(S)mascherare Dylan — I 5 migliori ritratti sullo schermo
«An exhibitionist only on stage»: con queste parole David Jaffe commentava il noto Screen test del 1965 in cui per tre minuti Bob Dylan è visibilmente a disagio di fronte alla Bolex 16mm di Andy Warhol. Poco telegenico per qualsiasi casting agency cinematografica, risulta invece magnetico per i tests condotti nel caos della Factory newyorchese tra il 1964 e il 1966. Questi erano “film-ritratti” — o ritratti filmati — in cui veniva negata la natura stessa del medium cinematografico, ottenendo immagini non in movimento bensì ferme come fotografie. In linea con quelle pellicole di Warhol e altri esponenti dell’underground americano — pensate al gelato che si squaglia di Thom Andersen — tempo reale e tempo filmico coincidono, negando qualsiasi elemento performativo per registrare comportamenti quotidiani nella loro reale durata.
Viene da chiedersi, dunque, quanto di reale o performato ci sia in questo Dylan imbronciato, imbarazzato e poco simpatico che tuttavia funziona così bene anche fuori dal palco o dallo studio di registrazione. Il Dylan ripreso da Warhol è infatti molto simile a quello ritratto nel documentario Don’t Look Back di Pennebaker, che insiste in particolare sul suo burrascoso rapporto con la stampa veicolando una versione di lui perennemente ostile, mentre in No Direction Home, per esempio, si mostra decisamente addolcito. In queste e altre svariate apparizioni in cui Dylan costruisce e de-costruisce di volta in volta le proprie molteplici personalità pubbliche, si ha sempre il sospetto che sia in posa per la telecamera, anche quando sembra essere sé stesso: in una scena di Eat the Document (1972) è completamente ubriaco su un taxi insieme a John Lennon e si rivolge alla cinepresa sbiascicando che per quelle telecamere aveva fatto di tutto eccetto vomitarci sopra.

Fin dagli inizi della sua carriera, l’ipotesi su come e quale/i Dylan raccontare ha incuriosito, oltre sé stesso, parecchi filmmaker. Il gioco di mettere in scena la realtà e il passato ha trovato per esempio in Martin Scorsese un fortunatissimo alleato che, rispettando esattamente questa poetica, è autore di due “mezzi falsi documentari”. Dopo No Direction Home (2005), Rolling Thunder Revue (2019) è l’esempio più riuscito — e molto divertente per lo spettatore — di questa operazione, in cui testimonianze reali e materiale autentico si confondono con la fantasia.
Nel film di finzione I’m Not There, diretto da Todd Haynes nel 2007, la prospettiva è posta in modo decisamente poco convenzionale, affidando la rappresentazione di varie fasi e aspetti di Dylan a ben sei attori che interpretano sei personaggi diversi: tutti loro sono Dylan, e al contempo nessuno lo è veramente. Anti-biopic per eccellenza, sofisticato e altamente cinefilo, è stata la formula cinematografica più adatta a (non) raccontare Dylan. Il recentissimo A Complete Unknown, con Timothée Chalamet nei panni del cantautore, propone invece una narrazione più lineare e tradizionale che ha il vantaggio, rispetto al film di Haynes, di essere molto godibile anche per il pubblico più estraneo alla sua biografia e discografia.

Raramente nel panorama pop del nostro tempo qualcuno si è prestato quanto e come Dylan ad un’indagine così estrema, complessa, profonda e sperimentale sulle proprie molteplici identità, sulle modalità e possibilità di raccontarle, farle rappresentare o auto-rappresentarle. Bugia e finzione sono per lui armi per difendersi da quella macchina spietata e divoratrice che è la società dello spettacolo, nonostante da decenni sia impossibile farlo scendere dal palco, affermandosi e negandosi in continuazione per sfidare qualsiasi tentativo di etichettarlo o definirlo. Per tornare alle parole di David Jaffe: esibizionista soltanto sul palcoscenico, ma solo se si ammette che la sua stessa vita è un palcoscenico. Basti pensare al più evidente equivoco relativo alla sua persona pubblica: molti credono che Bob Dylan sia un nome d’arte, richiamando spesso quel Robert Allen Zimmerman che di fatto non esiste più, dal momento che Dylan fece cambiare legalmente il nome all’inizio della sua carriera.
Nello sterminato e confuso magma audiovisivo che raggira, senza mai afferrarla, l’identità di Dylan, di seguito vi proponiamo una piccola classifica dei suoi migliori interpreti cinematografici.

1. Cate Blanchett – I’m Not There (Todd Haynes, 2007)
Insuperabile, a mio parere, la prova di Cate Blanchett in I’m Not There. Tra i sei personaggi principali del film, il suo è sicuramente il più fedele dal punto di vista mimetico e biografico senza ridursi a studiata imitazione. Jude Quinn è un cantante folk giovanissimo eppure già esausto, con il destino già scritto da un’industria musicale che non accetta di vederlo cambiare: è quel Dylan della svolta elettrica, avvelenato e velenoso, che si ritirerà temporaneamente dalle scene in seguito ad un incidente motociclistico forse mai accaduto. Restituzione perfetta del corpo in corso di autodistruzione, della gestualità nervosa, dell’aria strafottente e ovviamente della voce: Blanchett regala una straordinaria e personale interpretazione di Ballad Of A Thin Man.

2. Timothée Chalamet – A Complete Unknown (James Mangold, 2024)
In A Complete Unknown seguiamo i primi passi di Dylan nel mondo della musica e la sua consacrazione, dai primi album folk fino alla svolta elettrica del 1965 culminata con una clamorosa esecuzione di Like A Rolling Stone. Attore e interprete delle tantissime esecuzioni del film, Chalamet canta e suona al limite del cosplay, in un sorprendente lavoro di mimesi fisica, gestuale e vocale che non risulta (quasi) mai forzato. Unico caso in cui più versioni del menestrello di Duluth convergono in un solo volto: Chalamet completa così il quadro incarnando un Dylan, quello appena ventenne e davvero sconosciuto che cammina infreddolito per le strade del Greenwich Village, su cui neanche lo stesso Bob Dylan si era mai interrogato a livello di auto-rappresentazione cinematografica. Nelle parti del film relative alla svolta rock, invece, il confronto con l’interpretazione di Blanchett non regge, laddove quest’ultima riesce a restituire meglio la complessità psicologica e le contraddizioni dell’epoca.

3. Heath Ledger – I’m Not There (Todd Haynes, 2007)
Oltre a Blanchett, in I’m Not There si segnala la prova di Heath Ledger nei panni di Robbie Clarks, attore impegnato sul set del film biografico Grain Of Sand, in cui deve interpretare un altro Dylan del film, ovvero quello di Christian Bale: un cantante di protesta chiamato Jack Rollins che negli anni Settanta lascerà la musica folk per vivere una vita devota al Cristianesimo sotto il nome di Padre John. Ray-Ban Aviator e attitude da vero divo, Robbie Clarks incarna un Bob Dylan ormai proiettato verso l’Olimpo, arrogante, disilluso e pessimo nelle relazioni amorose, prestato al cinema per Pat Garret and Billy the Kid.

4. Ronnie Hawkins – Renaldo & Clara (Bob Dylan, 1978)
Nel 1978 Bob Dylan diresse un film surreale e sconclusionato lungo quattro ore che documentava parte del Rolling Thunder Revue, tour svoltosi negli Stati Uniti tra 1975 e 1976. Un film di Bob Dylan sul personaggio Bob Dylan, con il piccolo accorgimento che ad interpretare Dylan non è Dylan — qui nei panni del misterioso Renaldo del titolo — ma Ronnie Hawkins. In questo caso non vi è ovviamente alcun tentativo di imitazione, se non nell’uso di un cappello simile — «Dylan è quello che indossa il cappello», precisa un uomo poco prima dell’ingresso in scena di Hawkins.

5. Bob Dylan
Nessuno interpreta Dylan come Dylan. Nella prima scena di Renaldo & Clara — nei panni di sé stesso o di Renaldo? — canta When I Paint My Masterpiece indossando un’inquietante maschera trasparente che gli stravolge il viso rendendolo simile a cera. Oltre all’ostentato carattere circense del Rolling Thunder Revue, il cantautore si è sempre divertito al gioco delle maschere. Dalle contraddittorie pose per i media alle autobiografie, dai falsi documentari al coinvolgimento diretto nel cinema come attore e regista e — naturalmente — sul palco e nei testi delle proprie canzoni, Dylan ha interpretato nei decenni svariate versioni di sé stesso. Se per esempio nei documentari come Don’t look back e Eat the document interpreta Bob Dylan ormai convertito alla Stratocaster, l’Alias di Pat Garret and Billy the Kid corrisponde al sé dei primi anni Settanta, nascosto nei boschi di Woodstock. O ancora quel ruolo di Billy Parker che lo identifica come rockstar ormai mezza decaduta in Hearts of Fire (1987), e il personaggio di Jack Fate in Masked & Anonymous (2003), che coincide in gran parte con l’immagine del tardo Dylan tuttora attivo a suonare in giro per il mondo.

Menzione speciale: Joan Baez – Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan Story by Martin Scorsese (Martin Scorsese, 2019)
Nel film di Scorsese incentrato sul celebre tour degli anni Settanta (che recupera materiale proprio da Renaldo & Clara) si vede anche Joan Baez aggirarsi tra stage e backstage travestita da Bob Dylan, con cappellaccio, cerone sul viso e parrucca riccia: nell’intervista fatta nel 2019 in occasione della realizzazione del film — testimonianza vera o falsa? — ricorda come all’epoca fosse in grado di riprodurre voce e intonazione così bene da essere scambiata per lui e ottenere i conseguenti benefici.
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