Mission:Impossible è uno spettacolare gioco di prestigio
Osserva attentamente. Ogni numero di magia è composto da tre parti o atti.
La prima parte è chiamata “la promessa“. L’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario. Ad esempio, una costruzione narrativa introduttiva che rispecchia le classiche regole di un film di spionaggio. Una squadra di menti eccelse e corpi muscolosi, un mentore paterno, una missione impossibile da compiere ma perfettamente comprensibile nei suoi stilemi.
Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare che sia davvero reale… sì, inalterato, normale. Ma ovviamente… è probabile che non lo sia. Brian De Palma – il prestigiatore – invita lo spettatore sul palco e gli sottopone un oggetto apparentemente familiare, una pellicola che sembra semplicemente inserirsi nel solco del genere degli spy-action movie hollywoodiani, con un tocco di protagonista mascolino, coraggioso e seducente. Riecheggiano, sia nella scrittura che nella messa in scena, echi di Intrigo Internazionale di Alfred Hitchcock, True Lies e i Terminator di James Cameron, oltre che i film di James Bond interpretati da Sean Connery. Nella stessa direzione va la scelta di affidare il ruolo di Jim Phelps – protagonista ed eroe della serie TV originale – a Jon Voight, attore legato nell’immaginario collettivo a personaggi rassicuranti e positivi (Un uomo da marciapiede, Tornando a casa, Il campione).

Il secondo atto è chiamato “la svolta“. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. E cos’è più straordinario delle performance fisiche che Tom Cruise ha regalato nel corso dell’intera saga, ridefinendo il concetto stesso di stunt e imponendolo come cifra autoriale? Corpi sospesi nel vuoto (il salto Halo in Fallout, quello in moto in Dead Reckoning), intrusioni in spazi-ipercontrollati o claustrofobici (quella subacquea nel sottomarino di The Final Reckoning), scalate impossibili (l’ascensione del Burj Khalifa in Protocollo Fantasma) agiscono come una sorta di accumulazione corporea, muscolare – persino senescente – che costruisce una vera e propria mitologia del corpo e della resistenza fisica, centri gravitazionali dell’inquadratura. I semi di questa dimensione sono già presenti nelle sequenze spettacolari del primo film. Lo sguardo dello spettatore viene catturato dal corpo in azione, che sia nel silenzio assordante della rapina di Langley o nel frastuono metallico dell’elicottero-TGV nel tunnel della Manica.
Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Lo stunt non è solo un elemento spettacolare, ma diventa una sofisticata forma di misdirection. Il magnetismo dell’impossibilità fisica dell’azione diventa un catalizzatore narrativo, impone una saturazione dello sguardo con la verità apparente del corpo. Mentre lo spettatore è frastornato dal tradimento narrativo e le sue certezze si sgretolano come i vetri di un ristorante boemo, la sua attenzione non si concentra nel decifrare l’enigma, ma viene assorbita dalla fisicità dell’uomo, dalle gocce di sudore, il respiro, la temperatura corporea.

Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ecco perché ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo “il prestigio“. Ovvero, la messa a fuoco di ciò che la pellicola ha sempre tenuto ai margini dello sguardo. È proprio nello spazio invisibile creato dai tagli di montaggio e dai fuori campo che il trucco trova la sua perfezione. Il cinema crea l’inganno semplicemente omettendo, spostando la causa degli eventi fuori dall’inquadratura. Una dichiarazione programmatica che emerge fin dalla prima sequenza, dove viene mostrato uno schermo, quindi un’immagine filtrata, limitata, uno scenario fittizio costruito ad-hoc per supportare l’artificio. Come in altri suoi film – da Blow Out a Body Double – Brian de Palma costruisce, dunque, un sistema di deviazioni percettive, conferendo all’immagine un’apparente affidabilità. Il prestigio, allora, non consiste nella rivelazione di un segreto o di una verità sottratta, quanto nella presa di coscienza del carattere costruito della visione stessa, la struttura che ha reso possibile l’errata attribuzione di senso. La macchina da presa mostra una mano, mentre l’altra compie il trucco. È la grande lezione hitchcockiana che viene radicalizzata. Il problema dell’immagine non è ciò che mostra, ma ciò che induce a credere. La posta in gioco non è ciò che è stato nascosto, ma il modo in cui si guarda. Abracadabra.
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