Beetlejuice Beetlejuice – Manuale per sequel defunti | Venezia 81
La nostalgia vende. Il panorama di Hollywood negli ultimi anni lo dimostra con la sua ossessione per i sequel e nello specifico per una particolare sottocategoria denominata legacy sequel. Questi sono, più che delle prosecuzioni vere e proprie della trama originale, un’ode al cult, alla nostalgia canaglia che prova a riproporre le emozioni che il pubblico ha già vissuto in un nuovo contenitore. Spesso però il legacy sequel cade nelle mani di nuovi talenti cinematografici che forniscono una loro interpretazione del materiale (vedasi il Twisters di Lee Isaac Chung).
Nel caso di Beetlejuice Beetlejuice, scelto come film d’apertura dell’81° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e nelle sale italiane a partire dal 5 settembre, è lo stesso Tim Burton a dover tornare a Winter River a ben 36 anni di distanza dal primo film. Se all’epoca Beetlejuice aveva determinato il successo per il regista portandolo subito dopo a girare di seguito Batman e Edward Mani di Forbice, il sequel arriva in un periodo molto diverso della sua carriera, dove la sua stella sembra essersi lentamente affievolita e l’ironia pungente e colorata che caratterizzava i suoi primi lavori è da tempo sparita in nome di una maggiore compostezza anche dovuta al lavoro per Disney (Dumbo) e Netflix (Mercoledì).
In un’intervista per Variety Burton ha dichiarato di aver preso in considerazione la pensione dopo Dumbo, ma Beetlejuice Beetlejuice ha rinvigorito il suo amore per l’arte cinematografica e il risultato ne è una prova cristallina, soprattutto sotto il profilo estetico. In un momento in cui l’effetto speciale sembra dover apparire pressoché invisibile, Burton torna all’esagerazione e alla spontaneità. Mettere in primo piano la finzione rende la farsa messa in piedi dallo spirito Beetlejuice ancora più credibile nella sua completa e radicale assurdità.

Il film riunisce la famiglia Deetz nel modo più semplice e on-brand possibile: Charles è morto (se vi state domandando perché Jeffrey Jones non sia tornato, consigliamo una visita su Wikipedia) a causa di un disastro aereo misto a squali particolarmente affamati.
Delia (Catherine O’Hara), ora datasi alla body art, riunisce la figlia Lydia (Winona Ryder) e la nipote Astrid (Jenna Ortega) per tornare nella casa dove tutto è cominciato. Lydia è diventata la presentatrice di un programma paranormale intitolato Ghost House, dove indaga sulla presenza di spettri nelle case altrui per non interrogarsi su Beetlejuice (Michael Keaton) che negli ultimi tempi ha ricominciato a perseguitarla. Astrid ha cercato di prendere le distanze dalle stranezze della famiglia Deetz, ma il ritorno a Winter River trascina anche lei nella Fossa di Beetlejuice.
Anche Beetlejuice, in questo film una presenza pressoché superflua se non per dare sfogo alla creatività estetica di Tim Burton, ha nuovi problemi a cui pensare, come una ex moglie spillata insieme da una cucitrice che cerca vendetta (Monica Bellucci).

Beetlejuice Beetlejuice porta in scena la nostalgia di Tim Burton verso se stesso e il suo passato registico, verso un momento in cui il cinema era gioco creativo e gli effetti speciali ancora non avevano raggiunto il realismo odierno. Partendo da un intreccio esilissimo che non trova mai la profondità emotiva che cerca soprattutto nel rapporto tra Lydia e sua figlia Astrid, il film si costruisce anche attraverso il citazionismo del cinema altrui. Come spiegato da Tim Burton in conferenza stampa, il cinema horror italiano, nello specifico nelle figure di Bava e Argento, è un importante faro per la sua produzione artistica, ma il film trova anche modo di strizzare l’occhio agli action polizieschi degli anni 70 attraverso il personaggio di Willem Dafoe, un attore e agente dell’Unità anticrimine dell’aldilà.
Se il titolo dato dalla magica formula per evocare lo Spirito Porcello non inganna, potremmo aspettarci (magari tra meno di 36 anni) un altro seguito, ma per il momento Beetlejuice Beetlejuice è un sequel intelligente e al contempo furbo: un auto-omaggio che per Tim Burton funge da necessaria riaffermazione artistica.
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