Con Digger Iñárritu ci sbatte in faccia il nostro mondo in decomposizione e noi non possiamo che ammirarlo
Disclaimer: questa recensione contiene necessariamente degli spoiler su Digger
Eccessivo, magniloquente, barocco, ma non sgangherato, né tantomeno sfilacciato. Se la categoria del barocco ben si attaglia ad Alejandro González Iñárritu (come ci aveva dimostrato il suo Bardo), ciò che non è in discussione è la coesione e la compattezza delle sue opere filmiche. Per quanto Digger vada in molteplici direzioni, compia continue capriole e sterzate, il regista messicano è sempre capace di creare un congegno millimetricamente calibrato che usa la schizofrenia soltanto come elemento interno e tematico, mai strutturale.
Per parlare della sua ultima, ambiziosissima e sferzante opera è interessante partire dalla grande campagna di marketing che ha accompagnato il lancio del film. Il prodotto che ci veniva proposto era grottesco, farsesco fino all’inverosimile e macchiettistico, e tutte queste categorie sono ben presenti nel film, ma dentro una cornice ben precisa che giustifica, genera e spiega (sì, spesso Iñárritu sa essere didascalico e catechizzante) quell’eccesso e finanche quella fotografia fortemente e stranamente desaturata che aveva tanto colpito fin dalle prime immagini pubblicate. Una strategia di marketing che vuole precisamente nascondere il sistema a scatole cinesi che è stato costruito e crea all’interno del film dei doppi e tripli fondi attraverso cui guardare Digger e la sua rappresentazione.

Digger Rockwell è un tycoon del petrolio che vive in una dimora faraonica con un arredamento oltremodo kitsch che prende ed enfatizza tutti gli stereotipi della mascolinità americana, e nello specifico texana: gli stivali Tetson, la bolo tie, la mitologia famigliare del bisnonno nullatenente che scavando nel deserto ha trovato il petrolio, le corna di bufalo, e così via. In un primo atto sapientemente scritto, Iñárritu ci porta dal grottesco risveglio del suo protagonista all’azione scatenante: il disastro ambientale, economico e umanitario che una delle trivellazioni spregiudicate del nostro tycoon in Groenlandia sta per provocare. Passando da una stanza all’altra, ci saranno riunioni di gabinetto con le caricature degli svariati personaggi americani (il Presidente-mummia in fin da vita, il vicepresidente inetto, il reverendo, i generali militare il cui unico pensiero vibrante è quello di sganciare una bomba e tutto il codazzo di idioti consiglieri). Da qui in avanti segue una slavina di eventi che non avrebbe senso riassumere, ma che è meglio esperire in prima persona, lasciandosene travolgere.
Questo è l’inizio della storia; poi c’è la cornice dentro cui questa si svolge. Una cornice narrativa che fa di Birdman il riferimento diretto all’interno della filmografia del suo autore e che omaggia, ancora una volta, facendo fede alle parole del regista, la tradizione letteraria ispanica che, a partire da Cervantes fino a Borges e Bioy Casares, fa di questo trucco narrativo un tratto di riconoscibilità. Quindi ecco il metacinema. Ma ci arriveremo.
Innanzitutto, chiediamo spesso di vedere Cinema con la maiuscola o cinema-cinema e questo lo è in ogni sua molecola. Ovviamente una parte di critica e pubblico cinefilo si lamenterà comunque irrimediabilmente per l’artificiosità e il barocchismo (non si capisce perché il barocco dia sempre così tanto fastidio), ma Digger ci offre l’eccezionalità in ogni suo aspetto tecnico e già di questo dovremmo godere. La colonna sonora di Cosmo Sheldrake, l’impressionante e maniacale lavoro fatto dal production design e dal sound design, il trucco, la stratificata e plurisignificante scrittura (vi sfido a trovare tra i prodotti odierni una scrittura di questa qualità sia per quanto riguarda la composizione dell’ordito che per i dialoghi incalzanti, pregnanti, sovrapposti), la sapiente fotografia di Emmanuel Lubezki fino ovviamente alla controllatissima regia di Iñarritu che sa trattare una storia così eccessiva e mutevole con la sicurezza del maestro. Infine, la direzione di un cast stellare che incanta, disturba, esalta e infastidisce in ogni sua parte e trova le interpretazioni migliori in John Goodman, Riz Ahmed e soprattutto Tom Cruise.

Il regista messicano è, tra le tante cose, un grande regista di attori e qui la sfida era anche quella di riportare al centro le straordinarie capacità attoriali di Cruise, mettendone da parte le componenti action. Così come con Michael Keaton in Birdman e Leonardo DiCaprio in The Revenant, Iñárritu fa ruotare il film attorno a un grande divo, giocando con il suo divismo e creando con la sua storia attoriale nuove sfumature di senso. Qui Cruise viene invecchiato, ingrassato e imbruttito (sia fisicamente che vocalmente con un eccessivo accento texano) e l’attore trova una prova inedita – il cameo di Less Grossman in Tropic Thunder c’entra poco o nulla con Digger – e incredibile (la migliore della sua carriera insieme a Magnolia) per versatilità, cura maniacale del dettaglio, trasformismo e capacità di controllo del proprio corpo, della propria voce e della propria immagine tout court, cosa che Cruise sa fare benissimo anche fuori dal set, e infatti il film ne ha beneficiato tantissimo durante la campagna promozionale.
Detto ciò, il rischio – e a Iñárritu è accaduto di tanto in tanto – è che la forma sia meravigliosa, ma il contenuto meno brillante. L’intento di Digger è ovviamente quello di mostrarci la nostra società e la sua politica (quella americana nello specifico, ma sappiamo bene che l’America, volenti o nolenti, è ancora il riferimento dell’Occidente e di una grande fetta del globo intero), con gli eccessi caricaturali provocati da un capitalismo senza più regole alimentato da un sistema ancora smaccatamente maschilista, soprattutto quando si tratta della gestione del Potere. Ed ecco quindi un universo governato da uomini (si contano sulle dite le figure femminili all’interno del film, tutte relegate a ruoli minori) assetati di denaro e potere, disposti a tutto pur di non perderli. E dall’altra ci siamo noi, una società sempre più assuefatta al privilegio e al consumo: incapaci di reagire veramente, minimamente disposti a rinunciare alle nostre comodità, ma capacissimi di indignarci davanti allo schermo del nostro smartphone. Tutto questo è presente nel monologo centrale del film in cui l’accusato diventa accusatore e mostra sfacciatamente la cinica realtà dei fatti: l’egoismo parossistico dell’essere umano, la sua volontà di potenza e la tendenza all’autodistruzione.

Si potrebbe dire che Iñárritu, in fondo, non ci racconti nulla di nuovo e sarebbe vero. Tuttavia, la differenza sta nel modo in cui lo fa e nelle forme che crea per mettere allo specchio la società del ventunesimo secolo, mostrandole i mostri che ha generato, proprio attraverso quei registri espressivi, la parodia e la satira, che ci piacciono tanto proprio perché ci permettono di stare a distanza dai mostri che siamo diventati e di riderci sopra, illudendoci di essere migliori. Ecco perché il film è anche divertente, ma di quel divertimento venato di humour nero, ultima membrana prima di trovarci faccia a faccia con il baratro che nei secoli ci siamo scavati.
E qui entra in scena anche il metacinema e il nostro rapporto con il teatro e le rappresentazioni artistiche in senso lato. Dopo un terzo atto del film che è appesantito da qualche ridondanza e da un finale meno incisivo, si arriva agli ultimi minuti in cui Iñárritu ci colpisce con la stoccata definitiva, offrendoci la sua brevissima ma intensa visione di quello che sarà il nostro futuro. L’arte e il teatro ci saranno davvero serviti a qualcosa? O sarà solo un modo per evadere catarticamente da una realtà di cui abbiamo perso il controllo per rifugiarci nei momenti, ancora desiderabili, di quando tutto non era ancora crollato definitivamente? Siamo davvero diventati così insensibili, anestetizzati, clinicamente morti e arresi alla deriva degli eventi? L’accusa che ci viene rivolta in quanto spettatori e persone è morbida soltanto per chi non vuole vederla.
In un’industria di prodotti standardizzati e ripetitivi – Digger è derivativo? Sicuramente sì, ma la sua originalità è fortemente invidiabile –, Iñárritu ci ricorda cosa voglia dire fare cinema-cinema: rappresentare il presente in una delle sue (dis)forme, lanciare uno sguardo sul futuro e creare un impianto filmico che sappia trasportarci altrove con la sua deformata bellezza. Quello di Digger, con i suoi fondali da natura morta e i suoi personaggi putridi e marciti, è un mondo in decomposizione. Lo abbiamo riconosciuto?
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