Eyes Wide Shut — Una notte lunga 25 anni
Difficile scrivere di un film che è stato praticamente vivisezionato da ogni angolatura, di un regista di cui abbondano le monografie ma che, tuttavia, non smetteremo mai di studiare, per indagarne il metodo o comprenderne la complessità. Se i registi più premiati della scena attuale lo tramutano in un faro che indica la via, talvolta anche con esibite emulazioni, Kubrick e Eyes Wide Shut in particolare non smettono di affascinarci in quell’incessante camminare notturno del protagonista Bill Hardford. Bill è interpretato da un Tom Cruise pre supereroico, anzi in totale abito dell’antieroe, frustrato marito della borghesia newyorkese in cerca dell’avventura da vendetta coniugale.

Non è sicuramente la sede e l’occasione per ribadire la caratura di questo film, elogiare il cast monumentale o rivelare qualche indiscrezione che poi tutti conoscono. Riproposizione apocrifa, oseremmo dire, di Doppio sogno di Arthur Schnitzler, da cui è liberamente tratto, è un aspetto in particolare a rendere Eyes Wide Shut ancora così unico e seducente. Non solo il rituale orgiastico dell’ormai iconica sequenza della festa, ma quell’incessante flânerie notturna di Bill che sfiora il momento erotico senza mai del tutto consumarlo, con piani sequenza eleganti e un impianto dalla teatralità spettacolare.

La figura del flâneur è stata resa celebre dal poeta Charles Baudelaire e indica quella particolare tendenza al vagare senza meta, in cerca di non si sa cosa, del semplice fluire della vita. In seguito, Walter Benjamin con i suoi Passages ha portato la discussione a livello ancora più filosofico e accademico e la flânerie è stata inoltre molto presente nella letteratura tedesca come in Walser e Bernhard fino a Peter Handke, seppur con accezione diversa rispetto alle dissertazioni baudelairiane, più legate all’oblio che all’amore per il paesaggio stesso.

Dopo la confessione di Alice di essere stata, in passato, attratta da un altro uomo, tanto da pensare di lasciare la sua famiglia, Bill decide di mettere alla prova sé stesso in una ricerca forzata del peccato notturno. Siamo in una New York piena di personaggi bizzarri, piccoli criminali, padri molestatori, vecchi jazz club per cuori solitari e feste accessibili in massima segretezza. Il protagonista cammina, in cerca di cosa? Di una risposta al suo essere un basilare uomo, bianco, borghese che ogni tanto può permettersi una distrazione, mentre la devota moglie deve essere integerrima ed esentata da qualsiasi desiderio nei confronti di altre persone?

Nella flânerie allora Bill trova la via di fuga, quell’oblio così ricercato dai poeti maledetti: è quella la sua ebbrezza vera, il suo amplesso che non riesce a concludere fisicamente ma che diventa un po’ concreto con la città stessa, che riesce a penetrare in ogni anfratto e passaggio nascosto o vietato. Tralasciando le tante porte che si possono aprire dopo la visione di Eyes Wide Shut, uno degli aspetti a cui penso ricordando il film è proprio quel continuo vagare, il rumore delle suole sull’asfalto bagnato di Manhattan, quella dei vicoli con i neon e dei clochard al ciglio della strada. Una delle tante grandezze di questo capolavoro indimenticabile, ultimo sforzo di un regista fisicamente stanco ma in perenne stato di grazia.

Una nota a margine
Certo è che se la società di oggi inizia a interrogarsi sulle costruzioni culturali della monogamia e a parlare apertamente di poliamore o relazioni eticamente non monogame, tante dinamiche – vedi le polemiche che giustamente si sollevano per un programma come Temptation Island – restano simili a quelle di Bill e Alice, e Eyes Wide Shut avrà sempre (ma speriamo di no) quell’allure, più che sulle questioni morali o moralistiche, tra le altre cose sulla continua ricerca del nostro lato oscuro.
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