A ‘La ragazza con la Leica’ manca un po’ di profondità di campo | Venezia 83
La ragazza con la Leica ricostruisce la figura di Gerda Taro, giovane fotografa tedesca di origine ebraica che, nella Parigi degli anni Trenta, incontra Robert Capa e si avvicina al fotogiornalismo, fino a partire per la Spagna per documentare la guerra civile. Tra impegno politico, emancipazione personale, relazioni sentimentali e passione per la fotografia, il film ripercorre gli anni che trasformano Gerda in una delle prime grandi fotoreporter di guerra, fino alla sua morte sul fronte spagnolo nel 1937.

Il film ne costruisce il ritratto intrecciando finzione, fotografie e materiali d’archivio, nel tentativo di interrogare insieme la donna dietro l’obiettivo e il rapporto tra fotografia, memoria e Storia. Il problema è che, a fronte di una materia tanto ricca e potenzialmente fertile, La ragazza con la Leica sembra poco interessato a esplorarne fino in fondo le contraddizioni. Alina Marazzi costruisce il film attraverso una continua contaminazione tra finzione, fotografia e materiali d’archivio e inserti più astratti, una frammentazione narrativa che non produce, però, un’analoga densità di pensiero. Il rapporto tra fotografia e realtà, tra immagine e tempo, tra documento e ricostruzione viene continuamente evocato senza diventare mai il vero terreno problematico dell’opera.
Sono questioni che il film sembra conoscere e abbozzare, più che interrogarle. Invece di rimetterle in discussione attraverso la propria forma, tende ad assumerle come acquisizioni, finendo così per affidarsi a un discorso pseudo-ontologico sulla fotografia spesso programmatico e retorico. Ed è significativo che, proprio di fronte a una protagonista la cui importanza storica risiede nell’aver trasformato il proprio sguardo in uno strumento di testimonianza, il film sembri progressivamente più interessato a Gerda Taro come figura da guardare che al suo modo di guardare il mondo. Si insiste, infatti, sul suo magnetismo, sulla sua libertà sessuale, sugli uomini che la desiderano e sulla capacità di utilizzare consapevolmente il proprio corpo, fino a spostare il centro del racconto dalla fotografa alla sua stessa immagine. Il paradosso è evidente: un film dedicato a una donna passata alla storia per essersi posta dietro l’obiettivo finisce troppo spesso per ricondurla davanti a quello degli altri.

Il limite principale non è tanto quello di aver evitato di tornare su certe questioni che il cinema ha già lungamente attraversato, ma nel non essere riuscito a renderle nuovamente problematiche. Perché non esistono questioni esaurite, esistono semmai film capaci o meno di farcele percepire ancora come necessarie. Marazzi dispone di una figura che sembrerebbe contenere naturalmente tutte queste contraddizioni. Gerda Taro attraversa la Storia con una macchina fotografica tra le mani, sceglie di avvicinarsi alla guerra per trasformarla in immagine e finisce per morire dentro quella stessa realtà che aveva deciso di documentare. Eppure il film, anziché scavare nella complessità di questo gesto, sembra accontentarsi troppo spesso di celebrare la sua protagonista, accumulando materiali d’archivio, atteggiamenti provocatori di Gerda Taro e ricostruzione fittizia senza lasciare che questi elementi entrino realmente in conflitto.

Rimane così una curiosa sproporzione tra la ricchezza dei materiali e la debolezza delle domande che riescono a generare. La ragazza con la Leica è un film pieno di immagini, ma raramente sembra interrogarsi fino in fondo su cosa significhi produrne una. E proprio nel tentativo di restituire Gerda Taro alla Storia rischia paradossalmente di sottrarle ciò che avrebbe potuto renderla cinematograficamente più interessante, che non è il suo fascino, ne la sua eccezionalità e nemmeno lo sguardo degli altri su di lei, ma il suo sguardo sugli altri e sul mondo.
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