Bel Bunker ma non ci vivrei | Venezia 83
Da quando è nato Internet, ogni film, serie o altra forma di racconto multimediale è accompagnato da un compendio di articoli e video che si impegnano a spiegare al fruitore quanto appena esperito. Se lo chiedi a qualsiasi redattore di magazine online, ti dirà che sono anche i contenuti con più successo per due ragioni molto semplici: il pubblico è distratto e al contempo vuole essere sicuro di avere ragione. Nessuna ambiguità, solo massima ed estrema chiarezza. Adesso, in accompagnamento a questo fenomeno, vanno anche di moda video su Tiktok, dove le immagini del film sono accompagnate da un voiceover robotico che racconta ogni azione compiuta dai personaggi (e spesso alcuni loggano il film su Letterboxd anche dopo questa visione).
Bunker di Florian Zeller, presentato in concorso all’83° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è il primo film capace di includere dentro se stesso questa tipologia di spiegone, togliendo il lavoro a centinaia di redattori online che volevano avere un facile articolo SEO-friendly. In Bunker non esiste alcuna possibilità di sottigliezza, ogni aspetto della trama, ogni conflitto tra i personaggi, persino il titolo stesso del film è spiegato dai personaggi con un monologo per l’occasione. È talmente ossessionato dall’idea di essere capito che finisce per non dire assolutamente nulla che non sia stato detto in maniere molto più sagaci e pungenti da ventimila altri titoli.

Se lo chiedi in giro per il Lido, Bunker appartiene a quella specifica sottocategoria di questa mostra che potremmo definire “bellissima casa ma non ci vivrei” (vedesi l’appartamento di The Echo Chamber). Qui ci troviamo a Londra, nell’algida dimora dell’architetto Miguel Moreno (Javier Bardem), condivisa con la moglie editrice Sofia (Penélope Cruz). Dopo un importante premio, lui riceve un’offerta di lavoro curiosa – costruire un bunker per un miliardario (Paul Dano), realizzando un progetto che nessuno ha mai concepito in precedenza, lontano dalla “doomsday architecture” e lautamente pagato. Mentre cerca di capire se accettarla, un conflitto fa capolino nella sua quotidianità. Il vicino di casa (Stephen Graham di Adolescence, tristemente sprecato in questo film) ha iniziato a costruire una finestra che dà direttamente sulla loro casa (una casa costruita per essere spiata se si considera un numero di finestre pari solo a quello della famiglia di Parasite). La potenziale invasione della privacy è solo uno dei mille e più fattori che fanno apparire quella relazione – sì, avete indovinato – come un bunker, una prigione dove i due personaggi sono finiti perché non si parlano, perché non prendono la cuffietta per sentire Billie Eilish con la figlia e tanti altri problemi che esistono solamente perché uno è fermo nel suo privilegio e l’altra sta scoprendo il comunismo per la prima volta.
Sappiamo che Florian Zeller nasce come drammaturgo teatrale e non tutti i drammaturghi teatrali che fanno il salto verso il cinema vengono per nuocere (grazie Martin McDonagh per il tuo impegno nel difendere la loro reputazione), però qui, in modo persino peggiore a quello con cui ci aveva abituato quando autodirigeva i suoi stessi spettacoli – parliamo di The Son, a The Father siamo tristemente affezionati – troviamo una manifestazione di tutte le peggiori tendenze di questa sorta. Vorremmo dire che Bunker è un film chiuso ermeticamente dentro il Bunker del titolo, ma per la scarsissima profondità diremmo che più che un bunker, sembra un tupperware.

Zeller presenta un tentativo di mezzo kammerspiel con personaggi a malapena abbozzati (e la maggiore vittima di tutto ciò è Penelope Cruz che interpreta un personaggio fondamentalmente vacuo, utile solo perché contraltare di Bardem e sottotitolo a pagina 777 di televideo di tutte le sue paturnie mentali), che ruba le sue radici alla black comedy argentina El Hombre de al lado di Mariano Cohn e Gastón Duprat, senza però 1) lasciare lo spazio all’umorismo perché il regista francese come sempre deve prendersi troppo sul serio, 2) aggiungendovi l’idea del bunker, nata da una fascinazione giornalistica, che si fa elefante nella stanza drammaturgica e ostacola ogni analisi interessante posta dal film. Bunker è vittima del suo arzigogolato bisogno di essere enfatico, di essere considerato un film intelligente che parla dell’oggi e delle sue ipocrisie, ma finisce per sbattere come un pesciolino rosso sulle stesse pareti della sua boccia d’acqua. Almeno però non avremo bisogno di cercare su Google Bunker Explained, perché Zeller ci avrà spiegato tutto, forse persino il film migliore che avrebbe potuto vedere al posto di questo.
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