#Top10Criterion: i 10 film preferiti di Guillermo del Toro

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Criterion Collection è un’azienda statunitense che immette sul mercato alcuni dei migliori prodotti home-video attualmente in circolazione, riesumando anche classici perduti o troppo poco considerati. In questa rubrica «Birdmen Magazine» ripropone per voi le top 10 che una serie di grandi registi, attori e sceneggiatori hanno stilato per il sito di Criterion. Hanno potuto scegliere i loro film preferiti da un catalogo immenso. Ciascuna scelta è corredata da una nota, più o meno lunga, che, in parte riportata, è piacevolmente disponibile sul sito d’origine, a questo link. Oggi Guillermo del Toro presenta la sua lista di favoriti, raggruppandoli in 10 categorie tematiche: o stesso regista, o comunanza di argomenti trattati.


QUI LE ALTRE TOP 10 DELLA RUBRICA.


Akira Kurosawa

Il trono di sangue (1957), di Akira Kurosawa

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Anatomia di un rapimento (1963), di Akira Kurosawa

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Ran (1985), di Akira Kurosawa

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Del Toro mette Kurosawa al primo posto, definendolo esuberante ma elegante al tempo stesso. Il trono di sangue, Anatomia di un rapimento, e Ran sono, così afferma del Toro, i tre film più pessimistici, visivamente spettacolari, e operistici del maestro giapponese. Sta però allo spettatore capire a quale dei tre vada assegnata ogni qualità.


Ingmar Bergman

Il settimo sigillo (1957), di Ingmar Bergman

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Fanny e Alexander (1982), di Ingmar Bergman

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«Il Bergman narratore è il mio preferito», afferma del Toro.  Per il regista messicano, questi due film hanno la forza primigenia di un racconto infantile letto attraverso gli occhi di un adulto infinitamente vecchio e saggio. Un immaginario selvaggio unito a uno spiccato gusto per l’inspiegabile: questa la carta vincente dei due capolavori di Bergman, dove del Toro trova note di Hans Christian Andersen, Charles Dickens, e John Calvin. Tra parentesi: avete mai fatto a caso a come, nella più pura tradizionale medievale, Il settimo sigillo sia pieno di elementi comici e umoristici?


Amore folle e disperato

La bella e la bestia (1946), di Jean Cocteau

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Occhi senza volto (1960), di Georges Franju

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«Tenero e delicato» l’uno, «sugoso e svergognato» l’altro, del Toro definisce entrambi i film come «inebrianti poesie notturne» sulle nozioni di orrore e fragilità.  Le loro immagini sublimi, quasi eteree, rimandano a un inevitabile destino di perdita. Per del Toro, qui sta la potenza di quell’amore che, folle e disperato, si aggrappa alla vita persino nelle più terribili tempeste di oscurità. Sono film incantevoli, che rimangono addosso. Per non parlare, aggiunge il regista, dell’incredibile colonna sonora di Occhi senza volto!


David Lean

Grandi speranze (1946), di David Lean

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Le avventure di Oliver Twist (1948), di David Lean

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È possibile, afferma del Toro, che i più ricordino David Lean per i suoi colossal (Lawrence d’Arabia, Il dottor Živago, Il ponte sul fiume Kwai), ma Grandi speranze e Le avventure di Oliver Twist sono le sue opere più poetiche e precise. Avventure dello spirito prima che della carne, entrambi i film offrono momenti di grande magia e composizioni incantevoli, che si tratti di mostrare la sofferenza della madre di Oliver con inserti di montaggio su grovigli di spine, o di fermarsi amorevolmente sulla tarda bellezza di Miss Havisham. Lean sa, continua del Toro, che, per restituire la maestosità degli archetipi dickensiani, si deve ragionare per iperboli. Aggiunta apprezzabile: parecchie scene di entrambi i film si muovono sulla linea sottile tra poesia e horror.


Terry Gilliam

I banditi del tempo (1981), di Terry Gilliam

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Brazil (1985), di Terry Gilliam

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Per del Toro, Terry Gilliam è una miniera d’oro vivente, artisticamente parlando, e, per ogni suo film che non entra in produzione, siamo solo noi a perderci. Il nostro mondo, aggiunge il regista, sembra troppo povero in fantasia per la mente di Gilliam. L’ex-Monty Python è un favolista per immagini – una bomba a mano di immagini, per l’esattezza – e la sua immaginazione è feroce, indomita. La lezione di Gilliam, dice del Toro, è che il “cattivo gusto” è l’unica dichiarazione di indipendeza che ci rimane per salvarci dal fascino discreto della borghesia. Gilliam salta nel vuoto senza che sotto di lui ci sia una rete, e nel farlo ci trascina con lui. Il suo mondo, conclude il regista de La forma dell’acqua, può essere coerente solo se ci diamo corpo e spirito alla favola che ci sta raccontando. «Brazil è ancora uno dei film che mi stanno più a cuore», si confessa del Toro, mentre I banditi del tempo è «una pietra miliare del fantasy alla Roald Dahl». Del Toro ha ri-guardato I banditi del tempo con la figlia, e vederla scoppiare a ridere quando i genitori di Kevin esplodono in una nuvola di fumo è stato molto emozionante.


Kaneto Shindo

Onibaba – Le assassine (1964), di Kaneto Shindo

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Kuroneko o Il gatto nero tra i cespugli (1968), di Kaneto Shindo

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Orrore e desiderio, morte e lussuria. Queste le coppie che convivono, per del Toro, in questo perverso, impegnativo double bill di Kaneto Shindo. Il regista ammette di averli visti per la prima volta a dieci anni, esperienza che lo ha quasi traumatizzato. Radicati nel folklore giapponese, sia Onibaba che Kuroneko sono storie perfette secondi i canoni antichi ma, allo stesso tempo, incredibilmente moderne per il loro approccio ai temi della violenza e della sessualità. Del Toro, che paragona i due film del regista giapponese a dei ricami netsuke,  definisce Onibaba e Kuroneko «gioielli atmosferici» in grado di mostrare un’umanità intrappolata in un cosmo crudele. Anzi, le due storie vanno a braccetto così bene che, a un certo punto, sembrano fondersi in una sola trama. La programmazione perfetta per una serata al cinema nel secondo cerchio dell’inferno.


Stanley Kubrick

Spartacus (1960), di Stanley Kubrick

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Orizzonti di gloria (1957), di Stanley Kubrick

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Kubrick, nelle parole di del Toro, era un intelletto feroce, e il suo approccio tanto allo storytelling che alla regia rimane tanto misterioso quanto accattivante. Il controllo del mezzo cinematografico è totale. Del Toro ha scelto Spartacus e Orizzonti di gloria in quanto perfette rappresentazioni della statura risibile dell’uomo a confronto con gli eventi storici. In questo senso, del Toro li vede come vero e proprio standard di paragone per tutti i film storici a venire. Orizzonti di gloria è «una messa in accusa scottante della macchina della guerra», che sa passare il suo messaggio tanto allora che ai giorni nostri. Il sospetto di del Toro, a dire il vero, è che Kubrick fosse un regista terribilmente istintivo, e che cacciasse le inquadrature per appostamento. A tal proposito, del Toro ricorda un aneddoto interessante: si dice che Kubrick abbia pregato Kirk Douglas di riposarsi per qualche giorno in più dopo un incidente, in modo da avere il tempo di mettersi a capire il film che stavano facendo.


Preston Sturges

I dimenticati (1941), di Preston Sturges

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Infedelmente tua (1948), di Preston Sturges

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Le candele che bruciano in fretta non sono altro che fuochi fatui, e la carriera di Preston Sturges – una meteora, da lasciare a bocca aperta – conferma, secondo del Toro, questa assunzione. I dimenticati e Infedelmente tua sono film che, dice il regista, vivono di energia scatenata e fuochi d’artificio, anche se I dimenticati è anche «una delle più profonde meta-riflessioni di Sturges sul ruolo del regista come intrattenitore».  Molti hanno provato a seguire nel solco di Sturges, ma tutti, afferma del Toro, hanno fallito. Preston, conclude, era davvero una bestia rara nel mondo del cinema.


Vampiri e stregoneria

Vampyr – Il vampiro (1932), di Carl Theodor Dreyer

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La stregoneria attraverso i secoli (1922), di Benjamin Christensen

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Terrore e poesia al massimo grado, ma entrambi, così dice del Toro, derivanti da due distinte tradizioni medievali. La stregoneria attraverso i secoli è, per il regista, l’equivalente di un disegno infernale di Bruegel o di un dipinto di Bosch, una lista di peccati e perversioni «stranamente titillante», tanto pieno di terrore che di desiderio e di tesi ateistiche, condanna della superstizione è però, allo stesso tempo, «morbosamente innamorata del proprio oggetto di discussione». Vampyr, invece, è, per del Toro, un memento mori, un austero promemoria sulla morte come limitare della liberazione spirituale. Così, come ogni memento mori, il film è una celebrazione di immagini perverse, piene di sottintesi (teschi, falci, bianche sospensioni temporali). Ma questo, per del Toro, è solo per massimizzare l’impatto delle bellissime, quasi intangibili scene finali. Se solo Criterion, lamenta il regista, avesse acquisito il mio commento dall’edizione per il Regno Unito.


Bambini contro adulti

Lo spirito dell’alveare (1973), di Victor Erice

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La morte corre sul fiume (1955), di Charles Laughton

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Questi film, per del Toro, sono i «capolavori supremi dell’horror infantile». Sono, dice il regista, compianti per mondi perduti e per gli innocenti che vi sono rimasti intrappolati. Fiabe sublimi sulla disperazione che dipingono il mondo degli adulti come un veleno per i bambini che vi vivono. E, prosegue il regista, i tesori segreti custoditi nei cuori dei bambini devono essere protetti dall’arroganza e dalle certezze degli adulti. «Entrambi i film sono così belli e cupi», conclude del Toro, così belli e cupi che gli strappano sempre una lacrima d’ammirazione.


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