Lilli e il Vagabondo – Disincanto della notte in live-action

Lilli e il Vagabondo

Fedeli, leali, curiosi: ai cani manca solo la parola. Eppure, in un universo come quello dell’animazione, dove la fantasia assume le sembianze di tavole colorate pronte a prendere vita in mille e più esistenze, tutto diventa possibile. Erede legittimo delle favole di Esopo, o di Roland Dahl (senza dimenticare Rodari o Sepuvelda) il cinema di animazione custodisce con cura quel sogno cullato dai ricordi di infanzia di un mondo dove gli animali possono parlare, le fate comparire e i desideri divenire realtà. Ma quando questo castello magico si fa carne e respiro, anima e corpo sotto forma di live-action, che sapore lascia in bocca la perdita dell’illusione tramutata in pure e mera realtà? Non è inusuale chiedersi se ciò a cui stiamo assistendo piace perché ben realizzato, o solo perché inala l’ossigeno di memoria nostalgica, rilasciando in noi sprazzi di associazioni mentali con cui recuperare la nostra infanzia perduta. Il live-action di Lilli e il Vagabondo (disponibile su Disney+) sembra rispondere alla seconda opzione. La riproposizione della storia della dolce cagnolina domestica Lilli e del randagio Biagio colpisce lo spettatore (soprattutto quello più adulto) perché tramite audiovisivo tra l’uomo e i suoi ricordi; quelle nascoste dietro ogni dettaglio filmico sono memorie fatte di momenti, odori, persone, dettagli di un tempo non più nostro, ma tenuto stretto dalle morse del passato, e ora recuperate sotto forma di riflessi speculari del classico d’animazione Disney.

Lilli e il Vagabondo

L’abuso del fotorealismo e dell’impiego di cani reali su cui giocare digitalmente, tuttavia, crea un mondo più vero del vero, destabilizzando lo spettatore nel momento in cui è la fantasia a prendere il sopravvento sull’impianto narrativo. Posto in un contesto così simile al nostro, fatto di cani, gatti e ambientazioni reali, il film tenta di reduplicare quella formula magica tipica del cartone animato di perfetta mescolanza tra utopia e realtà, così da illudere il proprio pubblico che tutto possa diventare reale solo immaginandolo. Eppure, se nel cartone disneyano i movimenti delle bocche dei cani – così come l’iconica scena degli spaghetti – ci apparivano accettabili perché proiezioni di una realtà possibile, in cui i cani possono effettivamente parlare e gli umani suonare in nome di due cagnolini innamorati, nel live-action perdono la loro forza attrattiva.

Impressi sullo schermo dalla forza di un tratteggio a matita e vestiti di colori sfumati a mano, Biagio, Lilli e i loro amici cullano lo spettatore nell’incanto di una storia che nella sua improbabilità viene accolta come reale perché affidata alla potenza della fantasia. In un mondo come quello del live-action, specchio riverberante la nostra quotidianità, la magia non sussiste; mostrando ambienti, dettagli, elementi facenti parte della nostra ordinaria esistenza, il film interpella lo spettatore, lo risveglia dalla sospensione della realtà in cui era chiamato a cadere, per rivelargli l’artificialità del prodotto filmico e la sua natura irreale. I punti di forza del classico Disney si tramutano così in punti deboli nell’opera di Charlie Bean. A poco servono i paesaggi notturni, la fotografia calda e romantica, o la fedele riproposizione di intere sequenze del classico d’animazione. Lilli e il Vagabondo è un treno che corre su binari dissestati; a frenare l’immersione spettatoriale nel suo universo diegetico è lo stesso elemento che limita un altro live-action come quello del Re Leone diretto da Jon Favreau. L’uso degli effetti digitali, del fotorealismo, e delle immagini di sintesi diventano prove evidenti di lasciti sempre più plastici e artificiosi che non solo caratterizzano questi prodotti, ma finiscono per sabotarli; il tutto a discapito di quel meraviglioso stupore, unito a poetica immersione, che tanto ha reso unici e immortali i Classici d’animazione Disney.

Lilli e il Vagabondo si presenta come un mero copia-incolla del suo precedente animato, nascondendo gli eventuali guizzi creativi del proprio regista, per giocare sul più facile richiamo mnemonico di scene che hanno segnato l’immaginario collettivo del proprio pubblico.
La struttura di base di Lilli e il Vagabondo è dunque da interpretarsi come un mero “palinsesto” nel senso più etimologico del termine. Non più tela bianca da riempire ex-novo con sogni e desideri dello spettatore, quanto schermo su cui raschiare via il vecchio, per formulare con l’aiuto di pergamene digitali, una versione aggiornata – e sterile – del classico del 1955.
A Lilli e a Biagio saranno state anche donate due nuovi voci (Tessa Thompson e Justin Theroux), così come due nuovi corpi da abitare, ma a che prezzo? Lo stesso che perseguita Ariel ne La Sirenetta. Pur di diventare umana la principessa di Atlantide ha sacrificato la cosa più bella che aveva: la voce. Diventando non umani, ma reali, Lilli e Biagio hanno invece sacrificato il cuore. E così, quel dolce battito che scandiva l’incanto della notte nel classico Disney, nel suo live-action, adesso, si sente a stento.

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