Midsommar, l’estate dell’amore perduto

A dispetto di quanto la solita (fastidiosissima) aggiunta italiana al titolo originale vorrebbe far intendere, Midsommar – Il villaggio dei dannati non è un horror estivo convenzionale e non fa niente per provare ad esserlo. Si tratta invece dell’oggetto più curioso di questa pallida estate cinematografica, capace di spaccare la critica nostrana e internazionale come ormai pochi titoli riescono davvero a fare. Chi ha visto il folgorante Hereditary (qui la nostra recensione) sa già che il 33enne regista newyorkese Ari Aster è una delle voci emergenti più interessanti nel campo dell’horror (che resta il genere più vitale degli ultimi anni, il più ricettivo nel comprendere la contemporaneità) e le aspettative della vigilia non potevano che essere molto elevate. Risultato: Midsommar dialoga strettamente con Hereditary delineando un percorso coerente a livello tematico e allo stesso tempo rappresenta un passo in avanti più maturo, consapevole e coraggioso. Non si può ancora parlare di capolavoro, ma la strada ci pare proprio quella giusta.

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Dopo un prologo cupissimo, la storia prende il via con una premessa semplice: un gruppo di studenti americani si reca nell’estremo nord della Svezia per unirsi ad una sorta di piccola comune segreta e partecipare alla tradizionale festa di mezza estate. Nel gruppo spicca una coppia di fidanzati in aria di crisi: se lui, Christian (Jack Reynor), vede la presenza della compagna come un peso e un ostacolo alla possibilità di divertirsi, per lei, Dani (Florence Pugh: magnifica), è l’occasione per distrarsi un po’ dopo una gravissima tragedia famigliare. Al loro arrivo nel villaggio di Hårga, dove ogni 90 anni ha luogo una grande cerimonia in occasione del Midsommar, saranno accolti calorosamente, tra danze, banchetti e corone di fiori. Ma ben presto si renderanno conto che le cose non sono come appaiono e si ritroveranno prigionieri in una spirale di sostanze allucinogene, rituali perversi e misteriose sparizioni, il tutto mentre le interminabili giornate scandinave mettono a dura prova la loro psiche. Insolitamente per un horror, infatti, la storia si svolge alla luce del giorno, in un’atmosfera ovattata, quasi onirica (un sogno di una notte di mezza estate indotto dalle droghe?), squarciata bruscamente solo da improvvisi lampi di violenza. Il ritmo è lento, dilatato ma sempre tesissimo, un incubo ad occhi aperti da cui non ci si riesce a svegliare. E mentre alcune inquadrature e dissolvenze sembrano omaggiare/scimmiottare il Kubrick di Shining, l’uso di un’ironia tanto spietata quanto grottesca, totalmente assente in Hereditary, fa quasi sconfinare il film nell’autoparodia consapevole, moltiplicando così le possibili interpretazioni di un’opera che sfugge ad ogni tipo di classificazione.

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Stupisce la cura maniacale di Aster per i dettagli, in particolare per ciò che riguarda il folklore nordico, dagli arazzi alle iscrizioni runiche passando per i bellissimi costumi. Midsommar è dunque una nuova e benvenuta aggiunta ad un filone al cinema relativamente poco battuto come il folk horror (tra i più celebri titoli di questo sottogenere vale la pena ricordare The Wicker Man di Robin Hardy [1973], Grano Rosso Sangue di Fritz Kiersch [1984] e il recente The Witch di Robert Eggers [2015]), ma ancora una volta, come in Hereditary, il cuore del film è la cinica (psico)analisi dell’animo umano, e in particolare della difficile elaborazione di un lutto o trauma. Sotto la superficie dell’horror (ricca di false piste che giocano a disattendere le nostre aspettative: l’orso, il disabile) si cela infatti un break-up movie, per usare la definizione del regista stesso, un agghiacciante melodramma sulla fine di un amore tra due persone che non riescono a lasciarsi, o per codardia (lui) o per paura di restare soli (lei). In questo Midsommar è un’esperienza emotivamente disturbante, dove le continue mancanze di Christian nei confronti di Dani o la totale indifferenza verso la progressiva sparizione degli altri compagni di viaggio fanno più male di qualsiasi scena splatter. Un viaggio slowburn al termine del giorno che forse ha il difetto di perdersi un po’ nella lunga parte conclusiva, anche se il memorabile finale, catartico e “operistico”, come l’ha giustamente definito il critico di IndieWire, chiude comunque il film come gli ultimi e per certi versi simili minuti di Hereditary non erano riusciti a fare, non cercando il colpo di scena a tutti i costi ma lasciando deflagrare la tensione accumulata fino a quel momento in un grande fuoco purificatore e in un sorriso che, mai come in questo caso, racchiude davvero tutto un film. Un’opera ipnotica, stratificata e ambigua che si candida a cult assoluto del genere. E di questi tempi scusate se è poco.

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