Adolescence – Decostruzione e ricostruzione della mascolinità
Jamie Miller ha tredici anni ed è un assassino. La sua colpevolezza non è oggetto di teorie o discussioni, quanto piuttosto una verità indisputabile. Ha ucciso una coetanea, Katie Leonard, una sera qualunque in un parcheggio con un coltello. La scuola che entrambi frequentavano ora accoglie gli studenti con un grande striscione in memoria della ragazza e della sua breve esistenza, ma nei corridoi si parla solo del suo carnefice e del brusco arresto. Alle luci dell’alba la polizia ha buttato giù la porta di casa Miller e ha arrestato il ragazzino direttamente nella sua cameretta, tra le urla e le disperate richieste di spiegazioni da parte dei genitori e della sorella, completamente ignari dell’accaduto. Lo hanno portato in centrale, dopo avergli permesso di cambiarsi i pantaloni perché si era fatto la pipì addosso, e lo hanno interrogato finché non sono arrivati a sbattergli in faccia le prove del suo crimine, proprio quello che negava con dei sistematici “no comment”.
Quella che state leggendo non è una storia vera, almeno non con questi nomi. Se questa notizia apparisse sui giornali, la leggeremmo con sgomento, vedendola come sintomo di una generazione che marcisce ancora prima di poter sbocciare. Occuperebbe le bocche dei politici per una settimana, i canali televisivi spremerebbero i familiari e i conoscenti fino all’osso per poi gettare la notizia nel dimenticatoio. Jamie Miller non esiste, è un personaggio di finzione interpretato dal debuttante Owen Cooper, ma ad esistere è la violenza di cui lui è portatore ed esercitatore. La storia al centro di Adolescence, la nuova miniserie Netflix nata dalla collaborazione tra l’attore Stephen Graham e lo sceneggiatore Jack Thorne, è verosimile e in quella possibilità supera la dimensione sensazionalistica e si trasforma in urgente monito sociale.

Adolescence rigetta attivamente l’idea alla base del genere true crime, non desidera donare una vittima al tempio del futile intrattenimento e della glorificazione della violenza e per questo il crimine al suo centro esiste ed è riconosciuto da tutte le parti coinvolte e sfiorate dalla sua crudeltà, ma a contare realmente sono le sue conseguenze e le aspre realtà che fa emergere. Al contrario di serie come Defending Jacob, dove ugualmente un giovane si trovava ad essere processato per un omicidio, Adolescence sposta l’attenzione dalla notizia alle sue radici. Cosa spinge un ragazzo alle porte dell’adolescenza a prendere un coltello in mano e a uccidere con una violenza simile una sua coetanea? I quattro episodi scavano dentro la mentalità di Jamie, in quanto prodotto della manosfera, ovvero di tutta quella serie di siti e influencer (uno fra tutti Andrew Tate, accusato di stupro e di tratta di esseri umani e per questo costretto a rifugiarsi in Romania per fuggire alla legge americana) che inneggiano alla supremazia maschile e vedono le donne come meri oggetti sessuali da spogliare di ogni diritto.
La mascolinità esplorata da Adolescence non è solo quella proposta dalla subcultura incel, ma anche quella rappresentata e tramandata dalla generazione precedente, quella dei padri. Eddie Miller (un incredibile Stephen Graham) e Luke Bascome (Ashley Walters), che conduce le indagini su Jamie, hanno due professioni fortemente maschili – il primo è un idraulico e il secondo un poliziotto – ma il modo in cui si presentano al mondo è radicalmente diverso. Il pubblico conosce Eddie in un momento di estrema fragilità, la sua virilità è più raccontata che manifesta (la sua passione per gli sport e il conseguente imbarazzo di Jamie nel non riuscire a onorarla), finché non è costretto a indossare le vesti del patriarca e ad alzare la voce per richiedere un rispetto ormai perduto. Luke invece ostenta le braccia muscolose, a malapena celate da una divisa abbastanza stretta. Sul luogo di lavoro è lucido, metodico, non accetta che la sua autorità sia messa in dubbio, mentre al di fuori fatica ad essere un padre presente per suo figlio, che si rivela di fondamentale importanza per lo svolgimento delle indagini.

Nella serie la mascolinità è una creatura multiforme, un prototipo da emulare e contemporaneamente un mostro dai mille tentacoli che si insinua nelle insicurezze per portarle a una violenta esasperazione. Fagocita tutto quello che la circonda, cercando di trasformarlo a suo piacimento – Jamie che annienta Katie sul piano fisico e identitario, Eddie scelto come rappresentante legale al posto della moglie, il rapporto non paritario tra Luke e la collega. Se si tratta di una tematica presente in tutta la serie come collante della narrazione, nel terzo episodio che porta sullo schermo una lunga conversazione tra Jamie e la psicologa Briony (Erin Doherty, vista di recente in The Crown), la questione diventa centrale fin dalla domanda “Cosa significa essere un uomo per te?”.
La serie affronta il caso di Jamie Miller con un approccio insolito, preferendo a una narrazione lineare una struttura più episodica, concentrata su quattro momenti: l’arresto e il seguente interrogatorio, le reazioni a scuola, il colloquio con la psicologa e infine il cinquantesimo compleanno del padre di Jamie. Sono momenti vissuti come immersioni in un quotidiano erratico, estremamente anti-narrativo, che non nasce per dare risposte di facile consumazione e digeribilità ma piuttosto per essere affrontato. Adolescence, diretta da Philip Barantini (già al fianco di Graham per Boiling Point, sia nella sua veste cinematografica che seriale), porta all’estremo questa claustrofobia narrativa attraverso la costruzione di ogni episodio come un piano sequenza ininterrotto in una coreografia attoriale e tecnica misurata e al contempo irregolare. Ogni movimento trascina la camera con sé come un magnete, ma quando l’occhio si ferma e indugia sui volti, la quiete si trasforma in luogo per indagare silenzi e microespressioni.
In un panorama seriale (e non solo) plagiato dal true-crime che vede il dolore come intrattenimento, Adolescence cambia il paradigma, usando un caso di finzione come terreno per parlare del maschile in tutte le sue sfumature e non solo: punta il dito anche verso l’irresponsabilità degli insegnanti, l’abuso di potere da parte delle autorità e il modo in cui la società sta silenziosamente abbandonando a se stesse le nuove generazioni. È una serie che chiede attenzione e partecipazione, emotiva e sociale, che impone conversazioni scomode e proprio per questo urgenti e che può aprire le porte a uno scambio intergenerazionale, ora assente o perlomeno infruttuoso, capace di costruire un domani migliore.
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