie ambientato nella New York dei primi del Novecento, ritrovandosi però poi a fare i conti con un genere che gli sta stretto e giungendo infine alla soluzione che scombina il romanzo, tracciando una sorta di parabola di ricordi, destrutturata a livello di montaggio ma fortemente lineare negli intenti intellettuali. Quello che a prima vista può apparire come un film corale presenta in realtà il punto di vista unico del regista, che guarda non con gli occhi di Noodles (Robert De Niro), ma attraverso essi. Intanto produce i primi film di Carlo Verdone, Un sacco bello (1980) e Bianco, rosso e Verdone (1981), consigliandolo anche nella regia ed inizia poi a lavorare ad un nuovo, gigantesco, progetto: un film sull’Assedio di Leningrado, per cui riceve anche i permessi per girare in loco, nell’U.R.S.S. di Gorbachev. Il 30 aprile 1989, colpito da un infarto, muore e quest’ultimo progetto sfuma, in parte poi ripreso ne Il nemico alle porte (Jean-Jacques Annaud, 2001). A soli 60 anni scompare uno dei cineasti italiani più grandi di sempre, tanto immortale che registi hollywodiani del calibro di Quentin Tarantino e Martin Scorsese, quando vogliono un primissimo piano del volto, chiedono ai propri cameramen: «Give me a Leone!».

Sergio Leone accende un sigaro a Clint Eastwood

Sergio Leone: seven movies to change the History of Cinema

traduzione inglese a cura di Serena Demichelis

There are only a few filmmakers who are able to earn a place in the audience’s heart and a seat on the Olympus of Cinema; and there are even fewer ones who are able to do so with only seven films. Sergio Leone is all this and even more: his movies are now icons, each frame is permanently fixed in the mind of everyone, enthusiast or not. To be fair, at the beginning American critics had been rather cold towards Leone’s first westerns and Once upon a time in America (1984) had been badly post-edited. Yet, Leone’s movies were eventually reevaluated even in the States, also thanks to the work of such historians as Christopher Frayling, who wrote Sergio Leone: something to do with Death (2000).

Tragedy is exploited in Leone’s works in order to combine the erudite dimension with the folk, pop one; Leone’s movies comprise in themselves the visual power of silent cinema, which Sergio inherited from his father, Ennio Morricone’s musical revolutions and a taste for memorable, clever lines – something which belonged to the director himself, well-known for the jokes he used to make while puffing his cigar. Who could ever resist the temptation to say: “When a man with a .45 meets a man with a rifle, the man with a pistol is a dead man”

Leone was born in Rome on February 3rd, 90 years ago; cinema was around him since very early childhood: his father was a pioneer of silent movies, known under the pseudonym of Roberto Roberti, and his mother was the actress Bice Walerian. In 1947 Leone entered the world of Cinema: he starred as extra in Ladri di Biciclette (V. De Sica, 1948) and in many other movies, moving his first steps towards directing and script writing as well, working for almost no acknowledgment in American colossal productions as Quo vadis?, Elena of Troy, Sodom and Gomorrah and Ben Hur.  His first experience as a director was again, almost accidentally, a peplum (a movie set in ancient, classic times): The last days of Pompeii (1959), initially directed by Bonnard and completed by Leone (who had cooperated for the script) because of the former’s sickness. Two years later, the first movie directed entirely by him: it is still a peplum, The Colossus of Rhodes (1961), on which he worked while he was also cooperating to the realization of Sodom and Gomorrah. The movie had a very limited budget but Leone succeeded in hiding it so well that it does not look bad when compared to contemporary Hollywood colossals.

Leone’s peculiarities as a director and as a person started showing: for instance, Leone insisted in having Conrado San Martin as the bad guy against the actor’s own wishes, building on the fact that San Martin’s angelic face would have contrasted with the maudit rolein a very effective way. During the shooting Leone also had a famous quarrel with the leading male actor, John Derek, who demanded being appointed director on the basis of Leone’s lack of expertise. The movie is not perfect (let’s not forget it is an early work), but it can be enjoyed and it obtained enough praise and success; Leone used it as a stepping stone and started working on a new script, Le aquile di Roma¸ which will never become a movie. Yet, it has the merit of having brought Leone closer to the world of Westerns. In 1963, he watched Akira Kurosawa’s Yojimbo at the theater: the movie impressed him for its realization, based on a low budget and a great idea. He decided to write a western adaptation of the film together with Fernando di Leo: the result of this brave choice will be A fistful of dollars, filmed with few resources and starring an unknown Clint Eastwood. Its theatre release in 1964 was almost unnoticed but after a few days people were fighting to get in cinemas (the police had to intervene during the late evening show in Florence).

From that moment on, Leone has become the Italian director who tells American stories: Far West, the Mexican revolution, gangsters. We have devoted large space to his Westerns in our #WildWest column, focusing on how, following the path of A fistful of dollars, they for a first trilogy in only three years’ time, comprising For a few dollars more (1965) and The Good, the Bad and the Ugly (1966). Besides the merit of being the origin of a new genre (Spaghetti Western), these movies also offer the scenario for the birth of one of the most successful collaborations in the history of Cinema, the one between Ennio Morricone and Sergio Leone, between a virtuoso of directing and a revolutionist of music. Leone and Morricone were schoolmates during primary school: they met again only after Morricone had started working with Bertolucci. In that period Leone suggested that Morricone started directing the orchestra, besides writing the soundtracks for the movies; “Sergio Leone told me that the orchestra played better under my direction”.

After the Dollar trilogy, Leone wanted to stop working with Westerns and decided to completely revolutionize the genre by having a woman as a protagonist in Once upon a time in the West (1968). Moreover, he dilated the movie timing at their extremes and turned Henry Fonda, a US Western symbol, into a pitiless killer.

Then, he devoted himself to a film which took him years to complete, after numerous failed attempts: Duck, you sucker! (1971). The movie is set during the Mexica revolution and is basically the story behind one of the director’s most famous lines: “When I was young I used to believe in three things: Marxism, cinema’s redeeming power and dynamite. Now, I only believe in dynamite”.

The last chapter of the so-called Time trilogy is Once upon a time in America, a movie which Leone was brooding upon even before starting working on Duck. Leone had been impressed by The Hoods, a novel by Harry Grey, and had decided to make his own mafia-movie, set in early 20th century New York. Yet, the genre’s constraints are too tight for him and the result is a deconstructed version of the novel, a parable of memories with a strong line of intellectual intentionality. What may look like a choral movie is actually presenting one point of view only, i.e. the director’s, who’s not looking with Noodles’  (Robert de Niro) eyes but through them.

In the meanwhile, Leone produced Verdone’s first movies, Un sacco bello (1980) and Bianco, rosso e Verdone (1981); he also gives Verdone some directing advice. At the same time he started working on a new, huge project: a movie about the siege of Leningrad, to be shot in loco thanks to Gorbatchev’s special permission. On April 30th, 1989, Leone dies for an heart attack and this last project ends with him (though it will actually be partially re-elaborated in Jacques Annaud’s Enemy at the gates, 2001).

Leone died when he was only 60, by then one of the greatest Italian filmmakers of all times. His legacy is such that now Hollywood directors as Quentin Tarantino and Martin Scorsese, when asking for a close up of an actor’s face, say: “Give me a Leone!”.

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