Panama Papers – Elusione fiscale, evasione dal genere

Panama Papers, l’ultimo film di Steven Soderbergh, non va solo guardato ma inseguito. È forse questa la sua caratteristica più pregevole, ovvero sfuggire costantemente a qualsivoglia categorizzazione senza concedere allo spettatore la comodità di un prodotto facilmente identificabile. A ben guardare è lo stesso scandalo Mossack Fonseca a essere a sua volta indecifrabile. Del resto cosa è stato Panama Papers? Solo uno scandalo finanziario? Una gigantesca frode assicurativa? Il più grande disvelamento di un’economia mafiosa basata sull’elusione fiscale (attenzione: elusione non evasione, differenza tanto consistente quanto diabolica e alla base del successo di Mossack e Fonseca, i cui propositi criminali sono stati garantiti da una fallacia legislativa)? Del resto, con quale tipo di economia, sempre più sfuggente e liquida, ci dobbiamo confrontare oggi? E il film che cos’è? Un educational film? Una commedia? Un film biografico?

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C’è differenza tra fatto reale e “realismo”. In questo senso, Panama Papers non è un film per niente realistico anzi, parte della sua piacevolezza dipende proprio dal suo essere saggiamente surreale, senza mai scadere nell’assurdità ingenua.

Un film non squisitamente narrativo

Panama Papers non è un docu-film e meno male. Benché in italiano abbia lo stesso titolo dell’inchiesta che nel 2016 ha fatto tremare i vertici e le fondamenta dell’economia globale (e globalizzata), è bene precisare che il film non è solo squisitamente narrativo ma mostra ed esalta fin da subito la propria componente finzionale. Al di là dei temi trattati, è semplicemente delizioso assistere alle performance di Banderas e Oldman mentre interpretano i due avvocati dai quali studi è deflagrato lo scandalo.

Si avverte la necessità di vedere più film di questo tipo e al più presto, ovvero contraddistinti da una narrativa per così dire “pedagogica” e che mi piace provocatoriamente definire “anti-nolaniana”, ovvero un prodotto nel quale l’intelligenza non è esibita come una dimostrazione di forza (come invece accade appunto nei migliori film di Nolan), ma decostruita, smontata e rimontata seguendo un preciso intento educativo e antimoralistico eppure profondamente etico.

Non semplice denuncia ma sperimentazione

Il titolo originale poi, The Laundromat, conferma quello che è il focus degli scrittori e del regista, ovvero presentare un modello di riciclaggio di denaro che esiste da ben prima del 2016 e che sicuramente continuerà ad esistere per svariati decenni, restituito nella sua complessità dalla struttura narrativa volutamente depistante a dallo stile barocco della messa in scena. Pertanto, abbiamo a che fare con un film, certamente basato su fatti reali, che non vuole limitarsi all’atto di denuncia di una realtà criminosa, ma paradossalmente giocare con essa e sperimentare su una certa percezione del reale. Qualcosa che neanche il docu-film più audace oserebbe mai fare.

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I veri Mossack e Fonseca hanno intentato una causa legale a Netflix, sostenendo che il film compia un reato di diffamazioe nei loro confronti e utilizzasse illegalmente il loro logo aziendale.

Questione di genere o questione di pubblico?

Panama Papers non è una commedia. Certo, ci sono precise e oculate scelte caricaturali, in particolare nei personaggi dei vari prestanomi. Parliamo nello specifico dei ruoli di Jeffrey Wright e Larry Wilmore, vere e proprie maschere della heist comedy americana, genere il cui immaginario recente deve molto allo stesso Soderbergh (dalla serie degli Ocean’sLa truffa dei Logan), e che qui diventa occasione per applicarvi una rilettura in filigrana. Rilettura  mai fine a sé stessa, ma al contrario proiettata, attraverso appunto un dicorso di genere e di immaginario, all’analisi spietata di una realtà finanziaria mondiale.

Ma che cos’è allora Panama Papers? L’ultimo film del regista qmericano non è solo un incontro tra diversi stilemi come il cinema, il teatro e anche le serie tv, come ha giustamente affermato il nostro Giuseppe Previtali nel suo articolo, ma anche una felice intuizione di contenuto e contesto. Ma per capire veramente a fondo cosa sia, non possiamo soltanto soffermarci sui contenuti ma dobbiamo anche riflettere sul pubblico verso il quale il film è pensato. Presentato a Venezia, dove ha ottenuto il consenso generale della critica prima di ritrovarsi “ripiegato” nell’home video, Panama Papers in Italia non ha nemmeno avuto uno straccio di distribuzione in sala, prevista del resto fino a pochi giorni dall’uscita del film (a proposito di scandali). 

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La scrittura del film è elusiva e straniante. Un po’ come il ruolo assunto da Meryl Streep nel film, che, come la Tilda Swinton nel Suspiria di Luca Guadagnino, si cela (e si disvela) sotto diverse maschere.

Panama Papers parla anche a un pubblico che esce dal cinema per andare a cercare sul suo laptop le risposte sull’attualità che non riesce a reperire criticamente da solo. A costoro il film concede dei dati ma non delle risposte preconfezionate e ciò forse spiega perché il film non poteva avere il successo di pubblico che meritava. Il film occupa uno spazio di discussione tra ciò che è il gusto del pubblico e la fruizione individuale di un’opera e lascia allo spettatore l’arduo compito di scegliere cosa far e con quei dati, pur non rinunciando a sbilanciarsi nel prendere una posizione. Del resto, non fa sconti a nessuno il duro e tagliente monologo finale della Streep, in cui l’attrice, dismessi letteralmente i panni dei due personaggi interpretati, legge il testo di John Doe (anonimo che portò alla luce l’archivio offshore dello studio Mossack Fonseca).

Panama Papers è una deflagrazione

Panama Papers è una commedia, un educational film, un dramma, in parte anche un film biografico e senz’altro un’opera di denuncia. È tutte queste cose insieme e, soprattutto, una messa in mostra e una deflagrazione dei loro codici di scrittura. Opera che adotta scopertamente un approccio autoreferenziale per riflettere sulla drammatica dissoluzione del reale della nostra epoca, coniugandola intelligentemente al processo di smaterializzazione del denaro di un’economia di bond, azioni, società fantasma (le shell), sempre più virtualizzata ma i cui effetti sono quantomai concreti, spesso tragici. Oggetto ibrido, perennemente in fuga come il suo autore, che ha fatto delle virate improvvise e della continua sperimentazione due costanti del suo cinema.

Così, Panama Papers depista, confonde, illumina ed emoziona in un caleidoscopio di invenzioni. Ma non ditelo a chi non l’ha ancora visto. Parte del piacere risiede proprio nell’imprevedibilità del film. E nel caso voi stessi siate tra questi, allora fate finta che non vi abbiamo detto nulla e correte a rimediare. 

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