Jean-Luc Godard: scardinare per ribadire un’idea

«Nel cinema, come nella vita, non c’è nulla di segreto,
nulla da chiarire, bisogna solo vivere – e filmare».

Così Jean-Luc Godard concludeva nel 1963 sui Cahiers du Cinema un articolo su uno dei suoi stessi film, Il Disprezzo (1963). Erano gli anni in cui avrebbe usato sempre più spesso espressioni di questa portata: basti pensare alla celebre frase «Il cinema mostra la verità 24 volte al secondo». Ancora oggi la forza di queste asserzioni riflette non solo storicamente una generazione di autori, in cui Godard è compreso, ma anche e soprattutto uno stesso modo di fare cinema che si fonda sull’intenzione di scandagliare il reale, oltre il realismo, alla ricerca di quelle immagini che non tanto ci rivelino il mondo ma ce lo facciano intercettare, ce lo servano su un vassoio argentato verso cui avventare le mani.

Il 3 dicembre 1930 nasceva a Parigi Jean-Luc Godard. Dall’esordio nel 1960 con Fino all’ultimo respiro, per tutti gli anni sessanta è stato il volto più celebre della Nouvelle Vague francese, rivoluzionando la concezione di cinema dei padri di un’intera generazione.

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La sua ricerca sul linguaggio scardina completamente l’impostazione, all’epoca ancora standardizzata, del testo filmico, permettendosi scorrettezze tecniche che nessuno avrebbe mai osato prima, smantellando le regole del découpage classico. È questa la prima propulsione della Nouvelle Vague (e in generale di tutta la modernità cinematografica europea): inquadrature tagliate, jump cut, apparenti vuoti di senso sullo sfondo di un cinema che per la prima volta cerca e insegue il livello della strada. In Fino all’ultimo respiro ad esempio la strada è il punto focale in cui la maggior parte della narrazione si svolge: i protagonisti camminano per i boulevards parigini, passeggiando annoiati e costretti a confrontarsi solo sull’incertezza dell’esistenza, unica realtà comune da affrontare. Ma la strada è centrale anche quando si parla di automobili che sfrecciano, come in Bande à part (1964) in cui i protagonisti sfrecciano realmente per la città a bordo di una vera decappottabile e non più dietro le luci di uno studio. Il cinema proposto da Godard (e dai suoi compagni di viaggio) è un cinema liberato e libero, che riassegna nuovi significati all’immagine cinematografica rispetto all’immagine usata solo in senso narrativo.

I personaggi messi in scena da Godard parlano ciascuno la propria lingua, apparentemente incomprensibile, incompleta e sterile. È un linguaggio che a volte disorienta, destabilizza – in Alphaville [1965] ad esempio non solo la lingua ma anche i gesti sono invertiti rispetto al loro significato originale. L’incomunicabilità è una caratteristica comune a tutti i protagonisti: riuscire a raccontarsi o a interagire con l’altro è impossibile; è come essere avvolti da bolle che non scoppiano. Per questo Godard, attraverso i suoi film, anche negli adattamenti da romanzi (spesso i prediletti) riesce a rendere i personaggi estremamente moderni, attanagliati dall’esperienza della vita che accade, senza poterne prendere davvero possesso. In questo risiede probabilmente il grande successo del regista: aver messo in scena le caratteristiche effettive di una generazione reale e non personaggi che si limitano ad esistere nello spazio dello schermo; individui che resistono al di là della vicenda filmica, in cui ogni ragazzo della generazione di Godard ha potuto ritrovare sé stesso.

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Ma Godard non nasce affatto come regista, al contrario, è prima critico militante sui Cahiers du Cinéma, lettore e appassionato cinefilo di film della Hollywood classica, allievo spirituale di André Bazin (importantissimo teorico del realismo cinematografico). E proprio dalla teoria cinematografica Godard riesce a creare film consapevoli, al contrario di chi afferma che non si può fare cinema partendo dalla teoria. Godard, tenendo a mente la politique des auteurs, ribalta i generi cinematografici dall’interno, facendo diventare un noir qualcos’altro; trasformando quello che inizialmente sembra un gangster movie in un’opera trasversale a più piani di lettura, in cui si intersecano attitudini alla vita e riflessioni sociali, senza eguali.

Il cinema di Godard però è anche un cinema tecnicamente semplice, fatto di strumenti a basso costo e a volte anche rudimentali: cineprese da 16mm, mezzi leggeri, addirittura una sedia a rotelle su cui far sedere l’operatore in assenza di un carrello. Al di là dei mezzi a disposizione, Godard è riuscito a produrre film ricchi e consapevoli grazie all’idea di cinema che aveva sviluppato negli anni di militanza nella critica, nonché alla sua profonda conoscenza e adesione alle teorie di Bazin. Fare un film, per Godard, è innanzitutto partire da un contesto più evocativo che narrativamente logico, accompagnato però da una consapevolezza critica e teorica alla base della quale c’è un’esigenza di linguaggio e di racconto diversa da ogni altra precedente. In questo senso la lezione che possiamo ancora imparare dai film di Jean-Luc Godard oggi è questa: basta un’urgenza, una necessità di linguaggio per fare un grande film, senza paura di scardinare le “regole” della tecnica cinematografica.

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