3 film iraniani per festeggiare l’8 di gennaio | Ascanio Day

«Hey, lascia entrare Ascanio, dall’8 di gennaio, perciò limarla è tosta, esce ma non mi rosica»

da Esce ma non mi rosica, di Shahram Shabpareh

Sono ormai 12 anni che in Italia si celebra l’8 di gennaio – per l’ortodossia, “Hottoh di Gennaioh” -, una festa nata da uno scherzo, un piccolo divertissement apparso su YouTube il 28 dicembre 2008, la canzone iraniana italianizzata Esce ma non mi rosica, di Shahram Shabpareh, alias Ascanio (qui il video). L’incredibile assonanza tra parole iraniane e italiane fece nascere una passione ancora oggi viva e divenuta, negli anni, fenomeno di costume, con tantissimi altri titoli iraniani, indiani, coreani (continuate voi) italianizzati in chiave sempre comica.

Negli anni, la community di appassionati ha organizzato feste a tema pubbliche o tra pochi amici, karaoke italianizzati, concerti per cover dei pezzi che oggi rientrano comunemente nel novero delle canzoni travisate. Noi di Birdmen Magazine quest’anno vogliamo festeggiare nel nostro stile, offrendovi 3 scelte filmiche per conoscere e cominciare a esplorare la filmografia di un Paese, l’Iran, che ha dato i natali a grandissimi personaggi del mondo culturale contemporaneo, compreso il sultano del pop iraniano Shahram Shabpareh, l’uomo da cui è partito tutto! Sullo sfondo del fenomeno “Ascanio”, decenni di successi e milioni di dischi venduti, ma anche la triste parabola di artista espatriato in California durante gli anni Settanta e mai più tornato nel suo Paese, da cui è bandito sin dalla rivoluzione islamica iraniana del ’78-’79.

Vi lascio dunque ai 3 film scelti per voi da Andrea Giangaspero, Sandra Innamorato e Lorenzo Botta Parandera, che vi consigliano, rispettivamente, un rivoluzionario reenactment che mette in scena l’imprevedibilità della vita e la diversità dei punti di vista su una vicenda realmente accaduta; un grande classico di Farhadi che affronta il tema storico-politico iraniano attraverso una storia di incomunicabilità familiare e separazione; infine, un film spigoloso, critico nei confronti del governo iraniano attraverso uno sguardo su mondo rurale iraniano e condizione della donna. Con accento forte sui limiti del mezzo cinematografico, incapace di comunicare il reale.

È davvero la giornata giusta per lasciar entrare il cinema iraniano nelle vostre vite e celebrare quella che, a tutti gli effetti, si può considerare una nuova festa nazionale. Buon 8 di gennaio! Carlo Maria Rabai


Nūn o goldūn – Pane e fiore

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Regia: Mohsen Makmalbaf | Sceneggiatura: Mohsen Makhmalbaf | Anno: 1996

Quand’era ancora un 17enne rivoluzionario, il (non ancora) regista Mohsen Makhmalbaf pugnalò un poliziotto e finì in prigione per 4 anni. 20 anni dopo, nel ’96, ricevette la visita di quello stesso poliziotto che voleva partecipare da attore non professionista ad uno dei suoi film. È a questo punto che Makhmalbaf decise di girare un film che mettesse in scena non l’accoltellamento, ma la messa in scena dell’accoltellamento, di come si è arrivati a esso, secondo il duplice punto di vista dei due protagonisti.

L’esito è Pane e fiore, una delle operazioni cinematografiche più originali ad essere mai state portate sul grande schermo. Il poliziotto e il regista scelgono reciprocamente un attore che deve interpretare la propria versione da giovane, ma è il ruolo di una ragazza, comune al passato di entrambi e alla singolarità dell’episodio, a donare forza alla pellicola, permeandola di una riflessione circa la relatività dei fatti e l’imprevedibilità della vita.Richiamando il Close-up (1990) kiarostamiano, Pane e fiore gioca con la modalità espressiva del reenactment, della rimessa in scena del passato, rileggendolo però in forme più pronunciate (se non estreme) e ponendo l’accento sull’impossibilità e sull’errore insiti in tale replica.

L’idea dell’interpretazione del poliziotto e del regista da parte dei due giovani attori comporta l’inatteso problema del confronto tra due generazioni distanti. I due ragazzi sono mossi da ideologie ben meno riottose e faziose, meno radicali e spinte alla non violenza. Lo iato con il sé originale e da replicare, cioè con la generazione del regista e del poliziotto, è insanabile. Si staglia qui un discorso ideologico fondamentale e proprio di tutta la filmografia di Makhmalbaf: la creazione di un calco del passato porta con sé la minaccia della sua ripetizione, in cui l’idealismo degenera nella violenza. È dunque da consegnare alle nuove generazioni la possibilità di scucire il presente dal passato, pure alterando la scenografia, la messa in scena, e traslando i simboli della violenza – il pugnale e la pistola – nei segni di pace del pane e del fiore. Andrea Giangaspero


Jodái-e Náder az Simin – Una separazione

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RegiaAsghar Farhadi | Sceneggiatura: Asghar Farhadi | Anno: 2011

Vincitore dell’Oscar al miglior film straniero nel 2012, di un Golden Globe per la stessa categoria e primo film iraniano a ricevere l’Orso d’oro alla 61a edizione del Festival di Berlino, Una Separazione consacra il genio registico di Asghar Farhadi oltre i confini di una terra severa con i proprio figli d’arte. Maestro esperto nel maneggiare tanto la bellezza quanto la rigidità di un Iran privo di equilibrio, Farhadi fa del suo cinema un delicatissimo “tribunale morale”, dove la dialettica danzante tra giusto e sbagliato sfuma in un nebuloso dilemma etico senza via di fuga. Con una soggettiva sul giudice vagliante l’istanza di divorzio della coppia protagonista, Farhadi ordina spazialmente sul suo palcoscenico quella che è una “separazione” a più livelli.

Non soltanto una separazione effettiva degli ambienti occupati da marito e figlia (in casa propria) e dalla moglie lontana (partita per gli Stati Uniti), ma una separazione che è “incomunicabilità”: una lontananza effettiva tra credenze e intenti che colloca in condizioni estremamente differenti tutti i personaggi. Una messa in scena dal sapore teatrale quella di Farhadi. La tensione frenetica dei dialoghi che sovrappone spesso i dibattenti, gli eventi che infittiscono di continuo la maglia etica ed emotiva della vicenda, i bellissimi campi/controcampi sui volti degli attori, così come i dialoghi fuori campo, ricreano un palcoscenico di “testimoni” di una verità che ha difficoltà ad assumere forma percepibile. Il cinema di Farhadi si fa testimone a sua volta della snervante impossibilità di attribuire colpe e di risarcire vittime, in un toccante fraseggio su pellicola che della verità ci consegna tutte le possibili forme. Sandra Innamorato


Se rokh – Tre volti

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Regia: Jafar Panahi | Sceneggiatura: Jafar Panahi, Nader Saeivar | Anno: 2018 

I tre volti, ultimo lavoro di Panahi, è il brillante frutto di un percorso teorico, militante e spaziale iniziato con This Is Not a Film (2011) e proseguito con il magistrale Taxi Teheran (2015). Dopo l’appartamento di This Is Not a Film, spazio obbligatorio di riflessione sulla condanna del governo iraniano che gli impedisce di produrre cinema – la pellicola è arrivata a Cannes tramite un hard disk nascosto in una torta -, Panahi passa a un taxi nel suo capolavoro del 2015, Orso d’oro a Berlino, cab su cui ospita una galleria di persone e storie, tratteggiando l’Iran contemporaneo.

L’auto è di fatto un topos della New wave iraniana e, non a caso, si ripete in Trois Visages – Tre volti: Jafar Panahi e l’attrice Amin Jafari ricevono un video da parte di un’adolescente che filma il suo suicidio, a seguito del divieto da parte della famiglia e del fidanzato di studiare in un’accademia di recitazione. In questo bizzarro ma ponderatissimo road movie nell’Iran rurale, l’oggetto di studio di Panahi è la verità dell’immagine: la domanda sulla veridicità della tragedia – se il video fosse il frutto di una brillante contraffazione? – interroga la capacità dell’immagine di mostrare la realtà. Lo sguardo del regista prende allora le distanze, non mostra, ma accenna agli eventi, racconta per mezzo di una costante ellisse del visibile. Emblema di questa ricerca diviene Shahrazad, diva del cinema precedente la rivoluzione, ora caduta in disgrazia, che Panahi immagina di ritrovare esiliata fra i monti dell’Iran.

Shahrazad non offrirà mai il suo volto allo spettatore, apparirà solo fugacemente come un fantasma. Il passaggio dall’angusto appartamento di This Is Not a Film all’arioso e aperto Tre volti testimonia che la voce critica di Panahi è ben lontana dalla castrazione. Anzi, il cinema di Panahi ha appena ricominciato a pungere.  Lorenzo Botta Parandera

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