Recuperate “Cowboy Bebop”

Se siete utenti di Netflix, il 14 dicembre è il termine ultimo per recuperare comodamente Cowboy Bebop (Shin’ichiro Watanabe, 1998-99), dopodiché verrà rimosso dal catalogo. Forse, il motivo per cui finora non gli avete dato una possibilità e che non avete idea della potenza del contenuto di quest’opera, troppo abituati ad anime di scarsa qualità o destinati al pubblico infantile, come molti di quelli distribuiti dalla televisione italiana. L’opera di Watanabe, però, rappresenta uno degli apici qualitativi dell’animazione giapponese, a tutt’oggi punto di riferimento per gli animatori nipponici. Muovendosi fra il viaggio spaziale e il genere western, abbracciando tanto la liberà quanto il nichilismo, Cowboy Bebop disegna un mondo complesso, profondo come i personaggi che lo popolano.

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Nei suoi 26 episodi, la serie ci trasporta nell’anno 2071. A seguito di un disastro le cui dinamiche saranno chiarite lungo la vicenda, la Terra è divenuta un pianeta inabitabile e l’Umanità si è trasferita in varie colonie del Sistema Solare. La criminalità organizzata limita il potere delle istituzioni, tanto che per tutelare l’ordine la società è costretta a utilizzare un sistema di taglie per assicurare i delinquenti alla giustizia. La narrazione ci conduce a bordo del Bebop, l’astronave con cui i cacciatori di taglie Spike Spiegel e Jet Black si muovono nei vari pianeti per catturare i criminali. I loro viaggi li porteranno ad ampliare il piccolo equipaggio della navicella e a scontrarsi con il loro passato, portando in superficie dinamiche psicologiche e relazionali sempre più complesse, tratteggiate in maniera fortemente esistenziale. Gli episodi sono autoconclusivi e la storia di Spike, considerabile il personaggio principale dell’opera, si esaurisce in pochissime puntate. Lo sguardo dello spettatore, per forza di cose, deve fare allora un passo indietro e osservare Cowboy Bebop da un punto di vista più ampio: i vari personaggi saranno allora quasi un pretesto per muovere i nostri occhi nell’universo della storia, una dimensione estremamente affascinante dove la fantascienza è amalgamata sapientemente al western.

Certo, si parla di un futuro in cui l’umanità è composta da vari insediamenti distribuiti su diversi pianeti ma, una volta scesi dal Bebop, l’ambientazione cambia totalmente: ogni pianeta assume i connotati tipicamente western, dove uomini spietati e senza scrupoli si danno la caccia sotto la luce del sole e si azzuffano in locali che paiono essere dei veri e propri saloon. Quella del western non è solo una scelta estetica, ma è funzione dei temi esplorati dalla narrazione, che rimandano costantemente a molti dei capolavori più maturi del cinema del genere. I personaggi che animano Cowboy Bebop sono moralmente sfumati e l’obsoleto manicheismo lascia il posto al più cinico e realistico inseguimento dell’utile. Andando più a fondo, però, si scopre che la caccia alle taglie mette a nudo un vuoto che Spike e i compagni portano dentro: l’ultimo nemico da catturare è un senso, un motivo per vivere e per scacciare il dolore del passato, mentre nel presente sembra sopravvivere solo la noia. Le vite dei protagonisti sono costantemente appesantite dalla zavorra di un passato oscuro e ineliminabile, che ha più forza del presente stesso. Paradossalmente, per costruirsi un’esistenza appagante si arriva addirittura a sfidare la morte, proprio come confesserà lo stesso Spike in uno dei momenti più intensi della storia: “Io non vado a morire, ma solo a provare a me stesso se sono realmente vivo oppure no”. Fra gli altri generi, forte è soprattutto l’influenza del noir, di cui Jet è un perfetto esempio: è infatti un ex detective che, sopraffatto dalla corruzione e dalla criminalità che dominano nelle istituzioni, ha iniziato a muoversi al di fuori della legge.

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Vero centro tematico della storia è la libertà, il bene più prezioso, ciò a cui i protagonisti restano aggrappati pur nel profondo nichilismo che li attanaglia. A rimandare costantemente a questo tema è la colonna sonora, un meraviglioso sottofondo jazz dinamico e ricco di virtuosismi, molto apprezzato dalla critica, che si scatena soprattutto nelle scene dove l’azione è più rapida e schizofrenica. Anche lo stesso nome della navicella spaziale, Bebop, allude con precisione alla colonna sonora, come pure i nomi degli episodi, chiamati sessions. Così, la musica si pone in dialogo con la filosofia dei protagonisti: rompere con le regole, come fecero i primi grandi musicisti di bebop, che si spogliarono delle convenzioni della musica e inaugurarono la stagione della libertà nel jazz. Watanabe ha fatto della dimensione musicale un vero e proprio manifesto artistico di Cowboy Bebop: “The work, which becomes a new genre itself, will be called… COWBOY BEBOP” è una didascalia ricorsiva, che ricorda con orgoglio allo spettatore che ciò che ha davanti è un’opera unica, innovativa e indimenticabile.

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