La Disney spiegata come una potenza militare

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Illustrazione celebrativa di Nicolò Villani che mette insieme gli “spettri” delle personalità e dei prodotti coinvolti nell’enorme colosso Disney.

Il capitalismo si sa, è un po’ aggressivo. E non si tratta di scuola politica, bensì di come il capitalismo stesso scelga di narrarsi al suo pubblico. Non a caso la rivalità tra le varie case di produzione cinematografiche è spesso paragonata da giornalisti, critici e analisti di mercato a una lotta, quando non una guerra, combattuta a suon di film e serie TV. Insomma, è una guerra là fuori e noi siamo la risorsa per la quale si combatte. Non fate l’errore di credervi spettatori passivi di un mondo che non vi appartiene, questa guerra è combattuta anche e soprattutto sulle nostre scelte, sui nostri consumi e sulle nostre tasche.

Se allora dobbiamo parlare di guerra, facciamolo almeno senza mezzi termini e festeggiamo questo 118° compleanno di nonno Walt con tutto il lessico “militare” che ci occorre. Perché se è vero che tutto è iniziato con un topo, è anche vero che adesso il topo è a capo di un esercito e di un impero che proprio in questi ultimi anni – sicuramente dal 2009 in poi con l’acquisizione della Marvel – sta di nuovo consolidando il suo dominio sul mondo dell’entertainment. Il motivo di una simile intensificazione aggressiva è proprio motivata da una diversificazione del mercato tale da non lasciare altra scelta al colosso di Burbank se non adattarsi al cambiamento.  Proviamo allora a spiegare la politica Disney come se si trattasse di un’offensiva militare, con tanto di esercito pronto a sfidare Netflix, Amazon e molti altri.

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Illustrazione di Riccardo Ferrari che esemplifica con estrema efficacia l’imponenza della fortezza mediatica in cui si è trasformato l’iconico castello Disney.

I canali TV ovvero la fanteria leggera

ESPN, ABC ma anche Freeform e ovviamente Disney Channel: i canali Disney sono l’equivalente della fanteria leggera di un esercito pronti a infiltrarsi in ogni casa e in ogni cavo con la loro carica di sport (ESPN), serie TV e notiziari (ABC) o contenuti per i giovani (Freeform). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questi canali rappresentano per Disney la fonte principale di guadagno, con un reddito stimato di 6,14 miliardi di dollari (i parchi a tema, per fare un esempio, hanno un reddito di “solo” 4,88 miliardi). È una fanteria specialmente addestrata a conseguire lauti guadagni, ad esempio si stima che ESPN nel solo 2018 abbia fatturato da sola qualcosa come il 70% dei ricavi via cavo. Insomma, così come nella guerra campale, la “fanteria leggera” Disney copre la maggior parte delle operazioni offensive e si occupa di mantenere la “pace” nei territori già conquistati.

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Fermi tutti! La Disney ha anche una radio?

 

Gli Studios ovvero la divisione corazzata

A supporto della fanteria leggera troviamo i mezzi pesanti dell’esercito Disney, gli studios cinematografici. Sebbene non siano la parte più numerosa in tutte le battaglie, di certo sono loro a trainare l’esercito in quelle più importanti e spesso fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Tra gli studios annoveriamo gli storici “Animation Studios” che ci hanno portato l’intero canone dei classici Disney, da Biancaneve all’ultimo Frozen; la Walt Disney Pictures, che oggi ci stuzzica principalmente con i remake dei classici animati, e le acquisizioni più o meno recenti, dalla Pixar (2006) alla Marvel (2009) fino alla Lucasfilm (2012), senza dimenticare il controverso acquisto della FOX conclusosi solo l’anno scorso.

L’impiego di un mezzo corazzato – un film -, spiana la strada alla fanteria leggera che si infiltra così nelle zone più inaccessibili. Una tattica che il Topo conosce molto bene, a cominciare dagli anni ’90 quando, all’uscita di un nuovo film degli Animation Studios, i cui colpi di solito roboravano per tutto il globo, seguiva poco tempo dopo un film o una serie animata, di qualità magari inferiore rispetto al film, ma non per questo insoddisfacente. Negli anni ’90 quelle divisioni di fanteria si chiamavano “Disney Toon Studios” e “Disney Television Studios” e ci hanno portato lavori più o meno degni di nota, ad esempio i sequel di classici come il Re Leone, Pocahontas e Cenerentola; o veri e propri gioielli come Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta (1990) e In viaggio con Pippo (1995); o ancora le serie animate di Aladdin, la Sirenetta e Hercules.

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Se non avete mai visto “In viaggio con Pippo”, interrompete immediatamente la lettura di questo articolo e correte a recuperare questo capolavoro generazionale e nessuno si farà male!

Dei due studios oggigiorno solo il secondo è ancora attivo, mentre il primo ha chiuso i battenti l’anno scorso. Ad oggi dobbiamo ringraziare – o maledire, fate voi – i Television Studios se abbiamo prodotti come le serie animate di Star Wars o della Marvel, che appunto seguono il solco tracciato dai mezzi pesanti. Imponenti e spettacolari, i “carri armati Disney” sono la facciata principale delle forze armate disneyane, pronti a sfilare per le vie del mondo dell’entertaiment, forti della loro eccezionale potenza di fuoco. Tra gli studios “perduti” ricordiamo anche i defunti Touchstone Pictures che tra gli anni ’80 e ’90 ci hanno regalato capolavori come L’attimo fuggente (1989), Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988) e Nightmare Before Christmas (1993); i Miramax Studios che dal 1993 al 2010 è stata di proprietà Disney prima che diventasse del gruppo qatariota BeIN Media, di cui per intenderci fa anche parte Al Jazeera. Questo per ricordarvi che quando guardate Pulp Fiction o Kill Bill state a tutti gli effetti “vedendo” un film Disney.

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Secondo alcuni critici la creatività di Walt Disney sarebbe nata e morta con Biancaneve. Senza magari voler essere così radicali, viene però da chiedersi, tra remake più o meno riusciti e sequel di cui nessuno sentiva la necessità, se la Disney non si stia un po’ riposando sotto gli allori dei suoi guadagni certi. E comunque stiamo ancora aspettando i remake in live-action di Atlantis e il Pianeta del Tesoro.

Disney Plus ovvero i droni

Netflix ha dato il via a un nuovo tipo di guerra audiovisiva o se preferite a un nuovo campo di battaglia che ha certamente dell’inedito. Ne ho accennato brevemente in un mio articolo di qualche anno fa in cui si parlava del rapporto tra Netflix e il cinema tradizionale, ma dato che oggi parliamo di guerra, ritengo si possa definire lo streaming legale la controparte dei droni. Pensateci, proprio come dei droni, i servizi streaming sono caricati e programmati di tutto punto per adattarsi a operare in territori diversi e funzionano più o meno automaticamente; esiste certamente una supervisione umana, ma giusto quanto basta per assicurarsi che il meccanismo funzioni a dovere. Persino gli algoritmi si adattano ai gusti, non solo del pubblico di massa ma addirittura del fruitore singolo. Un servizio streaming equivale, per chi lo possiede e lo gestisce, ad avere un arsenale ben collaudato e pronto per essere usato a un costo, rispetto al mercato tradizionale, più basso e avendo al contempo un pubblico esponenzialmente molto più alto.

Si comprende bene quindi quanto la Disney, con il suo nuovo servizio streaming Disney Plus (già realtà in USA e in arrivo in Italia il prossimo 31 marzo), possa sfruttare il proprio sterminato repertorio/arsenale in tutto il mondo, arrivando ad avere una copertura globale in poco tempo. Disney, Marvel, Star Wars ma anche tutti i prodotti FOX, dai film a serie come i Simpson e i Griffin. Ma non solo roba già vista o armi già collaudate, lo streaming crea anche terreno per materiale inedito. Ecco allora che tutti parlano di The Mandalorian e del piccolo Yoda che è già diventato fenomeno virale. Insomma, la Disney non ha certo dato il via allo streaming legale, ma ha tutte le armi che servono per dominarlo.

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La verità è che volevamo una scusa per inserire anche noi un’immagine di Baby Yoda. Ora che però abbiamo la vostra attenzione, possiamo fare una piccola riflessione: Baby Yoda è diventato in pochissimo tempo più popolare e virale dello show dal quale proviene. Come si può descrivere questa oculata mossa mediatica se non con una metafora militare ovvero come un’attenta imboscata ai nostri cuori di videoconsumatori?

Come la Disney possa cambiare a fronte di questa nuova espansione non ci è dato saperlo, ma possiamo sperare che oltre a riproporre materiale già noto, per quanto bello che sia, la compagnia di Burbank possa sperimentare nuove formule, magari più mature, nel segno e nella memoria di realtà come la defunta Touchstone Pictures. Oppure continuare a vivere della nostalgia dei suoi clienti e dei bei tempi che furono, che è poi la propaganda di ogni tipo di guerra.

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