The Boys 4 è uno sporchissimo gioco da adulti
Ci sono momenti in cui la stagione 4 di The Boys – vero gioiello seriale della scuderia Prime Video – somiglia moltissimo ad una scatola di action figure prese e lanciate con violenza in una pozza di fango, sangue e altri fluidi, come in un perverso “gioco da adulti” senza alcun limite che non sia provare fino a che punto la plastica può reggere lo schianto a terra. E questi, con buona pace dei puristi della tenuta narrativa, sono i momenti più sinceramente efficaci di una serie che di stagione in stagione – tra spin-off, prodotti correlati e simili – rompe e dilata i confini del sostenibile, sfidando di continuo lo sguardo dello spettatore e alzando l’asticella del gore al punto da rendere sinceramente terrificanti quei momenti in cui la violenza e l’osceno avvengono fuori campo, raccontati solo dagli effetti su corpi ormai totalmente inverosimili dei protagonisti.

A quanto pare The Boys detta le regole del gioco: in questa stagione nulla è troppo attuale o politicamente sensibile per non essere rappresentato con brutale concretezza; nessun ambito dell’industria mediale è troppo scottante per non essere chiamato in causa come parte del problema (qualsiasi esso sia); e nessun personaggio interno od esterno al franchise è davvero al sicuro dal diventare icona di una qualche perversione dalle conseguenze inverosimilmente grottesche. Il gioco al massacro di The Boys accompagna lo spettatore a lasciarsi andare un gradino più in là dell’immaginabile, sfidandolo ad oltrepassare la soglia della sopportazione, come a voler continuamente vincere una scommessa dalle conseguenze potenzialmente disastrose.

Tutto questo chiaramente porta ad una sorta di “congelamento” nell’evoluzione dei personaggi e delle loro relazioni, con una profondità drammaturgica decisamente più debole rispetto alle stagioni precedenti, ma tutto questo non sembra minimamente inficiare la tenuta di un prodotto seriale in cui la base di scrittura è abbastanza solida da far andare i protagonisti felicemente col pilota automatico, guidati più dalla chimica che hanno su schermo che da una qualche effettiva traiettoria narrativa. Una qualunque battuta pronunciata da Karl Urban con il suo irresistibile accento tiene insieme senza sforzo un Billy Butcher altrimenti frammentato e frammentario, salvandolo dall’essere l’ennesimo risultato di un miscuglio citazionista. Al contempo la paradossale recitazione sempre al margine tra l’over e la sottrazione di Antony Starr regala un Homelander totalmente imprevedibile, maestro di costruzione della tensione con la semplice presenza.

La progressione di The Boys sembra muovere verso una crescente e incontrovertibile fagocitazione del tessuto stesso di cui è composta: non solo personaggi Marvel e DC – a questo giro, con buona pace di Spider-Man e Batman – ma anche il loro intorno crossmediale, andando sottilmente ad attaccare la tendenza all’integrazione orizzontale delle multinazionali dell’intrattenimento che si mostrano qui capaci di orientare una miriade di prodotti eterogenei verso una discorsività comune. Non è infatti solo un pretesto narrativo l’utilizzo (spesso dai risvolti al massacro) di spettacoli su ghiaccio, show di pupazzi, produzioni televisive per famiglie, notiziari, ecc. come luoghi sensibili dell’azione discorsiva della serie: è nella loro pervasività che si nasconde il demone dell’omologazione plurimediale e sta nella loro integrazione la potenza di fuoco di chi controlla le icone culturali. Così The Boys ne narrativizza l’efficacia, smascherandone i parossismi e mettendone alla prova, ancora una volta, i confini possibili.

In questo è straordinario il binomio introdotto in questa quarta stagione tra le due nuove reclute dei Seven, Firecracker (una stupenda Valorie Curry) e Sister Sage (inarrivabile Susan Heyward), polarità di una tensione narrativa sfaccettata e interiorizzata nel prodotto stesso, dove la verità del rappresentato lascia spazio alla sua immagine confezionata, progettata e adeguata allo scopo da perseguire. Non a caso questa stagione di The Boys vede spesso richiamata la dinamica dell’identità rubata, con personaggi che si fanno maschere e viceversa – da Black Noir alla shapeshifter, passando per Hughie che deve vestire i panni di un super con conseguenze traumatiche – lasciando sempre il dubbio sulla solidità dell’immagine stessa. Nessun personaggio della stagione è affidabile, nessuno è effettivamente univoco, tutto è spostato e spostabile, arrivando ad una conclusione di stagione che nella sua devastante ed esplicita brutalità non può non lasciare comunque più di un dubbio.

In attesa della stagione finale di The Boys – e del seguito della comunque efficace Gen V – ci si chiede dove possa arrivare ancora questo gioiello marchiato Prime Video, che con le sue quattro stagioni ha ridefinito i canoni del rappresentabile televisivo più di molti altri prodotti simili, pur sottostando comunque a tendenze visive generali che ne sanciscono la partecipazione ad un mercato comune. Ciò che dispiace è che il fagocitato – Disney e Warner in primis – non sembri recepire il “messaggio” di The Boys, nemmeno attraverso le produzioni più estreme, per quanto di qualità; il nuovo ciclo DC (i personaggi più “colpiti” da The Boys) potrebbe invertire la tendenza, ma nel frattempo è a casa Prime Video che si trovano i supereroi più aderenti al marveliano mondo fuori dalla finestra.
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