Tales from the Loop – Inspiegabile umanità

Ci troviamo nell’epoca della Peak TV, epoca tanto decantata dal CEO dell’emittente FX John Landgraf, ma anche temuta per il soffocamento mediatico del pubblico televisivo, che si trova a essere circondato da decine di nuove storie senza avere il tempo di esperirle come meritano. Le serie, d’altro canto, faticano sempre più a trovare qualcosa di nuovo da dire: se le idee completamente originali scarseggiano, ci si trova prossimi all’esaurire anche quelle che dovrebbero essere le loro fonti di ispirazione naturali: videogiochi, romanzi, fumetti, film, articoli di giornale, documentari, il nostro passato. In questo frangente Tales from the Loop si presenta come un prodotto estremamente innovativo, perché di fatto è un tentativo di adattare una serie di opere d’arte (poi raccolte in un volume, pubblicato in Italia da Oscar Ink con il titolo Loop) per il piccolo schermo.

L’artista al centro della nuova serie originale di Amazon Prime Video è Simon Stålenhag, distintosi per il suo modo di reimmaginare i paesaggi della Svezia rurale che hanno fatto da sfondo alla sua infanzia. Così sfogliando le pagine di Loop troviamo lande desolate in cui si ergono come elementi estranei ma ormai incorporati nella natura robot e altre strutture metalliche senza una vera utilità. Le immagini sono accompagnate nel libro da testi che raccontano la costruzione di un gigantesco acceleratore di particelle chiamato appunto Loop e dei suoi effetti sulla popolazione della vicina cittadina di Mälaröarna. Nella serie, dove l’artista rimane nei panni di co-produttore, l’azione viene trasposta nella piccola località inventata di Mercer nell’Ohio, ma l’atmosfera rimane quella immaginata da Stålenhag.

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In Tales from the Loop manca quella linea di separazione presa per scontata tra uomo e macchina e tra natura e artificiale. Vediamo robot che diventano umani e umani che diventano robot, androidi che prendono il posto di arti, strutture sistemate nel centro del nulla senza che nessuno si faccia domande. Non si guarda alla tecnologia come a un’intrusione di un futuro che sta inghiottendo la quotidianità, ma come a uno spettro che aleggia sulle vite dei protagonisti e che è capace di trarli in inganno ma anche di salvarli. Così riescono a convivere calma e inquietudine, sensazioni che pervadono ogni capitolo della serie che vede come showrunner Nathaniel Halpern, già sceneggiatore per la sottovalutata Legion.

Definire Tales from the Loop una serie di fantascienza potrebbe essere fuorviante, soprattutto per la percezione che abbiamo al giorno d’oggi del genere. Il rimando è qui a un sovrannaturale più rarefatto, più interiorizzato: non vediamo creature mostruose, ma umani che si trovano a fare i conti con l’inspiegabile. La serie si colloca così sullo stesso filone dello splendido The Vast of Night, film di Andrew Patterson distribuito da Amazon Studios e in uscita alla fine di maggio sulla piattaforma (qui il trailer). È una fantascienza che richiama Ai confini della realtà, ma non dimentica il moderno, finendo per ricordare nell’atmosfera e nell’intreccio prodotti mainstream contemporanei come Dark e Stranger Things.

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Tales from the Loop trova il modo di differenziarsi dal filone a cui appartiene grazie alla sua natura semi-antologica e in questo si nota il suo derivare non solo dalle opere d’arte di Stålenhag ma anche dall’omonimo gioco di ruolo che esse hanno ispirato. L’universo di Mercer è lentamente raccontato dai personaggi protagonisti degli otto episodi che prendono la parola aspettando il loro turno, permettendoci di vedere quello che noi spettatori abbiamo già vissuto con occhi nuovi e di temere ciò che ci porterà il futuro. Tales from the Loop non si interessa ai misteri che pervadono la quotidianità di questa cittadina, che appaiono come un’abitudine assodata agli occhi dei cittadini. Attraverso l’atmosfera onirica aiutata dall’ineccepibile lavoro del production designer Philip Messina (Mother!) e del premio Oscar alla scenografia Victor Zolfo (The Curious Case of Benjamin Button), la serie vuole restituire un mondo ovattato e inquieto dove l’inspiegabile non spaventa, ma viene visto come un’opportunità per l’uomo di crescere.

A darci il benvenuto nella nebbiosa realtà di Mercer ci pensa il fondatore di Loop, Russ Willard (interpretato da Jonathan Pryce), che guardando in macchina annuncia allo spettatore come tutto lì sia possibile. La serie, che vede avvicendarsi dietro alla macchina da presa Mark Romanek (Never Let Me Go), Andrew Stanton (WALL•E) e Jodie Foster, si prefissa come un’esplorazione silenziosa di dilemmi profondamente umani che riguardano l’identità, l’amore, ciò che si è disposti a fare per aiutare le persone che amiamo. Se Tales from the Loop parla di fantascienza, allora l’unico vero fenomeno inspiegabile non sono le case inghiottite dai buchi neri o i robot che seguono i movimenti dei loro padroni, ma gli esseri umani stessi e forse sono queste le storie di cui abbiamo bisogno al giorno d’oggi.

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