Nell’epoca degli Epstein Files e dei colpevoli a piede libero, Primetime arriva al momento giusto
«Dura lex, sed lex»
Osservando il cinema contemporaneo e i suoi legami con la realtà di tutti i giorni non è difficile riconoscere una parentela tra film all’apparenza lontani tra loro, ma tutti accomunati dall’espressione di un bisogno generalizzato di giustizia. Il linguaggio stesso di questi film è influenzato dalla costante mole di brutte notizie, violazioni a cielo aperto e soprusi di potenti che restano impuniti e si divertono a incendiare il mondo. Film come Naza, Digger e ora Primetime possono sembrare distantissimi, e lo sono, su un piano estetico, stilistico, contenutistico, ma il modo in cui affrontano i temi prescelti va sempre verso la direzione dell’urgenza massima, quella senza fronzoli, che ha bisogno di andare forte e chiaro al nocciolo della questione. Il cinema di oggi sembra dirci che non è più percorribile la via dell’implicito, dell’elegante imbellettato, dell’allusivo non detto, ma che il sentiero giusto per il cinema ce lo si deve costruire a colpi d’ariete, chiamando le cose col loro nome per farsi sentire più forte di quanto non facciano propaganda e disinformazione.

Se nell’opera di consapevolizzazione sul genocidio ai danni del popolo palestinese Naza ha fatto forse più di anni e anni di telegiornali e podcast, andando con coraggio a pescare le voci di chi quel genocidio lo sta compiendo, Digger è un film completamente diverso, un bellissimo carrozzone forse pieno di difetti ma che per scelta lascia da parte l’eleganza di una sceneggiatura fatta di impliciti per raccontare una realtà che è molto evidentemente quella di Trump, delle lobby del petrolio e delle armi, della connivenza religiosa e dell’immobilismo politico delle grandi istituzioni europee. A questi film secondo me si accompagna proprio Primetime, opera prima di Lance Oppenheim, un regista che finora si era occupato di documentario e che con questo esordio nella fiction urla chiaro e forte uno degli altri grandi desideri di giustizia della nostra epoca, quello legato alle inaccettabili verità a cui gli Epstein Files ci hanno ormai abituato e che ancora non hanno trovato abbastanza risonanza presso le istituzioni che potrebbero “fare qualcosa”. Ecco proprio da questo bisogno di “fare qualcosa” nasce un linguaggio così diretto.

Primetime riprende e rielabora le vicende di Chris Hansen e del suo programma TV To Catch a Predator, un reality di grande successo che mirava a smascherare i predatori sessuali che adescavano le proprie vittime via internet. Un’idea talmente nuova e ben eseguita da arrivare alla prima serata, “primetime” appunto, e giocarsi l’audience con una serie mitica come Lost, all’epoca all’apice del suo successo. È proprio durante questa rincorsa a Lost che si innesta la trama del film, col protagonista alle prese con scandali personali, ricatti e la ricerca di un colpevole sempre più “grosso” che lo aiuti a consacrarsi. Ad aiutarlo è un nuovo attore-esca, un maggiorenne che possa spacciarsi da adolescente adescato e attirare il prossimo predatore nella ragnatela televisiva di Dateline NBC.

Robert Pattinson nei panni di Hansen è un attore felice, libero di andare continuamente sopra le righe come tanto ama fare (e come gli riesce molto bene), mentre Skyler Gisondo, nei panni dell’esca, sembra nato per questa parte a metà tra l’ingenuo, l’entusiasta e il vagamente oscuro. Dietro alla macchina da presa Lance Oppenheim si occupa di scovare modi sempre nuovi per dare dinamicità al suo film, in un’opera estetica che a sua volta molto riassume della nostra epoca e delle sue spinte rivoluzionarie represse. Questo recupero del VHS, della videocamera di sorveglianza, di un’estetica fuori da questa epoca mi sembra la risposta di una generazione a ciò che tutti i giorni ci viene propinato ormai da troppo tempo: un’estetica minimalista, infelice, desaturata, ingrigita, fatta di design essenziali stile iPhone e di palazzi squadrati stile prefabbricato, di oggetti del quotidiano tutti uguali, del fatto in serie, della morte dell’artigianale e del vero design fatto per le persone (e per i loro occhi). Primetime è forse un film che porta questo sperimentalismo stilistico alle sue estreme conseguenze, esprimendo scena dopo scena un amore per il fare cinema che di questi tempi è sempre più raro. Se si vola troppo vicini al sole, poi, è possibile talvolta bruciarsi, ma Primetime è un film che non conosce compromessi e nel suo montaggio a tratti frenetico, nel suo turbinio di immagini e qualche sottotrama un po’ riempitiva trova il modo di gridare una volta per tutte la nostra voglia di giustizia, a tutti i costi, spietata, ma pur sempre giustizia.
Dura lex, sed lex.

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