The Mandalorian – Capitolo II – La recensione

Palliativo efficacissimo contro l’atmosfera esiziale del nostro confinamento, l’ultima delle ipnosi disneyane: gli occhioni languidi del (finalmente) nostro Baby Yoda, indiscussa star memetica del 2019 e seconda carta vincente di Favreau per riconquistare la nostra fiducia verso il franchise più controverso di sempre. Della prima ce n’eravamo già accorti nel capitolo I: un’ispirazione western e un protagonista affascinante, finalmente scevro dei patemi alla Skywalker. Ma intercettare gli appetiti del pubblico (e del fandom) è una cosa, ottenere un risultato gradevole un’altra, come vedremo in questa recensione dell’episodio 2 di The Mandalorian.

Ed ecco che The Mandalorian, partito col botto, si assesta su un ritmo più misurato, in un secondo episodio che è vero primo atto di un’avventura probabilmente di coppia. Dopo le promesse iniziali, una piattezza narrativa che non pesa, ennesima tessera di quella che è chiaramente la cifra stilistica dell’episodio, cadenza imprescindibile per la costruzione di un’aura eroica intorno al personaggio; eroismo a cui l’ultima trilogia, farcita di battute, ci aveva disabituato. Nonostante l’assenza di sostanziali avanzamenti di trama, non mancano le sorprese: quasi subito scopriamo che “Mando” non è l’unico assegnatario della taglia, e che altri – in questo caso cacciatori simili a Bossk de L’Impero colpisce Ancora – sono al soldo di ciò che resta dell’Impero. Scopriamo poi che la Forza scorre potente nel tenerissimo baby-cinquantenne, che nella scena al crepuscolo pare addirittura voler svelare il più arcano dei poteri Jedi: la guarigione. Nessun colpo di scena dopo L’ascesa di Skywalker, ma l’autunno scorso gli amici oltreoceano devono essere rimasti di stucco.

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Sono – e lo saranno per sempre – graditi i rimandi alla Trilogia originale, specialmente quando appare palese che il pianeta Arvala-7 altro non è che un gemello di Tatooine. Non c’è traccia di città, ma il clima desertico, l’inconfondibile silhouette dei vaporatori, e, soprattutto, i fastidiosissimi Jawa ci sono molto familiari. La nostalgia si incrina quando vediamo un unico sole alle spalle dei due protagonisti, nella memorabile scena del loro incedere fianco a fianco. L’ennesimo topos western, dopo la presenza del nemico oltre le crine della gola, il bivacco spartano al tramonto e il rocambolesco assalto alla fortezza mobile dei Jawa.

Nell’inseguimento al sandcrawler, che senza voli pindarici ci ricorda il Mad Max di George Miller, si consuma il picco d’azione dell’episodio, complice un combattimento finale graficamente spettacolare ma piuttosto monotono nelle sue dinamiche. A ben vedere, il bello è nel contrario dell’azione, nell’enfasi della quasi assenza di dialoghi, nelle ambientazioni da frontiera, così realistica e quasi vintage, frutto della tecnica StageCraft.

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The child, il bambino della stessa razza di Yoda, è adorabile anche quando trangugia una rana.

A prescindere dalle capacità di Pedro Pascal, si è ancora lontani da un’efficace caratterizzazione del mandaloriano, anche se tutto sembra convergere verso un’epicità tutt’altro che scontata per l’universo Star Wars. La dilatazione nutre la nostra fantasia, ma anche le nostre aspettative. Saranno deluse?

Non dimenticate, il terzo episodio arriva il 27 marzo.


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