Phantosmia di Lav Diaz – La violenza della memoria | Venezia 81
Autore di un cinema che pare auto-generarsi ogni anno nel suo essere capace di riproporsi attraverso generi e storie sempre diversi, Lav Diaz si pone con il suo Phantosmia in un conflitto diretto con il passato del suo paese. Violenza e memoria sono infatti i temi portanti di questa nuova opera da 246 minuti, che prosegue l’esplorazione del regista filippino all’interno di diversi generi cinematografici, rimaneggiati e adattati a una forma che è rimasta coerente per più di 30 anni di carriera.
Il film ha come centro la storia di Hilarion Zabala (Ronnie Lazaro), un ufficiale miliare in pensione affetto da una forma di fantosmia: un’allucinazione olfattiva che gli fa sentire un fetore inesistente ma incessante. Seguendo le indicazioni di una psichiatra, Hilarion deve ripercorrere e affrontare il suo oscuro passato all’interno dell’esercito, che lo vedeva protagonista di numerose persecuzioni e atti violenti nei confronti di dissidenti politici e religiosi.

La premessa, quindi, pare evidente: il passato nascosto di Hilarion è in realtà lo stesso delle Filippine. L’incapacità del paese di affrontare il proprio passato pare essere proprio la ragione del suo squilibrio sociale e morale, simboleggiato, appunto, da un tanfo onnipresente ma percepito solo nella mente dei suoi cittadini. Tuttavia, nel cinema di Lav Diaz, bisogna aspettarsi qualcosa di estraneo alla comune concezione di “film politico”.
Ancor prima d’identificare la violenza di un Paese, infatti, ci si trova di fronte a una forma di violenza di carattere primordiale. Diaz ambienta gran parte di questo racconto vicino a un campo di prigionia in un’isola sperduta delle Filippine. A meno di 500 metri troviamo una capanna adibita a negozio, nella quale una madre obbliga la figlia adottiva a prostituirsi per i soldati del campo. Vento e pioggia scuotono l’ambiente, mentre il passato di Hilarion pare influenzare e generare nuovi episodi di violenza.
Diaz utilizza questo minimalismo di ambienti per strutturare la forma più semplice e astratta di conflitto. C’è un dentro e fuori al campo di prigionia, che rimanda quindi a uno scontro fra stato e cittadini, potere e popolo, ma anche passato (militare) e presente. Quello che Phantosmia mette in discussione è la natura morale di questi due contesti all’apparenza opposti. Chi, fra esercito e gente comune, è il più crudele? Quale dimensione, fra passato e presente, è la più violenta? Il film progredisce offuscando man mano i confini che separano un “bene” da un “male”.

Allo stesso tempo, il bianco e nero nega ogni forma di seduzione cromatica, e risulta per lo più sovraesposto nelle scene diurne, o immerso completamente in rumore video in quelle notturne. La scelta di evitare quasi del tutto primi piani e movimenti di macchina aumenta ancora l’iniziale senso di straniamento. Tuttavia, la vicenda di Hilarion assume sempre di più i contorni di una parabola, diventando una disperata ricerca di un ordine morale, di una via di salvezza. Il logorio dell’immagine diventa quindi la perfetta rappresentazione, concettuale e sensoriale, del logorio morale in cui il protagonista deve muoversi, la traduzione audiovisiva del tanfo che lo perseguita. Quello che può sembrare un tipo di cinema respingente e complesso, è in realtà uno strumento per lo spettatore d’immergersi all’interno dello smarrimento di un paese.
Phantosmia continua in maniera coerente una carriera ormai fondamentale del cinema contemporaneo. Nella sua riproposizione di uno stile ormai ben definito, Diaz riesce a indirizzare la sua poetica verso una direzione più diretta e viscerale, realizzando un’opera forse meno evocativa, ma sempre affascinante.
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